Archive for giugno 2017

Come salvare i nostri risparmi

giugno 30, 2017

TEORIA DI MARC FABER

Una curiosa teoria economica  è stata enunciata negli Stati Uniti.

Il tipo si chiama Marc Faber.

È un analista in borsa e uomo d’affari, un imprenditore che ha successo.

Nel giugno 2008, quando l’amministrazione Bush ha studiato un progetto per aiutare a rilanciare l’economia americana,

Marc Faber ha scritto nel suo bollettino mensile un commento con molto umorismo:

“Il governo federale sta valutando di dare a ciascuno di noi una somma di 600,00 USD.

Miei cari connazionali americani:

Se noi spendiamo quei soldi al Walt-Mart, il denaro va in Cina.

Se noi spendiamo i soldi per la benzina, va agli arabi.

Se acquistiamo un computer, il denaro va in India.

Se acquistiamo frutta, i soldi vanno in Messico, Honduras e Guatemala.

Se compriamo una buona macchina, i soldi andranno a finire in Germania o in Giappone.

Se compriamo regalini, vanno a Taiwan, e nessun centesimo di questo denaro aiuterà l’economia americana.

L’unico modo per mantenere quel denaro negli Stati Uniti è di spenderlo

con puttane o birra, visto che sono gli unici due beni che si producono

ancora qui.

Io sto già facendo la mia parte …

 

” Risposta di un economista italiano, anche lui di buon umore:

“Carissimo Marc: La situazione degli americani è realmente sempre peggiore.

Mi dispiace informarti, che la fabbrica di birra Budweiser è stata

acquistata dalla multinazionale brasiliana AmBev.

Pertanto agli americani restano solo le puttane.

Ora, se queste (le puttane) decidessero di inviare i loro guadagni ai loro figli, questi soldi arriverebbero direttamente al CONGRESSO DEI DEPUTATI ITALIANI qui a Roma, poiché qui esiste la maggior concentrazione di figli di puttana del mondo.

 

Oggi accadeva

giugno 30, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

2001           30           giugno           Lombardia

Piazza Fontana.jpg

Banca Nazionale dell’Agricoltura

Piazza Fontana – Milano

 

La sentenza di 1° grado sulla strage di Piazza Fontana viene pronunciata: Delio Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni sono condannati all’ergastolo. Due anni a Stefano Tringali, militante di Ordine nuovo, per favoreggiamento nei confronti di Zorzi. Non luogo a procedere per Carlo Digilio.

Giorni di storia

La storia

La strage di piazza Fontana fu conseguenza di un grave attentato terroristico compiuto il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano. Da molti è stata considerata «la madre di tutte le stragi»[7] e ritenuta da alcuni l’inizio del periodo passato alla storia in Italia come anni di piombo[8]. Per tanti aspetti si può parlare d’un prima di piazza Fontana e d’un dopo piazza Fontana[9].

La strage della Banca dell’Agricoltura non fu la più atroce tra quelle che hanno insanguinato l’Italia, ma diede avvio al periodo stragista[9]. Nel corso degli anni, nonostante diverse inchieste, non sono stati accertati né i nomi dei mandanti né quelli degli esecutori materiali dell’attentato[10].

Storia

Le indagini si sono susseguite nel corso degli anni, con imputazioni a carico di vari esponenti anarchici e neofascisti; tuttavia alla fine tutti gli accusati sono stati sempre assolti in sede giudiziaria (peraltro alcuni sono stati condannati per altre stragi, e altri hanno usufruito della prescrizione, evitando la pena)[11]. In contemporanea in Italia scoppiarono altre bombe, provocando 16 feriti, a Roma: una alla Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio, due all’Altare della Patria[12].

Da Milano il prefetto Libero Mazza, su segnalazione dall’Ufficio affari riservati del Viminale, avvisò il Presidente del Consiglio Mariano Rumor: «L’ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza le indagini verso gruppi anarcoidi». La sera stessa della strage, intervistato da Tv7, Indro Montanelli espresse dei dubbi sul coinvolgimento degli anarchici, e vent’anni dopo ribadì quella tesi affermando: «Io ho escluso immediatamente la responsabilità degli anarchici per varie ragioni: prima di tutto, forse, per una specie di istinto, di intuizione, ma poi perché conosco gli anarchici. Gli anarchici non sono alieni dalla violenza, ma la usano in un altro modo: non sparano mai nel mucchio, non sparano mai nascondendo la mano. L’anarchico spara al bersaglio, in genere al bersaglio simbolico del potere, e di fronte. Assume sempre la responsabilità del suo gesto. Quindi, quell’infame attentato, evidentemente, non era di marca anarchica o anche se era di marca anarchica veniva da qualcuno che usurpava la qualifica di anarchico, ma non apparteneva certamente alla vera categoria, che io ho conosciuto ben diversa e che credo sia ancora ben diversa…»[12].

L’avvenimento

Il foro sul pavimento creato dalla bomba.

L’edificio della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana in una foto del 12 dicembre 2007, trentottesimo anniversario della strage. Sono visibili le corone di fiori lasciate in omaggio da istituzioni e cittadini per ricordare le vittime della strage.

