Oggi accadeva

novembre 21, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

1995         21           novembre            Argentina

Erich Priebke in servizio presso l'ambasciata tedesca di Roma.jpg

Eric Prienke

 

Viene estradato in Italia Eric Priebke, l’ex capitano delle SS accusato di complicità nella strage delle Fosse Ardeatine.

Giorni di storia

La storia

Erich Priebke (Hennigsdorf, 29 luglio 1913Roma, 11 ottobre 2013) è stato un militare e criminale di guerra tedesco, agente della Gestapo e capitano delle SS durante la seconda guerra mondiale.

In Italia è stato condannato all’ergastolo per aver partecipato alla pianificazione e alla realizzazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

L’eccidio delle Fosse Ardeatine

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Attentato di via Rasella ed Eccidio delle Fosse Ardeatine.

Poco dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, firmato cinque giorni prima a Cassibile, la Wehrmacht assunse il controllo effettivo della città di Roma e, fin dai primi giorni vari gruppi di resistenza formati da civili si costituirono nella capitale, intenzionati a reagire con le armi e con azioni che avessero un forte valore simbolico.

Il 23 marzo del 1944, un gruppo di patrioti dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP), unità partigiane del Partito Comunista Italiano, preparò un attentato contro un reparto delle forze d’occupazione tedesche, l’11ª Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment “Bozen”, appartenente alla Ordnungspolizei (polizia d’ordine) e interamente composto da reclute altoatesine. Una bomba di 18 chili collocata in un carrettino da spazzini esplose nel momento preciso in cui il battaglione percorreva via Rasella, provocando la morte di 33 soldati[6]. Fu il più sanguinoso e clamoroso attentato urbano antitedesco in tutta l’Europa occidentale.

Dopo l’attentato, su ordine di Adolf Hitler e come rappresaglia per l’agguato di via Rasella, Kappler ordinò le esecuzioni di ostaggi italiani (nel numero di dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso), da fucilare nelle cave delle Fosse Ardeatine, nella zona extra-urbana della Capitale. Lì i condannati arrivarono intorno alle ore 15 del 24 marzo e, condotti nelle grotte a gruppi di cinque, vennero trucidati con dei colpi di fucile alla nuca.[6] Al termine dell’esecuzione di massa l’entrata delle cave venne fatta crollare con dell’esplosivo.

Le persone uccise alla fine furono complessivamente 335, cinque in più rispetto al numero stabilito dallo Stato Maggiore tedesco, a causa di un errore dello stesso Priebke che “preposto alla direzione dell’esecuzione e al controllo delle vittime, nella frenetica foga di effettuare l’esecuzione con la massima rapidità, non s’accorse che esse erano estranee alle liste fatte in precedenza. Tra le vittime dell’eccidio ci furono anche malati, vecchi, minorenni, oltre a 75 ebrei romani.

Oltre a partecipare alla fucilazionecagionando direttamente la morte di due persone, come vice comandante del quartier generale della Gestapo a Roma, Priebke redasse personalmente la lista di coloro che sarebbero stati uccisi. Trascorse l’intera notte prima dell’eccidio a scorrere i registri in cui erano schedati i sospetti fiancheggiatori delle forze di Resistenza e, per rastrellare gli ostaggi considerati “meritevoli di morte” arrestò anche diversi prigionieri politici precedentemente incarcerati con deboli prove a loro carico e in base agli accordi precedentemente presi da Kappler con i suoi superiori.

« Sì alle Fosse Ardeatine ho ucciso. Ho sparato, era un ordine. Una, due tre volte. Insomma, non ricordo, che importanza ha? Ero un ufficiale, mica un contabile. Non ci interessava nemmeno tanto la vendetta, a via Rasella i militari morti erano del Tirolo, più italiani che tedeschi. Ma Kappler fu inflessibile, costrinse anche il cuciniere a sparare. Fucilammo cinque uomini in più. Uno sbaglio, ma tanto erano tutti terroristi, non era un gran danno. »
(Erich Priebke, da un’intervista a la Repubblica)

Secondo alcuni storici[12], Priebke sarebbe responsabile anche di aver impartito l’ordine che determinò l’eccidio de La Storta, ovvero l’assassinio con un colpo di pistola alla testa di 14 prigionieri prelevati dalla famigerata prigione di via Tasso di Roma, in gran parte socialisti appartenenti alle Brigate Matteotti o membri del Fronte militare clandestino, avvenuto nelle campagne appena fuori Roma, al quattordicesimo chilometro della via Cassia, nei pressi della località “La Storta”, nel pomeriggio del 4 giugno 1944, proprio mentre le truppe alleate facevano il loro ingresso trionfale nella Capitale italiana. Nell’eccidio perse la vita, tra gli altri, il sindacalista ed ex-deputato socialista Bruno Buozzi.

