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Oggi accadeva

luglio 31, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1954        31          luglio           India

Il versante pakistano del K2 e la via seguita per la

prima scalata dalla spedizione italiana del 1954.

 

Gli italiani Achille Compagnoni e Lino Locatelli conquistano il K2, la seconda vetta più alta del mondo, i due alpinisti fanno parte di una spedizione guidata da Ardito Desio. La cima del K2 8.611 m. è la seconda vetta del mondo.

Da Tele-sette n° 30 del 27/07/2010

 

La storia

La spedizione al K2 del 1954 è stata una spedizione alpinistica italiana patrocinata dal Club Alpino Italiano, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall’Istituto Geografico Militare e dallo Stato italiano, e guidata da Ardito Desio. La spedizione portò il 31 luglio 1954, per la prima volta nella storia, al raggiungimento della vetta del K2, la seconda montagna più alta del mondo.

La via seguita fu lo Sperone degli Abruzzi e i due alpinisti che raggiunsero la vetta furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, con il supporto dell’intero gruppo. Un contributo fondamentale fu fornito da Walter Bonatti e Amir Mahdi che, con un’impresa senza precedenti e affrontando il rischio della morte in un forzato bivacco notturno a oltre 8100 metri, trasportarono a Compagnoni e a Lacedelli le bombole d’ossigeno rivelatesi poi essenziali al compimento della missione.

Componenti della spedizione

Componenti della spedizione al campo base. Al centro Ardito Desio.

La spedizione del 1954 al K2 era costituita, oltre ad un gran numero di portatori di bassa quota utilizzati per portare il materiale della spedizione dall’ultimo scalo aereo al campo base, da 30 componenti:

13 alpinisti italiani
  • Erich Abram: nonostante non fosse molto noto al grande pubblico, presentava un ampio curriculum di salite di sesto grado nelle Dolomiti.
  • Ugo Angelino: di professione rappresentante di commercio, aveva svolto la maggior parte della sua attività alpinistica nelle Alpi Occidentali.
  • Walter Bonatti: con i suoi 24 anni (compiuti il 22 giugno durante la spedizione) era il più giovane della spedizione. Nonostante questo era già considerato tra i più forti alpinisti del mondo grazie alle sue realizzazioni tra cui la parete est del Grand Capucin.
  • Achille Compagnoni (giunto in vetta il 31 luglio): guida alpina e maestro di sci, con attività alpinistica soprattutto sul Monte Rosa e sul Cervino.
  • Mario Fantin (fotografo e cineoperatore): nonostante non presentasse un curriculum alpinistico sullo stesso livello dei suoi compagni, era conosciuto per le sue riprese fotografiche e cinematografiche in ambito alpinistico.
  • Cirillo Floreanini: aveva compiuto notevoli imprese alpinistiche nelle Alpi Giulie. Di professione faceva il disegnatore.
  • Pino Gallotti: in quanto ingegnere, fu designato come responsabile del materiale tecnico della spedizione, fra cui le bombole d’ossigeno. Alpinisticamente aveva una notevole esperienza nelle Alpi Occidentali e in particolare sul Monte Bianco.
  • Lino Lacedelli (giunto in vetta il 31 luglio): guida alpina e maestro di sci, facente parte del gruppo degli Scoiattoli di Cortina, aveva compiuto diverse salite estreme in Dolomiti ma aveva esperienza anche nelle Alpi Occidentali.
  • Guido Pagani (medico della spedizione): in quanto medico e alpinista di discreto livello fu selezionato quale medico della spedizione.
  • Mario Puchoz (deceduto per edema polmonare nelle prime fasi della spedizione): guida alpina, svolgeva la maggior parte della sua attività sul Monte Bianco.
  • Ubaldo Rey: guida alpina e gestore di un rifugio alpino, con notevole esperienza sul Monte Bianco e nelle Alpi Occidentali in genere.
  • Gino Soldà: il più anziano del gruppo (47 anni) con notevole esperienza nel sesto grado sulle Dolomiti.
  • Sergio Viotto: guida alpina e falegname, aveva salito tutte le “grandi classiche” del Monte Bianco.
10 alpinisti hunza, indicati ufficialmente come “portatori d’alta quota”
Fra questi Amir Mahdi raggiunse 8100 metri (nei pressi dell’ultimo campo), e Isakhan raggiunse i 7300 metri del campo VII
5 ricercatori
2 membri pakistani
  • Ata Ullah: osservatore del governo pakistano.
  • Badshajan: aiuto topografo.

Furono inoltre assunti moltissimi portatori Balti per il trasporto del materiale lungo il ghiacciaio del Baltoro fino al campo base, sul ghiacciaio Godwin-Austen.

Dal team fu inspiegabilmente escluso Riccardo Cassin, che l’anno precedente aveva condotto con Desio la ricognizione sul posto, il quale fu lasciato a casa in seguito al risultato di discussi esami medici. Secondo un’opinione diffusa, il professor Desio temeva che la forte personalità ed il carisma del Cassin potessero mettere in discussione la sua leadership, adombrandone il merito in caso di riuscita dell’impresa.

Via seguita

K2 da est, fotografato da Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi nella spedizione del 1909

La via seguita fu lo Sperone Abruzzi, scoperto nel 1909 dalla spedizione di Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi.