Il 12 dicembre 1969 la sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano, era piena di clienti venuti soprattutto dalla provincia: alle 16:30, mentre gli altri istituti di credito chiudevano, all’interno della filiale c’erano ancora molte persone.

L’esplosione avvenne alle 16:37, quando nel grande salone del tetto a cupola scoppiò un ordigno contenente 7 chili di tritolo, uccidendo 17 persone (13 sul colpo)[16] e ferendone altre 87:[12] la diciassettesima vittima morì un anno dopo per problemi di salute legati all’esplosione.

Una seconda bomba fu rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. La borsa fu recuperata ma l’ordigno, che poteva fornire preziosi elementi per l’indagine, fu fatto brillare dagli artificieri la sera stessa[12]. Una terza bomba esplose a Roma alle 16:55 nel passaggio sotterraneo che collegava l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio. Altre due bombe esplosero a Roma tra le 17:20 e le 17:30, una davanti all’Altare della Patria e l’altra all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento, in piazza Venezia. I feriti a Roma furono in tutto 16[12].

Gli attentati terroristici di quel giorno furono cinque, concentrati in un lasso di tempo di appena 53 minuti, e colpirono contemporaneamente le due maggiori città d’Italia: Roma e Milano.

La vicenda è tuttora oggetto di controverse interpretazioni; una delle ipotesi sostiene che, una volta abbandonata la pista anarchica, il sospetto che gli attentati fossero opera dei neofascisti fu usato per dare credito alle teorie della «strategia della tensione» (un disegno dell’estrema destra per creare instabilità nelle istituzioni e terrorizzare i cittadini), e della «strage di Stato», ordinata da settori del mondo politico (dai servizi segreti e da collusioni tra mondo dell’economia e criminalità) per diffondere il panico e giustificare misure d’emergenza, in modo da garantire il potere ai settori più reazionari della politica.

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Un pensiero al giorno

giugno 29, 2017

 

” Ognuno di noi è una luna:

   ha un lato oscuro che non

   mostra mai a nessun altro.”

 

( Mark Twain)

Oggi accadeva

giugno 29, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1973        29        giugno         Cile

Chile tanquetazo.jpg

Due soldati cileni armati di mitragliatrice

stazionano sul lato del Palacio di La Moneta

durante il tentato golpe.

 

Il colonello Roberto Souper, a capo di un regimento di blindati, tenta di assaltare il palazzo presidenziale a Santiago. L’attacco, apparentemente,  fallisce; in realtà è una prova per saggiare le capacità di difesa e la popolarità del governo democratico di Salvador Alliende.

Giorni di Storia n° 10

La storia

El Tanquetazo (Golpe dei carri armati) è il colpo di stato fallito ai danni del governo di Unidad Popular di Salvador Allende, avvenuto il 29 giugno 1973 in Cile. Ordito da ufficiali dell’esercito cileno, sobillati dalla CIA, fu stroncato, dopo alcuni scontri, dai soldati fedeli alla costituzione del generale Carlos Prats.

Il Golpe

L’Insurrezione

Il 29 giugno 1973, la mattina presto, il tenente colonnello Roberto Souper, avendo appreso che sarebbe stato rimosso dal proprio ruolo e grado per aver preso parte alla cospirazione, decise di insorgere autonomamente, partendo, alla volta del centro di Santiago, alla testa di un piccolo manipolo di carri armati e mezzi blindati del 2º Battaglione Mezzi Corazzati. Circondarono La Moneda, il palazzo presidenziale, ed il ministero della difesa. Il manipolo di insorti aprì il fuoco sui palazzi presi di mira. Nel centro della città si diffuse presto il panico, ed anche alcuni civili furono uccisi dai rivoltosi. Tra i civili morti vi fu anche Leonardo Henrichsen, un giovane cameraman che “filmò la propria morte”, riprendendo il soldato che gli spara e lo uccide.

La controinsurrezione

Il ministero e le alte gerarchie dell’esercito si allertarono immediatamente, e fu chiesto al generale Carlos Prats di reprimere la rivolta. Egli, che già disponeva di piani per soffocarla, chiamò i suoi soldati leali alla costituzione, che, dopo alcune prime incertezze, poiché non volevano aprire il fuoco contro i propri commilitoni, decisero di fiancheggiare la controinsurrezione.

Contemporaneamente, attorno alle 9:30, il presidente Allende parlò per radio alla nazione, esponendo l’emergenza del colpo di stato, e spronando i lavoratori ad occupare le fabbriche e ad esser pronti a fronteggiare i rivoltosi.

Dopo le 10:30, il generale Prats, rischiando la vita, si recò di persona alla Moneda, per parlare direttamente ai riottosi, onde evitare pericolosi fraintendimenti. Egli arringò i soldati, invitandoli a deporre le armi. Verso le 11:10 arrivò sulla scena il 1º Reggimento di Fanteria, guidato dal generale Augusto Pinochet, che puntò le armi contro i rivoltosi.

Verso le 11:30 tutti i militari ammutinati si erano ormai arresi.

Il seguito

Fu scoperto che il golpe era stato istigato dal gruppo paramilitare di destra Patria y Libertad, finanziato dalla CIA, il quale aveva un discreto séguito tra gli ufficiali più reazionari e conservatori dell’esercito cileno.