Il 14 giugno 1944 Priebke divenne ufficiale di collegamento con lo Stato Maggiore della Guardia nazionale repubblicana fascista, con sede a Brescia, partecipando attivamente alle perquisizioni e alle azioni di rastrellamento, allo scopo di individuare le cellule cittadine di supporto ai partigiani che presidiavano le montagne bresciane[13].

Centinaia di arrestati, appartenenti alla Resistenza o semplici sospetti partigiani catturati dai tedeschi tra la Lombardia e il Veneto, furono catturati e rinchiusi nella prigione di Canton Mombello, per poi essere condotti nel quartier generale tedesco ove Priebke svolgeva -spesso personalmente- gli interrogatori. Come ricorda la staffetta partigiana Agape Nulli, catturata appena diciottenne e reclusa nel carcere bresciano dall’autunno del 1944:

« Ricordo il giorno dell’interrogatorio, Priebke entrò nella stanza puntandomi l’indice contro e mi chiese a bruciapelo “Hai letto la Bibbia?”. Gli risposi di no, sapevo che era una domanda tranello per scoprire se fossi ebrea. Poi mi domandò dove si nascondevano i miei fratelli, anche loro partigiani, ma non potevo saperlo perché mi trovavo in carcere da più di un mese. Il mio incontro si chiuse lì, altri miei compagni di sventura furono assai meno fortunati: Bruno Gilardoni fu riportato in cella più morto che vivo dopo ore di interrogatorio appeso al soffitto con una fune, altri furono inviati nei campi di concentramento e lì morirono »

Dopo la guerra

Il 13 maggio del 1945, dopo la resa dell’esercito tedesco, Priebke venne preso prigioniero a Bolzano, assieme agli altri militari e ufficiali della sua compagnia guidata dal generale Karl Wolff, comandante delle SS in Italia. Internato nella prigione di massima sicurezza di Ancona, una struttura speciale dove venivano reclusi gli ufficiali indiziati per crimini di guerra, il 31 marzo 1946 venne portato al campo 209 di Afragola, un centro alle porte di Napoli custodito dagli inglesi e infine venne spostato nel campo di prigionia di Rimini.

Il 31 dicembre del 1946, Priebke riuscì a fuggire dal campo di Rimini: approfittando dei festeggiamenti di fine anno, eluse la guardia dei militari inglesi e polacchi di stanza nel campo e, assieme ad altri quattro commilitoni, si rifugiò nel vescovado di Rimini.

« Eravamo detenuti in un campo inglese a Rimini. Prigionieri in 220, prima di lì ero stato detenuto ad Afragola e ad Ancona. Il 31 dicembre del 1946 abbiamo approfittato della fine dell’anno. Gli inglesi bevevano, facevano festa, e noi tedeschi siamo scappati in cinque: due ufficiali e tre sottufficiali. Erano le due di notte, faceva freddo. Ci siamo diretti verso il palazzo del vescovo, abbiamo bussato, ci hanno risposto che il vescovo non c’era, era in visita da qualche parte. Ci hanno indicato un convento. Non era una fuga comune, nel senso che ognuno di noi si considerava sciolto. Ci siamo divisi alla stazione di Bologna. »
(Erich Priebke, da un’intervista a la Repubblica)

Dal 2 gennaio del 1947 fino all’ottobre del 1948, Priebke visse in Alto Adige, a Vipiteno, assieme alla moglie Alicia Stoll e ai figli Jorge (nato nel 1940) e Ingo (nato nel 1942). Qui, grazie all’assistenza di alcuni preti altoatesini, quali Johann Corradini parroco di Vipiteno e Franz Pobitzer di Bolzano, ma anche del Vicario generale della diocesi di Bressanone Alois Pompanin, ricevette il battesimo cattolico.