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Oggi accadeva

giugno 28, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1960          28            giugno           Liguria

Genova: gli scontri in piazza De Ferrari

 

A Genova si svolge una grande manifestazione antifascista organizzata da Pci, Psi, Psdi, Pri, radicali e dalle associazioni partigiane. Pertini chiede il rispetto della norma costituzionale che nega la riorganizzazione del partito fascista. La Cgil proclama lo sciopero generale.

Giorni di storia

La storia

Con la locuzione fatti di Genova del 30 giugno 1960 ci si riferisce agli scontri seguiti al corteo indetto dalla Camera del Lavoro e appoggiato dall’opposizione di sinistra il 30 giugno 1960 per protestare contro la convocazione a Genova del sesto congresso del Movimento Sociale Italiano.

Tra il febbraio e il marzo 1960 cadde il governo Segni II, a causa di tensioni interne alle forze politiche che lo sostenevano dovute alla possibile apertura ai socialisti. Ad Antonio Segni venne chiesto di provare a costituire un nuovo esecutivo, ma i tentativi non ebbero successo.

Il 21 marzo l’esponente democristiano Fernando Tambroni, già ministro del Bilancio e (ad interim) del Tesoro nel precedente governo e noto per appartenere all’area di sinistra della DC[1], ebbe dal presidente della repubblica Gronchi l’incarico di formare un governo per sostituire quello guidato da Segni appena dimessosi.

Il 4 aprile il Tambroni ottenne la fiducia alla Camera per il suo governo (un monocolore democristiano, soprannominato dalla stampa “monocolore d’affari”, il cui scopo principale sarebbe stato quello di elaborare le politiche finanziarie dello Stato[1]), ma con solo pochi voti di scarto (300 voti a favore su 593 presenti in aula[2]). La fiducia fu votata anche dai deputati missini. Questa circostanza causò le dimissioni dei ministri appartenenti alla sinistra della DC, Bo, Pastore e Sullo.

Quando fu chiaro che i voti missini erano stati determinanti per il governo, Tambroni fu fatto oggetto di feroci critiche e di accuse di filo-fascismo e, su richiesta del direttivo del partito (l’11 aprile)[2], dovette dimettersi. Dopo nuovi tentativi, da parte di Amintore Fanfani di formare il governo con una maggioranza diversa, si arrivò al 21 aprile, quando il presidente Giovanni Gronchi decise di respingere le dimissioni di Tambroni. Il 29 aprile il politico democristiano ottenne la fiducia anche al senato, nuovamente grazie all’appoggio esterno del MSI (128 voti favorevoli e 110 contrari[2]). Nel frattempo montava l’opposizione contro il governo Tambroni, accusato da sinistra di aprir le porte ai neofascisti.

La decisione di dimettersi fu accolta negativamente dal MSI, che aveva appoggiato il monocolore presieduto da Tambroni: la conseguenza immediata fu il ritiro dell’appoggio dei missini in molte delle giunte locali a guida democristiana che si reggevano anche sui loro voti (oltre alla capitale vi erano altre 30 amministrazioni locali appoggiate dal MSI).[2]

Del resto, anche il PCI, poco prima, aveva appoggiato assieme al MSI la giunta regionale siciliana, presieduta dall’esponente democristiano dissidente Silvio Milazzo (la scelta era stata difesa in parlamento da Togliatti). Ovviamente la portata dei due eventi era diversa, da un punto di vista nazionale: il milazzismo poteva anche esser considerato un fatto di rilievo più che altro regionale (pur con evidenti riflessi sull’intero quadro politico italiano), mentre con Tambroni i missini entravano nel gioco politico nazionale.

Il sesto congresso del MSI

La decisione, presa in una riunione di partito sabato 14 maggio 1960[2], di convocare il sesto congresso del Movimento Sociale Italiano a Genova, città decorata di medaglia d’oro della Resistenza e da cui era partita l’insurrezione del 25 aprile, fu presa come un’occasione per indebolire il governo Tambroni[3]. Va detto, inoltre, che il precedente congresso missino si era svolto a Milano, città anch’essa decorata con la medaglia d’oro, senza nessuna protesta (a Milano i missini appoggiavano la giunta comunale fin dal ’56). Inizialmente la convocazione del congresso missino al teatro Margherita, in via XX Settembre, non suscitò alcun tipo di reazione in città[4].

La situazione genovese

A Genova sia la situazione politica sia quella sociale sono molto tese, anche a causa della recente chiusura di diverse industrie, tra cui l’azienda meccanica AnsaldoSan Giorgio[5]. Nonostante si fosse nel pieno di quello che è stato definito il “boom economico“, le lotte sindacali contro le chiusure e le riduzioni di personale in generale si protraevano in città da circa un decennio[6].

Politicamente fino ad allora la città aveva visto la Democrazia Cristiana come partito di maggioranza, seppur con una percentuale di voti inferiore alla media nazionale[7]. Nelle elezioni del 1958, per quello che riguarda la Camera dei deputati, a Genova la DC aveva ottenuto 169.648 voti (pari al 33,7%, contro il 42,4% nazionale), seguito dal Partito Comunista Italiano con 124.603 voti (24,7%, contro il 22,7% nazionale) e dal Partito Socialista Italiano con 104.956 voti (20,8%, contro il 14,2% nazionale); in quella tornata elettorale il Movimento Sociale Italiano era risultato il quinto partito cittadino, con 24.695 voti (4,9%, a livello nazionale era il quarto partito, con il 4,8% dei voti).[8] Queste elezioni furono le uniche il cui l’MSI ebbe un risultato percentuale a Genova migliore della media nazionale.

Nelle elezioni comunali del 1960 viene eletto per la terza volta il democristiano Vittorio Pertusio. Tra i partiti che avevano ottenuto dei seggi in consiglio comunale, la DC aveva ottenuto 166.452 voti (33,3% e 27 seggi), il PCI 130.987 voti (26,2%, 22 seggi), il PSI 105.713 voti (21,1%, 17 seggi), il PSDI 38.632 voti (7,7%, 6 seggi), il MSI 24.037 voti (4,8%, 4 seggi), il PLI 19.519 voti (3,9%, 3 seggi) e il PRI 6.577 voti (1,3%, con 1 solo seggio).[9]

Il 25 maggio 1960 la giunta guidata da Pertusio si dimette, a causa dell’impossibilità di raggiungere una maggioranza per l’approvazione dei bilanci[10], per via del voto contrario del MSI[2]. A Pertusio subentrerà il 1º giugno il commissario straordinario Nicio Giuliani, che rimarrà in carica fino all’8 febbraio 1961.

Dalle successive elezioni politiche del 1963 il PCI diverrà partito di maggioranza in città, sia per un forte aumento dei propri votanti (passato in città dal 24,7% del 1958 al 30,8% del 1963, su scala nazionale dal 22,7% al 25,3%), sia per un vero e proprio crollo dei voti cittadini per la DC (passata in città dal 33,7% al 25,8%, su scala nazionale dal 42,4,7% al 38,3%). La posizione di primo partito cittadino verrà confermata nelle successive elezioni comunali del 1964 (dove il PCI otterrà il 31,7% dei voti e 26 seggi, contro il 27,4% e 22 seggi della DC[11], ma che vedranno nuovamente eletto il democristiano Pertusio), e in generale in tutte le consultazioni successive.[7]

La reazione della sinistra, dei movimenti e delle associazioni genovesi

Zona centrale di Genova, dove si sono svolti gli scontri del giugno 1960. La mappa, proveniente da OpenStreetMap, rappresenta la città odierna: al tempo alcuni edifici non esistevano e la viabilità era diversa in alcune zone.
1: Teatro Margherita 2: Sacrario dei Caduti 3: Piazza della Vittoria 4: Piazza de Ferrari.
Come termine di paragone per le distanze si consideri che via XX Settembre, tra l’incrocio con via Fiume e quello con via Ettore Vernazza, ha una lunghezza di poco superiore agli 800 metri.

Il 2 giugno il senatore comunista Umberto Terracini (che fu presidente dell’Assemblea costituente), durante un discorso tenuto a Pannesi, nel comune di Lumarzo (un comune della Val Fontanabuona, in provincia di Genova), nella ricorrenza della Festa della Repubblica, invitò le forze che si rifacevano ai valori della Resistenza a organizzare una riunione contro il congresso del MSI, ritenuto una provocazione contro Genova.[2]

Il 5 giugno l’Unità, nella sua edizione genovese, pubblicò una lettera-appello scritta da un operaio, in cui si chiedeva che la città prendesse posizione contro l’annunciato congresso del MSI[12].

Il giorno successivo, il 6 giugno, su iniziativa della federazione del PSI[12], i rappresentanti locali dei partiti comunista, radicale, socialdemocratico, socialista e repubblicano, dopo essersi riuniti per decidere una posizione comune sul congresso, fecero stampare un manifesto in cui, denunciando il congresso missino come una grave provocazione, lo additavano al disprezzo del popolo genovese nei confronti degli eredi del fascismo[13].

Il 13 giugno alla richiesta di non fare svolgere il congresso si aggiunse in maniera ufficiale la Camera del lavoro. Due giorni dopo, il 15 giugno, una manifestazione indetta con lo scopo di protestare contro lo svolgimento dello stesso, vide la partecipazione stimata di 20.000 persone, e si registrarono i primi scontri (poi sedati dai carabinieri), nella zona di via San Lorenzo (strada adiacente all’omonima cattedrale), tra un gruppo di manifestanti e alcuni neofascisti.[5]

Il 24 giugno un comizio di protesta contro il congresso, indetto dalla Camera del lavoro, che si doveva svolgere nella zona del porto, fu vietato dalla Questura, con la motivazione che l’autorizzazione non era stata chiesta coi tre giorni di anticipo previsti dalla legge[14].

Il 25 giugno, durante un nuovo corteo di protesta organizzato dalle federazioni giovanili del PCI, del PSI, del PSDI, del PRI e dei radicali, a cui aderirono anche i portuali[14], vi furono nuovi scontri, questa volta in via XX Settembre, tra manifestanti e polizia[5]. Nel corso di quel corteo si decise d’indire per il 2 luglio un comizio, nel quale sarebbe intervenuto Ferruccio Parri.