« Alla stazione ognuno è andato per conto suo […] io verso il nord, a Vipiteno, dove c’era mia moglie con i figli […] Ho pensato a tornare in Germania, ma a Berlino non avevo più famiglia, vivevamo nella parte est, dei parenti lontani non avevo più notizia. Mio padre è morto nella prima guerra, mio fratello anche, io ero stufo della guerra e non avevo qualcuno da cui ritornare. Volevo solo mettere in salvo me e la famiglia. L’aiuto venne da un padre francescano, no, non ricordo il nome. Ci disse: per la Germania non posso fare niente, ma se vi accontentate dell’Argentina posso aiutarvi. Dissi di sì »
(Erich Priebke, da un’intervista a La Repubblica[18])

Attraverso le sue conoscenze all’interno degli uffici del comune di Termeno e nella Croce Rossa Internazionale, Pompanin poté aiutare alcuni gerarchi tedeschi in fuga verso il Sud America, procurando loro documenti di identità falsi. E così, come per Adolf Eichmann nel giugno del 1948[20], anche per Priebke si operò affinché potesse ottenere una falsa identità, quella di un direttore di albergo lettone, apolide e optante, di nome Otto Pape (vedi ratline). Priebke però riprese la propria identità una volta stabilitosi in Argentina, variando solamente il suo nome da Erich Priebke a Erico Priebke.[21]

Il 13 settembre 1948 venne quindi ribattezzato dal parroco Johann Corradini, su disposizione formale del vescovo di Bressanone Geisler, e si convertì al cattolicesimo, condizione essenziale per ricevere l’appoggio del Vaticano e perché lui e la sua famiglia ottenessero il passaporto falso necessario per la fuga all’estero. A spedirglieli fu il vescovo Alois Hudal.

Come viene riportato nel registro battesimale: «Con riguardo all’accoglimento nella Chiesa cattolica del signor Priebke Erich, lo stesso viene battezzato per una seconda volta dal parroco Johann Corradini sub conditione».[20]

Si imbarcò quindi dal porto di Genova sulla nave San Giorgio e, pochi giorni dopo il Natale del 1948, sbarcò in Argentina, a Rio de La Plata.

Da lì nel 1949 si spostò a San Carlos de Bariloche, una cittadina 1 750 chilometri a sud ovest di Buenos Aires, ai piedi delle Ande, dove rimase per quasi mezzo secolo con sua moglie Alicia nella casa al numero 167 della Calle 24 de Septiembre. Nei primi anni di permanenza Priebke aprì un negozio di alimentari, per poi diventare in seguito direttore della scuola «Primo Capraro» di San Carlos de Bariloche.

Priebke tornò comunque più volte in Europa, sia in Germania (come ad esempio nel 1978, in occasione del funerale di Herbert Kappler), sia in Italia, nel 1980, dove in compagnia di sua moglie visitò alcune città italiane come Roma, Sorrento e Rapallo.[15]

La morte

Erich Priebke muore l’11 ottobre 2013. Venne rinvenuto privo di vita, all’ora di pranzo, sul divano della sua abitazione di via Cardinal Sanfelice a Roma. Lo stesso giorno, il suo legale Paolo Giachini, rivelò l’esistenza di un’intervista scritta e di un video “testamento umano e politico” realizzati dall’ex capitano delle SS nei giorni a cavallo del suo centesimo compleanno e in cui Priebke, tra le altre cose, rivendica con orgoglio il suo passato, sostenendo che l’attentato di via Rasella operato dai GAP comunisti fosse fatto con l’intento di provocare una rappresagliache avrebbe potuto scatenare una rivolta della popolazione e nega l’evidenza dell’Olocausto. Ribadisce poi le sue linee di difesa abituali: aver obbedito agli ordini irrifiutabili del Führer e aver ucciso personalmente due ostaggi in ossequio alle leggi di rappresaglia ma che quella fu “una tragedia” che lo avrebbe ossessionato a vita, concludendo infine il video con la dichiarazione letta al processo nel 1996:

« Sento, dal profondo del cuore il bisogno di esprimere le mie condoglianze per il dolore dei parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine… Come credente non ho mai dimenticato questo tragico fatto, per me l’ordine di partecipare all’azione fu una grande tragedia intima… Io penso ai morti con venerazione e mi sento unito ai vivi nel loro dolore. »

Secondo l’avvocato Giachini, Priebke avrebbe espresso privatamente pentimento confessandosi con un sacerdote, inviando una lettera a papa Giovanni Paolo II (a cui il pontefice rispose) e incontrando alcuni famigliari delle vittime, ma viene smentito da Giulia Spizzichino, membro della comunità ebraica romana e parente di vittime di Auschwitz e delle Fosse Ardeatine. Sempre secondo il legale, avrebbero concesso il perdono a Priebke e firmato la domanda di grazia per l’ex SS alcuni figli e parenti delle vittime, tra cui il nipote di don Pietro Pappagallo e la figlia del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.

Nei giorni seguenti la sua morte la sua salma venne tenuta nell’obitorio del Policlinico Gemelli di Roma poiché il sindaco capitolino Ignazio Marino, d’accordo con la questura e il prefetto, vietò l’uso di qualsiasi spazio pubblico della città per lo svolgimento del rito funebre.