Il 27 giugno 1960 al presidente del consiglio Tambroni fu consegnato, da parte dei dirigenti del MSI, un rapporto, in cui si diceva che il deputato missino ligure Giuseppe Gonella aveva raccolto informazioni che portavano a ritenere il prossimo congresso a rischio di disordini. Secondo questa nota, in parte a causa delle condizioni precarie di povertà e disoccupazione in cui vivevano i lavoratori del porto, in cerca di uno sfogo per il malcontento accumulato, in parte per la configurazione stessa del centro storico, che poteva favorire eventuali scontri, la situazione sarebbe potuta degenerare.[14][15]. Nella nota il MSI informava Tambroni che era stato ipotizzato dal segretario Michelini di chiedere al governo la proibizione del congresso per motivi d’ordine pubblico, in modo da evitare il pericolo, senza però che si sapesse che la decisione era stata richiesta dagli stessi missini; ma la proposta era stata fermamente respinta dagli altri dirigenti del partito. In conclusione, il MSI rendeva noto d’aver deciso di celebrare il congresso, ma anche di far giungere a Genovaalmeno un centinaio di attivisti romani, scelti tra i più pronti a menar le mani“: decisione quest’ultima che venne resa pubblica tramite la stampa, e sottoposta a critiche nei giorni successivi agli scontri.[14][15]

A rendere ancora più incandescente la situazione intervenne la notizia, riportata dal quotidiano Il Giorno[16], della partecipazione ai lavori del congresso di Carlo Emanuele Basile, sottosegretario all’Esercito e prefetto della città ai tempi della Repubblica Sociale Italiana[17]. Basile era conosciuto a Genova per gli editti del marzo 1944[18] contro lo sciopero bianco e le proteste indette dagli operai, a cui succedette nel mese di giugno la deportazione di alcune centinaia di lavoratori nei campi di lavoro della Germania nazista.[19][20][21]. Per le sue azioni durante la guerra Basile venne prima assolto, poi condannato a morte, per poi essere nuovamente assolto dopo ulteriori ricorsi, grazie anche a una serie di amnistie e condoni, continuando nel dopoguerra la sua attività politica all’interno del MSI.[19][22].

Secondo Donato Antoniello e Luciano Vasapollo, in Eppure il vento soffia ancora (2006), la presenza di Carlo Emanuele Basile invece sarebbe stata annunciata dai dirigenti del MSI insieme con quella di Junio Valerio Borghese. I due saggisti citano come riferimento il libro di Nicola Tranfaglia Le Piazze[23]. L’ipotesi relativa alla possibile presenza di Borghese è saltuariamente ricordata dalla pubblicistica che tratta di questi avvenimenti (anche solo per smentirla).[24][25]

È stato ipotizzato che la presenza di Basile fosse un errore dovuto a un caso di omonimia, e che a essere ospite al congresso sarebbe stato Michele Basile, avvocato di Vibo Valentia[26] e futuro senatore del MSI nella IV Legislatura[27].

Il 28 giugno venne indetta una manifestazione di protesta, nel corso della quale Sandro Pertini, affermando la sua opposizione al congresso, disse:

« La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli. Sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della casa dello studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori.[28] »

A questa manifestazione parteciparono circa 30.000 persone[29]. Il discorso di Pertini, particolarmente appassionato, verrà soprannominato in genoveseu brichettu” (letteralmente “il fiammifero“) per aver simbolicamente “incendiato” la popolazione genovese[14].

Il 29 giugno la Camera del Lavoro cittadina indisse uno sciopero generale nella provincia genovese per la giornata del 30, dalle 14 alle 20, a cui si sarebbe aggiunto un lungo corteo per le strade della città, mentre il presidente dell’ANPI invitò tutti gli iscritti a partecipare alla manifestazione del 30.[29]

A complicare questa situazione di tensione si aggiunsero alcune decisioni prese dalle forze dell’ordine, che vennero in parte percepite come ulteriori provocazioni: la visita del comandante generale dell’Arma dei Carabinieri per un’ispezione della città, la sostituzione del questore Alfredo Ingrassia (che aveva chiesto il pensionamento) con Giuseppe Lutri, noto per la sua attività anti-resistenziale a Torino durante la dittatura fascista, e l’arrivo della Celere di Padova, specializzata in tattiche di anti-guerriglia urbana.[29]

Oltre ai partiti e ai sindacati durante il mese di giugno anche l’Università (soprattutto l’Istituto di Fisica diretto da Ettore Pancini) si attivò con un appello, firmato da intellettuali di vario orientamento politico, contro lo svolgimento del congresso, e numerosi studenti e ricercatori parteciparono alle varie manifestazioni.[30]

La manifestazione del 30 giugno

Sia l’accesso alla zona di Portoria, sia alcuni cantieri del nascente centro dirigenziale di Piccapietra, vengono bloccati e presidiati dalle forze dell’ordine, mentre viene chiuso per lavori (fittizi) il vicino parco dell’Acquasola.[29]

Tra i sindacati la UIL si opporrà alla manifestazione prevista, mentre la CISL lascerà ai propri iscritti libertà di scelta sulla partecipazione o meno[14].