Il 15 ottobre 2013, giorno in cui si sarebbero dovuti celebrare i suoi funerali, dopo il diniego del Vicariato di Roma allo svolgimento delle esequie nelle chiese della Capitale, la salma venne traslata presso l’istituto Pio X dei padri Lefebvriani, ad Albano Laziale (RM). Dopo una giornata di proteste, con il carro funebre colpito con calci e pugni e un prete lefebvriano aggredito, e di scontri tra esponenti di destra e manifestanti contrari alla cerimonia, la stessa venne quindi sospesa e, nella notte, la salma venne trasportata all’aeroporto militare di Pratica di Mare. Dopo diverse polemiche scoppiate per la sua sepoltura (rifiutata sia da Argentina sia da Germania), la salma di Priebke è stata tumulata in un luogo segreto, secondo voci in un carcere. Solo in seguito, nel 2015 con uno scoop giornalistico si venne a conoscenza che il luogo della tumulazione, anonima, era un camposanto abbandonato all’interno di un carcere in disuso, su un’isola. Secondo alcuni, da alcune foto pubblicate già nel 2013, si tratterebbe del carcere di Pianosa (chiuso nel 2011), anche se l’ubicazione è attualmente un segreto di stato, e il legale di Priebke ha smentito che le foto ritraggano la tomba del suo assistito. Un ex-detenuto della colonia penale di Isili, Evelino Loi, sostiene invece che Erich Priebke sia stato sepolto accanto a suo padre, morto a Isili nel 1947 mentre stava scontando una pena per un piccolo furto. La direzione del carcere di Isili ha però negato che Priebke sia stato sepolto sul territorio della colonia.

Il sacerdote ultratradizionalista e negazionista Florian Abrahamowicz ha celebrato una messa di suffragio in una cappella privata di una villetta di Paese (TV) alla quale ha partecipato il sindaco leghista del comune di Resana, Loris Mazzorato.

Wikipedia

Annunci

Bersanotti

novembre 21, 2017 by

Ricordiamo tutti le buone intenzioni dei governi Prodi degli anni novanta e della prima decade degli anni duemila. Coalizioni che avevano vinto le elezioni battendo per ben due volte il Cavaliere senza macchia, che puntualmente dopo il primo disorientamento della sconfitta risuscitava come un’araba fenice più baldanzoso e più forte che mai. Tutto ciò nella storia politica europea degli ultimi anna suona incomprensibile, ai governi , di come in un paese come l’Italia una piccola minoranza in coalizione possa determinare la caduta e la sconfitta di un Governo leggittimamente eletto nella tornata elettorale delle politiche.Il nostro si sa è uno strano Paese,dalla storia recente convulsa, dove divisioni,velleità rivoluzionarie,questioni di principio e massimalismi hanno spianato la strada ad avventure reazionarie di destre “del tutto si cambia senza cambiare nulla” nella sostanza e nella concretezza delle cose.Anche gli ultimi avvenimenti nel quartiere Romano di Ostia ci riportano ad eventi più lontani che sembravano dimenticati e sepolti dalla democrazia Repubblicana nata dalla resistenza antifascista. Eventi di forte attualità dove le astensioni elettorali del settanta per cento lasciano la strada ai clan e ai neofasci mascherati dal firmamento vago e inconsistente dei cinquestrilli. Forse tutti coloro, della cosidetta sinistra, che hanno votato nel ballottaggio per quella moltitudine incomposta non si sono resi conto che hanno votato per un movimento macsherato, verniciato di cambiamento e innovazione, con un programma vago in attesa di “pizzini”derivanti da una Azienda del Nord.Anche negli anni venti qualcuno confuse il Fascismo come matrice di sinistra e non si rese conto della nefasta successione degli eventi che portarono alla nascita della dittatura.Oggi si sta riproponendo lo stesso errore, con velleità sinistre, con incomprensibili spaccature e divisioni, su questioni marginali che non hanno più nessuna presa nella pubblica opinione e nella realtà mutata del mondo globale.Il fantasma del Bertinotti-Pensiero si insinua di nuovo nella politica delle alleanze come un virus mortale, in un centrosinistra privo di anticorpi,che arriva a fine legislatura con un sostansiale buon governo e di risanamento del sistema Italia.Consegna alla futura legislatura un paese risanato nei conti e con un prestigio riconquistato a livello internazionale capace di guardare ad un futuro migliore.Molte cose sono ancora incomplete e da fare e sarebbe utile una continuità ed una stabilità che per il momento non si intravede nella politica dei prossimi mesi, il quadro è ancora confuso, le incertezze, i tentennamenti di una sinistra incapace di coagularsi su questioni di sostanza e programmi concreti, una sinistra che sia riformista e non bertinottiana, in grado di uscire dal passato che la strangola come una corda al collo dell’impiccato, che sia in grado di liberarsi dalla maledizione storica della divisione che tanto danno ha generato per la crescita del paese. Un centrosinistra forte, che sia in grado di presentarsi agli elettori come unica alternativa possibile, al caos dei pentastellati e ai rigurgiti di una destra vecchia e stantia del cavaliere già visto.

Giancarlo Garro

Il Punto

novembre 20, 2017 by

E’ nota a tutti la tendenza della sinistra di autodissolversi,lo dice la Storia prima che qualcuno di noi lo intuisca;ma diciamo la verità oggi una domanda sorge spontanea e valica le Alpi provenendo dall’Etna:ma questi ci sono o ci fanno?No perchè se ci sono è chiaro che ci hanno preso per i fondelli tutti da sempre,se ci fanno allora il gioco cambia,allora li possiamo prendere noi per il bavero,facendo come ad Ostia,dove è andato a votare il 30% degli aventi diritto e dove i voti della sinistra sono andati ai 5stelle.
Bersani è un rottamato di Renzi,ex segretario,ex premier in pectore,avrebbe dovuto essere trattato con più rispetto,almeno lui se lo augurava,non è andata così e lo sappiamo;se ne è andato dal partito con Gotor e Speranza,seguendo il truce D’Alema,sostenendo che con Renzi il Pd ha perso 3 milioni di voti,per la sua politica di destra,fatta di oboli,mance,ammiccamenti ,una volta si sarebbe detto,al padronato,concessioni monstre alla grande industria in cambio di posti di lavoro posticci;la divisione rischia di consegnare alla destra o ai grillini il governo del paese,per questo c’è tutto un fermento nell’area di sinistra ex ulivo,dai prodiani ai verdi,dai radicali ai centristi;per questo sono in fervente attività pontieri,ambasciatori che tentano un recupero di unità in extremis,cercando di dissuadere personalità come Grasso e la Boldrini a legarsi ad una storia che non appartiene loro.
Anche perchè uno studio di You Trend afferma che se divisa la sinistra potrebbe perdere un terzo dei 232 collegi che il rosatellum prevede.
Allora il rottamato Bersani ha una ispirazione magnifica:non prima un accordo con il Pd,per scongiurare una pesante e rovinosa frana nei collegi,ma dopo,a frana avvenuta,allora ci si può incontrare e discutere per vedere se ci sono punti di accordo.
Non è geniale?
Dopo,con il partito più limitato,più marginale,escluso dalla gara per il governo del nostro povero paese,sempre più in mano a vecchi e nuovi populisti,a fascisti o a forze dai fascisti puntellate,a vecchi leader riesumati,a giovani di studio in cerca di chi li possa aiutare nel gravoso compito di governo,allora si che si può tentare di sfilare il Partito Democratico dalle mani adunche del rignanese,rimproverandogli l’esito elettorale e così intrapredere la lunga marcia nel deserto che tra una trentina di anni potrà riproporre agli italiani una ipotesi di governo di sinistra.
Tomaso Montanari,leader del movimento del Brancaccio,va oltre;il mentore di una sinistra metafisica sostiene che il suo movimento,nato come comitato per il No al referendum costituzionale,al colmo dell’arguzia ,lo ha sciolto d’accordo con la compagna Maria Falcone,perchè la politica è troppo seria per lasciarla in mano ai politici!
E loro non si sentono vicini a nessun gruppo perchè troppo politici,troppo vicini al Pd,mentre loro sono per l’astrattismo,loro si sciolgono perchè con ogni probabilità non sapevano nemmeno il perchè si erano uniti.
Umberto C

Un pensiero al giorno

novembre 20, 2017 by

 

“Non si sa che cosa sia questa cosa

  Ma ognuno sente che c’è

  L’importante è essere pronti.”

 

Andre De Consoli

 

Oggi accadeva

novembre 20, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

1975        20         novembre            Spagna

Risultati immagini

Francisco Franco

Dopo 2 mesi di agonia muore il < generalissimo > Francisco Franco Bahamonde, per quarant’anni dittatore di Spagna.