Il 30 la manifestazione, seppur in un’atmosfera tesa, si svolge inizialmente senza particolari problemi: partendo dal primo pomeriggio da piazza dell’Annunziata, i manifestanti proseguono per via Cairoli, via Garibaldi, via XXV Aprile, piazza De Ferrari, via XX Settembre (dove vengono depositati alcuni fiori davanti al sacrario dei caduti, situato sotto al ponte Monumentale), per poi terminare in piazza della Vittoria, dove viene svolto un comizio dal segretario della Camera del Lavoro.[31] Nelle foto della manifestazione si vedono sia politici sia comandanti partigiani che sfilano preceduti dai Gonfaloni della città.[32][33]

Al termine della manifestazione parte dei manifestanti risalgono verso piazza De Ferrari, fermandosi lungo la strada sia davanti al teatro Margherita (controllato da gruppi di Carabinieri, che verranno provocatoriamente fischiati) sia davanti al Sacrario dei Caduti, dove vengono cantati degli inni della Resistenza.[31] I manifestanti giungono così in piazza de Ferrari, dove molti si fermano nei dintorni della fontana centrale: qui sono presenti alcuni mezzi motorizzati della polizia, oltre ad agenti a piedi, e la situazioni comincia a peggiorare. Alle provocazioni dei manifestanti, che intonano canti partigiani e slogan contro le forze dell’ordine, queste provano a disperdere la folla con un idrante, per poi cominciare alcune cariche intorno alla fontana.[31]

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Oggi accadeva

giugno 27, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1967        27         giugno           Inghilterra

 

Bancomat ATM Olivetti

Il primo Bancomat, sviluppato dalla società inglese De La Rue, viene installato a Enfield Town (zona nord di Londra) presso la Barclays Bank.  In Italia comparirà nel 1976 a Ferrara.

Da Tele-sette n°26 del 25/06/13

 

La storia

Lo sportello automatico (o cassa bancaria automatica e anche sportello automatico di banca; in inglese: Automated Teller Machine o ATM) è il sistema per il prelievo automatico di denaro contante dal proprio conto corrente bancario, attraverso l’uso di una carta di debito nei distributori collegati in rete telematica, anche fuori dagli orari di lavoro degli istituti di credito e in località diverse dalla sede della banca presso cui si intrattiene il rapporto di conto corrente.

In Italia vengono sistematicamente[1], ma impropriamente, chiamati bancomat, dal nome del primo e più grande circuito di prelievo che usa gli ATM. Bancomat è infatti un marchio registrato[2] di proprietà del Consorzio Bancomat, ed è la denominazione commerciale che identifica il circuito di debito nazionale per il prelievo di denaro contante da sportello automatico ATM.

Il primo sportello automatico fu sviluppato dalla società inglese De La Rue e installato a Enfield il 27 giugno 1967 presso la banca Barclays. In Italia compare nel 1976, a Ferrara: la Cassa di Risparmio di Ferrara fu la prima banca italiana a installarlo. Tuttavia l’invenzione vera e propria è oggetto di controversie addirittura fra tre inventori:

Il modello inaugurato nel 1967 accettava soltanto voucher monouso, che venivano trattenuti dalla macchina. Per rendere più difficili i furti, l’apparecchiatura funzionava con diversi principi, tra cui radiazioni e magnetismo a bassa coercitività che veniva rimosso dal voucher in fase di lettura.

Nel 1965 venne sviluppata l’idea del codice numerico di sicurezza (PIN) elaborata dall’ingegnere inglese James Goodfellow, anch’egli titolare di alcuni brevetti in materia.

Wikipedia

Oggi accadeva

giugno 26, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1954         26           giugno          Campania

Amintore Fanfani crop.jpg

Amintore Fanfani

Si svolge a Napoli il V congresso della Democrazia cristiana. La spunta lo schieramento di Amintore Fanfani che ottiene l’appoggio di De Gasperi. Alla leadership di Fanfani si oppone una coalizione comprendente i seguaci di Gronchi, di Andreotti, Forze Nuove e parte della Base. Fanfani alla fine sarà eletto segretario il 16 luglio con 59 voti a favore e 12 schede bianche. Alla vicesegreteria sale Mariano Rumor. Nei giorni del congresso Dc il ministro Ezio Vanoni preannuncia un piano decennale per il coordinamento e l’armonizzazione dello sviluppo economico.

Giorni di Storia

 

La storia

Amintore Fanfani (Pieve Santo Stefano, 6 febbraio 1908Roma, 20 novembre 1999) è stato un politico, economista e storico italiano.

È stato tre volte presidente del Senato, sei volte presidente del Consiglio dei ministri fra il 1954 e il 1987 quando, all’età di 79 anni e 6 mesi, divenne il più anziano Capo del Governo della Repubblica Italiana, due volte segretario della Democrazia Cristiana e anche presidente del partito, Ministro degli affari esteri, dell’interno e del bilancio e della programmazione economica. Dal 1972 fu senatore a vita.

La sua azione politica è stata importante in quanto egli viene considerato, insieme ad Aldo Moro, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat ed Ugo la Malfa, uno degli artefici della svolta politica del centro-sinistra, con cui la Democrazia Cristiana volle avvalersi della collaborazione governativa del Partito Socialista Italiano.

Biografia

Uno dei più celebri politici italiani del secondo dopoguerra, Fanfani fu una figura storica del partito della Democrazia Cristiana; si distinse anche come storico dell’economia e come storico dell’arte. Oltre alla politica e agli studi, la sua grande passione fu la pittura, che esercitò fin da giovane dopo gli studi accademici.