 

Giorni di Storia n° 10

La storia

Francisco Paulino Hermenegildo Franco y Bahamonde, solitamente abbreviato in Francisco Franco e conosciuto anche come il Generalísimo Franco o il Caudillo de España (Ferrol, 4 dicembre 1892Madrid, 20 novembre 1975), è stato un generale, politico e dittatore spagnolo.

Fu l’instauratore, in Spagna, di un regime dittatoriale noto come falangismo o franchismo, parzialmente ispirato al fascismo. Rimase al potere dalla vittoria nella guerra civile spagnola del 1939 fino alla sua morte nel 1975

La presa del potere

100 Pesetas con l’effige di Francisco Franco

Franco era nazionalista e anticomunista, con una concezione rigida e conservatrice della religione e una visione chiara della storia della Spagna. Secondo la sua interpretazione i secoli passati erano stati dominati dalla lotta perenne tra forze tradizionali, religiose e patriottiche, e gruppi antinazionali legati alla Massoneria. In seguito al successo elettorale del Fronte popolare, il 19 febbraio 1936, Franco venne allontanato dal Paese e inviato nelle isole Canarie. Il 23 giugno dalle Canarie il generale Franco inviò al presidente del consiglio Santiago Casares Quiroga una lettera protestando per il trattamento tenuto nei confronti degli ufficiali dell’esercito considerati di destra che erano stati sostituiti con altri di tendenza repubblicana. La lettera non ottenne risposta da Quiroga che semplicemente la ignorò. Secondo quanto poi detto dallo stesso Franco la lettera aveva come obiettivo di portare ad un accomodamento in modo da scongiurare il “pronunciamento”. Franco, che fino a quel momento aveva tentennato, si schierò decisamente con i futuri insorti.

Quando il 13 luglio José Calvo Sotelo fu assassinato da un commando degli “Asaltos”, Franco si unì quindi a un gruppo di generali, guidati da José Sanjurjo e Emilio Mola, con cui preparò l’Alzamiento del 18 luglio 1936. Franco era alla guida dell’esercito di ribelli che entrò in Spagna sbarcando dal Marocco. Il 24 luglio fu nominato membro della Giunta di difesa nazionale e divenne comandante delle forze nazionaliste del Sud. Il 29 settembre, fu ufficialmente dichiarato Generalísimo de los ejércitos de Tierra, Mar y Aire e capo dello Stato e dal 30 gennaio 1938 fu anche capo del governo (Junta tecnica del Estado).

Franco con Heinrich Himmler

Una sanguinosa guerra civile, nella quale fu sostenuto dalla Germania nazista e dall’Italia fascista, proseguì per tre anni. Una volta vinta la guerra, nell’aprile 1939, il Generalísimo assunse la guida definitiva della Spagna, instaurando un apparato dittatoriale che represse con fermezza ogni opposizione al regime esaltando i valori del cattolicesimo nazionale (Dio, Patria e Giustizia). Franco non si allineò agli altri fascismi nelle leggi antisemite e fece accogliere un gran numero di ebrei in fuga dall’Europa invasa dai tedeschi.

Nel 1940 Franco si incontrò con Hitler a Hendaye e l’anno seguente con Mussolini a Bordighera, ma nonostante le pressioni di tedeschi e italiani, scelse di mantenere la Spagna neutrale e decise solo di inviare volontari contro l’Unione Sovietica (la cosiddetta División Azul). Nel 1942, su richiesta del dittatore tedesco, Franco decise di cambiare il fuso orario della Spagna, adeguandolo a quello della confinante Francia: da allora, gli iberici vanno un’ora avanti del tempo solare in inverno e due d’estate per l’ora legale.

Sincero e devoto cattolico e rigido anticomunista, Pio XII nel 1953 gli concesse l’Ordine supremo del Cristo, massima onorificenza vaticana.

Morte

Dopo aver guidato 12 governi, l’8 giugno 1973 lasciò la carica di primo ministro a Luis Carrero Blanco, che però fu ucciso in un attentato del gruppo terroristico indipendentista dell’ETA il successivo 20 dicembre; al suo posto, Franco nominò Carlos Arias Navarro.

Franco in vecchiaia soffrì della malattia di Parkinson, che lo accompagnò dunque fino alla morte avvenuta il 20 novembre 1975, esattamente 39 anni dopo il decesso di José Antonio Primo de Rivera. Lo storico Ricardo de la Cierva sostenne però di essere stato informato della sua morte già la sera del 19 novembre.

È sepolto nella Valle de los Caídos, non lontano dal Monastero dell’Escorial, di Madrid.

Franco è venerato come santo dalla scismatica Chiesa cattolica palmariana.