Formazione culturale

Proveniente da una numerosa ed umile famiglia del comune di Pieve S. Stefano (AR), compì i suoi studi tra Urbino (scuole medie) ed Arezzo (Liceo scientifico); trasferitosi da bambino a Sansepolcro[1] con la famiglia, militò nell’Azione Cattolica diocesana, avviando una formazione spirituale e culturale che proseguirà poi negli anni universitari. Si iscrisse all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove studiò nel Collegio Augustinianum entrando a far parte della FUCI. Dopo la laurea in economia e commercio nel 1930, ottenne nel 1936 la cattedra di storia delle Dottrine Economiche. Si dimostrò un convinto sostenitore del corporativismo, insieme ad Agostino Gemelli e altri[2], nel quale riconobbe uno strumento provvidenziale per salvare la società italiana dalla deriva liberale o da quella socialista ed indirizzarla verso la realizzazione di quegli ideali di giustizia sociale suggeriti dalla dottrina sociale della chiesa, una delle questioni centrali che riguardava il rapporto tra cultura cattolica e il mondo fascista[2]. Tra corporativismo di stampo cattolico e quello di stampo fascista Fanfani propendeva per quest’ultimo[3]. Collaborò con la Scuola di mistica fascista, essendone professore[4] e scrivendo articoli per la sua rivista Dottrina fascista[4]. Il suo nome comparve insieme a quello dei 330 firmatari che, nel 1938, appoggiarono il Manifesto della razza[5] pubblicando inoltre articoli sulla rivista La Difesa della Razza di Telesio Interlandi[6].

Durante il periodo milanese Fanfani fu direttore della Rivista Internazionale di Scienze Sociali e si affermò nel panorama culturale italiano (e non solo) grazie agli studi di argomento storico-economico che hanno conservato un duraturo successo[7], come testimonia la recentissima ripubblicazione (2005) dell’opera Cattolicesimo e Protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, nella quale propose una coraggiosa interpretazione dei fenomeni di genesi del capitalismo, con particolare riferimento al condizionamento dei fattori religiosi e in sostanziale disaccordo con le tesi, allora paradigmatiche, di Max Weber. Questa opera lo portò alla ribalta tra i cattolici statunitensi, in particolar modo fu molto apprezzata da John Kennedy che esplicitamente alla convention democratica del 1956 a Chicago, quando era senatore, chiamò con il megafono Fanfani presente in aula indicandolo alla platea e riconobbe nell’influenza di Fanfani e del suo scritto una delle cause principali del suo ingresso in politica.

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Oggi accadeva

giugno 25, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1943          25         giugno         Polonia

Auschwitz I entrance snow.jpg

Campo di concentramento di Auschwitz

 

Ad Auschwitz entra in attività la camera a gas/crematorio III. Il campo raggiunge la capacità di sterminio di 4756 persone al giorno.

Giorni di Storia n° 17

La storia

Per campo di concentramento di Auschwitz (in tedesco Konzentrationslager Auschwitz o anche KL Auschwitz) si intende il vasto complesso di campi di concentramento e di lavoro che formarono un sistema concentrazionario situato nelle vicinanze di Oświęcim (in tedesco Auschwitz), città della Polonia meridionale.[2] Oltre al campo originario, denominato Auschwitz I, durante il periodo dell’Olocausto, nacquero diversi altri campi del complesso, tra cui il famigerato campo di sterminio di Birkenau (Auschwitz II), situato a Birkenau (in polacco Brzezinka), il campo di lavoro di Monowitz (Auschwitz III), situato a Monowitz, (in polacco Monowice),[3] e altri 45 sotto-campi costruiti durante l’occupazione tedesca della Polonia in cui i deportati venivano utilizzati per lavorare nelle diverse industrie tedesche costruite nei dintorni.[4]

Il complesso dei campi di Auschwitz, il più grande[5] mai realizzato dal nazismo, svolse un ruolo fondamentale nel progetto di “soluzione finale della questione ebraica” – eufemismo con il quale i nazisti indicarono lo sterminio degli ebrei (nel campo, tuttavia, trovarono la morte anche molte altre categorie di internati) – divenendo rapidamente il più efficiente centro di sterminio della Germania nazista. Auschwitz, nell’immaginario collettivo, è diventato il simbolo universale del lager, nonché sinonimo di “fabbrica della morte”, realizzato nel cuore dell’Europa orientale del XX secolo.[6]

Nel 1947 il parlamento polacco deliberò la creazione di un memoriale-museo che comprese l’area di Auschwitz I e Auschwitz II.[7] Nel 1979 il sito venne dichiarato patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.[8] La denominazione iniziale Auschwitz Concentration Camp verrà ufficialmente cambiata in Auschwitz Birkenau – German Nazi Concentration and Extermination Camp (1940-1945)[9] nel 2007, su richiesta della Polonia.[10]

Il complesso

La Bahnrampe, la rampa dei treni, all’interno del campo di Birkenau dove, dal 1944, arrivavano i convogli dei deportati, come si presentava nel 1945

Le baracche in legno del campo come si presentavano nel 1941

Facevano parte del complesso tre campi principali e 45 sottocampi. L’area di interesse del campo (Interessengebiet), con sempre nuove espropriazioni forzate e demolizioni delle proprietà degli abitanti residenti, arrivò a ricoprire, dal dicembre 1941, la superficie complessiva di circa 40 chilometri quadrati. All’interno di questa superficie avevano sede anche alcune aziende modello, agricole e di allevamento, volute personalmente da Hitler, nelle quali i deportati venivano sfruttati come schiavi.

Auschwitz I

Era un Konzentrationslager (campo di concentramento). Fu reso operativo dal 14 giugno 1940, ed era centro amministrativo dell’intero complesso. Il numero di prigionieri rinchiusi costantemente in questo campo fluttuò tra le 15 000 e le oltre 20 000 unità. Qui furono uccise, nella camera a gas ricavata nell’obitorio del crematorio 1, o morirono a causa delle impossibili condizioni di lavoro, di esecuzioni, per percosse, torture, malattie, fame, criminali esperimenti medici, circa 70 000 persone, per lo più intellettuali polacchi e prigionieri di guerra sovietici. Nei sotterranei del Block 11 di Auschwitz, la prigione del campo, il 3 settembre 1941 venne sperimentato per la prima volta dal vicecomandante del campo Karl Fritzsch, per l’uccisione di 850 prigionieri, il gas Zyklon B, normalmente usato come antiparassitario, poi impiegato su vasta scala per il genocidio ebraico.

Auschwitz II (Birkenau)

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Campo di sterminio di Birkenau

Era il Vernichtungslager (campo di sterminio). Era l’immenso lager nel quale persero la vita oltre un milione e centomila persone, in stragrande maggioranza ebrei, russi, polacchi, prigionieri di guerra, omosessuali, oppositori politici, testimoni di Geova e zingari. Dopo l’arrivo dei prigionieri, questi venivano selezionati e quelli inabili al lavoro venivano condotti alle camere a gas con lo scopo di essere uccisi.

Birkenau era inoltre il più esteso Konzentrationslager dell’intero universo concentrazionario nazista e arrivò a contare fino a oltre 100.000 prigionieri contemporaneamente presenti. Era dotato di quattro grandi Crematori e di «Roghi», fosse ardenti ininterrottamente giorno e notte, usate per l’eccedenza delle vittime che non si riusciva a smaltire nonostante le pur notevoli capacità distruttive delle installazioni di sterminio. Gli internati, reclusi separatamente in diversi settori maschili e femminili, erano utilizzati per il lavoro coatto o vi risiedevano temporaneamente in attesa di trasferimento verso altri campi. Il campo, situato nell’omonimo villaggio di Brzezinka, distava circa tre chilometri dal campo principale e fu operativo dall’8 ottobre 1941.

Auschwitz III (Monowitz)

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Era l’Arbeitslager (campo di lavoro). Sorgeva nei pressi del complesso industriale Buna Werke per la produzione di gomma sintetica, proprietà dell’azienda I.G. Farben che però, nonostante l’impegno profuso, non entrò mai in produzione. Il campo, situato a circa 7 chilometri da Auschwitz, fu operativo dal 31 ottobre 1942 e alloggiò fino a 12.000 internati, tra cui Primo Levi ed Elie Wiesel.

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Un pensiero al giorno

giugno 24, 2017

 

” Ho fatto tutto

   cor core,

   ma ho sbajato

   tutto ! “

 

(aforisma romano)

Oggi accadeva

giugno 24, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1943          24            Giugno          Lazio

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Generale Pietro Badoglio

Badoglio lo definirà <il più stupido dei suoi discorsi>, Mussoli parla al direttorio del Partito fascista. E’ un discorso angosciato, da uomo distrutto dallo stress. Parlando dell’ipotesi di uno sbarco degli Alleati in Sicilia dichiara: < Bisogna che non appena questa gente tenterà di sbarcare, sia congelata su quella linea che i marinai chiamano bagnasciuga>. Gli italiani della costa sorridono: il Duce ha scambiato il bagnasciuga per la battigia, un pezzo di barca con un lembo di spiaggia.

L’Italia del ’43 pag. 111

La storia

Si chiama bagnasciuga o (in antico) linea di fior d’acqua (in inglese load lines) quella parte di superficie della fiancata di una nave limitata dall’ideogramma di Plimsoll. Esso determina il carico massimo della nave in virtù delle acque che attraversa (acque tropicali o glaciali – periodo estivo o invernale – acque salate o acque dolci). Le stesse linee dell’ideogramma stanno ad indicare il confine fra l’opera viva (la parte dello scafo immersa) e l’opera morta (la parte dello scafo che galleggia).

La parola è spesso impropriamente utilizzata anche per indicare la battigia, ossia quella parte della spiaggia che si bagna e asciuga per effetto del moto ondoso. In questo significato celebre è il discorso di Benito Mussolini del 24 giugno 1943, che di fronte alle voci su un prossimo sbarco alleato in Sicilia (avvenuto effettivamente dopo pochi giorni, il 10 luglio), proclamò che ogni tentativo di sbarco sarebbe stato “congelato su quella linea che i marinai chiamano bagnasciuga“. Tale discorso è poi passato alla storia come il “discorso del bagnasciuga”.

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