Ducato di Franco

Il 26 novembre 1975, all’indomani della sua morte, re Juan Carlos I di Spagna creò il “ducato di Franco“, con granducato di Spagna, insignendone la figlia Carmen Franco, I duchessa di Franco, e i suoi eredi.

Wikipedia

Un pensiero al giorno

novembre 19, 2017 by

 

” Le cose davvero

   importanti sono

   raramente urgenti

   e le cose urgenti

   sono raramente

   davvero importanti. “

 

( Eisenhaower, Aforisticamente)

 

Oggi accadeva

novembre 19, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

1968        19         novembre           Lazio

19 novembre 1968 Bloccata dalla polizia manifestazione contro la condanna a morte di Alexandros Panagulis

Alexader Panagulis

 

A Roma e in tutta Italia si tengono manifestazioni in solidarietà con Alexander Panagulis, condannato a morte per l’attentato al dittatore greco Papadopulos. Migliaia di studenti piazza, anche con incidenti; i sindacati dichiarano uno sciopero in solidarietà per il 20.   Dimissioni del governo Leone.

 

Giorni di Storia n° 15

 

La storia

A Roma, una manifestazione di protesta contro la condanna a morte di Panagulis dinanzi l’Ambasciata greca è stroncata dal duro intervento delle forze di polizia, che provoca 20 feriti: fra essi, un giornalista e un parlamentare comunista.

Alexandros Panagulis è stato un politico, rivoluzionario e poeta greco, considerato un eroe nazionale della Grecia moderna. Fu un intellettuale e attivista per la democrazia e i diritti umani, rivoluzionario non marxista in lotta, anche armata, contro la Dittatura dei colonnelli. A causa del suo fallito attentato contro il dittatore Georgios Papadopoulos, venne perseguitato, torturato e imprigionato a lungo, fino alla sua liberazione dopo una mobilitazione internazionale. Morì in un misterioso incidente stradale. È protagonista di Un uomo, famoso libro di Oriana Fallaci che fu la sua compagna di vita dal 1973 al 1976.

 

Il Messaggero

 

 

 

 

 

Il Punto

novembre 18, 2017 by

Risultati immagini

La Mafia

 

Dice Michele Serra su Repubblica:”la mafia è niente,il niente che si organizza per tenere sotto schiaffo e per derubare chiunque sia qualcosa,faccia qualcosa,produca qualcosa.La mafia è la dittatura degli incapaci”.
Ben detto.
Ma perchè questi incapaci che rubano e ci tengono sottoschiaffo lo fanno,almeno dal 1860,quando la rapacità e la violenza piemontese,spalleggiata dall’Inghilterra,che voleva il predominio del Mediterraneo senza la Francia e la Russia tra i piedi,mise fine al Regno delle due Sicilie e mise fine alla storia più che millenaria del sud,un popolo ricco e civile che non aveva mai perso la propria identità nazionale?
Perchè la politica,o almeno la parte più deviata della politica,ci si è sempre appoggiata per scopi il più delle volte incoffessabili o per perpetuare se stessa,o per difendere la propria scellerataggine.
Perchè il Referendum farsa a Napoli del 1860 fu presidiato dai camorristi che avevano il compito di intimidire chi avesse avuto l’ardire di votare No,cio’ per espressa richiesta dell’eroe dei due mondi.
Perchè i grandi latifondi,creati dallo Stato Sabaudo per ricompensare i collaborazionisti,avevano bisogno di proteggere le loro proprietà e mettere inriga i contadini che rifiutavano di farsi sfruttare come bestie.
Perchè il fascismo non ha avuto il coraggio di colpire i colletti bianchi e si è fermato con il prefetto Mori alla soglia del potere.
Perchè la strage di Portella delle Ginestre qualcuno doveva pur compierla per mandare un messaggio duro alla sindacalizzazione delle campagne e dare fiato all’autonomismo della destra.
Perchè il potere politico della Democrazia Cristiana,per rimanere intatto aveva dovuto trovare i canali giusti per trovare i voti che le permettessero di governare il paese.
Perchè Forza Italia senza Dell’Utri forse non sarebbe mai nata.
In alcuni casi occorreva chi facesse il lavoro sporco,e alle volte,il lavoro era talmente sporco che la stessa Mafia si avvaleva di mano d’opera di ancora più basso conio ,e questo lo Stato,o pezzi deviati lo hanno sempre saputo e forse sollecitato .
Le stragi che hanno insanguinato il paese dagli anni 60 ai 90,le morti di Falcone e Borsellino,Rocco Chinnici,Pio La Torre,Dalla Chiesa,pezzi deviati dello Stato le hanno volute,isolando le vittime,abbandonandole o indebolendo la loro opera di demolizione della criminalità organizzata.
La mafia è niente come dice Michele Serra,è la dittatura degli incapaci,ma a patto che  la politica non la utilizzi e non le conferisca la dignità dell’interlocutore;se tutti dovessimo considerarla per quello che è,una associazione di delinquenti da colpire,l’avremmo domata da parecchio tempo e ci saremmo risparmiato dolore e sangue,morti e stragi.
Ma lo vogliamo veramente,vogliamo respingere i voti e con essi il potere,che provengono da lì?
Umberto C

 

Un pensiero al giorno

novembre 18, 2017 by

 

 

” Accetta.  Non per rassegnazione,

   ma niente ti fa perdere più energia

  di litigare per una situazione

  che non puoi cambiare. “

 

Dalai Lama

Oggi accadeva

novembre 18, 2017 by

1280px-1968_triennale_milano

Palazzo della Triennale occupato

 

A Torino viene occupata la facoltà di architettura. A Trento la facoltà di sociologia è paralizzata da uno < sciopero attivo > con conferenze e dibattiti che durano tutto il mese.

 

Giorni di Storia n° 15

La storia

La presenza di giovani operai a fianco degli studenti fu la caratteristica anche del Sessantotto italiano, il più intenso e ampio tra tutti quelli dell’Europa occidentale assieme a quello francese. In Italia la contestazione fu il risultato di un malessere sociale profondo, accumulato negli anni sessanta, dovuto al fatto che il cosiddetto boom economico aveva giovato perlopiù alla borghesia e non era stato accompagnato da un adeguato aumento del livello sociale ed economico delle classi meno abbienti.

L’esplosione degli scioperi degli operai in fabbrica si saldò con il movimento degli studenti che contestavano i contenuti arretrati e parziali dell’istruzione e rivendicavano l’estensione del diritto allo studio anche ai giovani di condizione economica disagiata, i prodromi di quello che diverrà il sessantotto inizieranno a palesarsi nel 1966. La contestazione fu attuata con forme di protesta fino ad allora sconosciute: vennero occupate scuole e università e vennero organizzate manifestazioni che in molti casi portarono scontri con la polizia (si veda la manifestazione per la prima della Scala di Milano nella quale alcuni manifestanti chiesero la collaborazione della stessa polizia che, “doveva starsene a proteggere persone simbolo del consumismo”[senza fonte]).

Il 24 gennaio 1966 avvenne a Trento la prima occupazione di una università italiana ad opera degli studenti che occuparono la facoltà di Sociologia. L’occupazione sarà ripetuta lo stesso anno in ottobre, protestando contro il piano di studi e lo statuto, che entrambi erano in fase di elaborazione e proponendone stesure alternative. Questa occupazione si concluse a causa dell’alluvione del 1966 che interessò gran parte dell’Italia settentrionale e centrale. Molti studenti si mossero come volontari per portare aiuto nelle aree più colpite, e questo primo movimento ed incontro spontaneo di giovani, provenienti da tutta Italia, contribuì a far sorgere in molti di essi lo spirito di appartenenza ad una classe studentesca prima sconosciuta.

La scintilla iniziale fu determinata da due situazioni di disagio per gli studenti universitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e della facoltà di Architettura di Torino. Nel primo caso l’università decise di raddoppiare le tasse universitarie mentre a Torino venne deciso il trasferimento alla Mandria, una sede periferica molto disagiata. Il 15 novembre 1967 entrambe le università vennero occupate e subito sgombrate dalla Polizia. I leader iniziali erano Mario Capanna e Pero in Cattolica e Bobbio con Viale a Torino.

Dopo tre giorni 30.000 studenti sfilavano per Milano fino all’arcivescovado e la rivolta si allargò a macchia d’olio. L’atteggiamento repressivo della polizia, sempre presente il “famoso” battaglione Padova della Celere, che intervenne sugli studenti come se fossero dei ragazzini viziati,[senza fonte] finì con il costituire il propellente per la diffusione della protesta.

Nel maggio del ’68 tutte le università, esclusa la Bocconi, erano occupate; nello stesso mese la contestazione si estese, uscendo dall’ambito universitario, un centinaio di artisti, fra cui Giò Pomodoro, Arnaldo Pomodoro, Ernesto Treccani e Gianni Dova occupano per 15 giorni il Palazzo della Triennale, ove era stata appena inaugurata l’esposizione triennale, chiedendo “la gestione democratica diretta delle istituzioni culturali e dei pubblici luoghi di cultura”.

Wikipedia