Per la conquista della vetta (8611 m) furono posti i seguenti campi (quote secondo la relazione ufficiale di Desio):

  • 4970 m: campo base
  • 5580 m: campo I
  • 6095 m: campo II
  • 6378 m: campo III
  • 6560 m: campo IV
  • 6678 m: campo V
  • 6970 m: campo VI
  • 7345 m: campo VII
  • 7627 m: campo VIII
  • 8050 m (8060 m sulle carte IGM): campo IX (la quota non è però corretta in quanto in effetti il campo venne posto forse a 8150 m ~ 8160 m, a quota di poco superiore al bivacco Bonatti-Mahdi).
  • 7990 m: bivacco Bonatti-Mahdi (la quota non è però corretta in quanto il bivacco, piuttosto, è da situarsi a poco più di 8100 m).

Gestione della spedizione

La complessità dei problemi e la gravità dei rischi da affrontare, la responsabilità di un’impresa caricata in Italia di molti significati extra-alpinistici e nazionalistici, indussero Ardito Desio a impostare la spedizione con pugno di ferro e disciplina militare, così come Karl Maria Herrligkoffer aveva fatto l’anno prima con la spedizione al Nanga Parbat. Ma come allora, anche qui questo comportamento fu, in seguito, all’origine di molte critiche e polemiche.

Ardito Desio, per quanto fosse capo della spedizione, non salì mai oltre la quota del campo base (4970 m) e demandò a Compagnoni il comando della spedizione in quota, limitandosi a emettere dal campo base quattordici ordini di servizio dattiloscritti, che venivano poi fatti recapitare, anche con notevole ritardo, ai campi più alti. Il modo autoritario con cui coordinò l’andamento della missione gli guadagnò l’appellativo ironico di “ducetto”.

Storia

Le operazioni cominciano tra la fine di maggio e gli inizi di giugno. Si allestiscono i primi campi. Il 21 giugno Mario Puchoz muore al campo II, di polmonite fulminante, secondo la versione ufficiale dell’epoca, ma in realtà di edema polmonare, e viene seppellito nei pressi del campo base, in corrispondenza del memorial Gilkey.

Viene predisposta una serie di corde fisse per consentire agli alpinisti di muoversi agevolmente tra il campo base e i campi avanzati al fine di acclimatarsi all’alta quota e trasportare in alto il materiale destinato alla salita in vetta. Viene costruita una piccola teleferica manuale nella parte più bassa del percorso.

Il 18 luglio le due cordate composte da Bonatti-Lacedelli e Compagnoni-Rey finiscono di predisporre i circa 700 metri di corde fisse sulla cosiddetta Piramide Nera, la difficile zona rocciosa poco sotto i 7000 metri che contiene il famoso Camino Bill. Gli alpinisti, aiutati dai portatori hunza, si alternano nel trasporto di viveri ed altri rifornimenti ai campi avanzati.

Il 25 luglio viene raggiunta la quota di 7345 m e allestito il campo VII nel luogo dove si era trovato il campo VIII della spedizione americana del 1953. Seguono 2 giorni di maltempo.

Gli ultimi campi

Walter Bonatti ed Erich Abram al campo base

Foto scattata in vetta da Compagnoni
  • 28 luglio. Abram, Compagnoni, Gallotti, Lacedelli e Rey partono dal campo VII per andare a montare il campo VIII a 7750 m. Bonatti, indebolitosi negli ultimi due giorni per problemi di digestione, resta al campo VII. Rey (inizialmente designato per raggiungere la vetta insieme a Compagnoni), dopo una mezzora e 50 m di dislivello, colto da malore, è costretto ad abbandonare il suo carico e a rientrare al campo VII. Gli altri 4 montano il campo VIII più in basso del previsto, a una quota di 7627 m, al riparo di un muro di ghiaccio. Compagnoni e Lacedelli vengono designati per raggiungere la vetta, e passano la notte del 28 luglio al campo VIII, gli altri (Abram e Gallotti) riscendono al campo VII. Gallotti, durante la discesa, scivola sul ghiaccio per 50 ~ 70 m, non riesce a piantare la piccozza ma fortunatamente si gira e riesce a fermarsi piantando un rampone.
  • 29 luglio. Compagnoni e Lacedelli partono dal campo VIII per montare il campo IX alla quota prevista di 8100 m, ma riescono soltanto a salire lungo il muro di ghiaccio per un centinaio di metri e sono costretti ad abbandonare il loro carico e a rientrare distrutti al campo VIII. Abram e Gallotti, ancora un po’ stanchi, insieme a Rey e Bonatti, con quest’ultimo che si è invece ben ristabilito, partono dal campo VII verso il campo VIII, per trasportare materiale tra cui 2 bastini con bombole di ossigeno. Ma dopo poco Abram e Rey, sfiniti, abbandonano il loro carico e ridiscendono. Abram cercherà di riprendersi al campo VII, Rey sarà costretto dal mal di montagna a fare ritorno al campo base. Restano sul posto i due bastini con le bombole d’ossigeno mentre Bonatti e Gallotti continuano a portare viveri e altro materiale indispensabile al campo VIII che raggiungono nel pomeriggio per piantarvi una nuova tenda. La sera al campo VIII viene deciso che Compagnoni e Lacedelli partiranno il giorno successivo con il materiale per allestire il campo IX, piazzandolo però più in basso di quanto previsto, di modo da consentire a Bonatti e Gallotti di scendere a recuperare le bombole d’ossigeno, fondamentali per la salita e rimaste nei pressi del campo VII, e di portarle poi al campo IX. Si decide quindi di installare il campo IX a 7900 m. I quattro passano la notte al campo VIII.
  • 30 luglio. Compagnoni e Lacedelli partono per installare il campo IX alla quota di circa 7900 m concordata la sera prima. Bonatti e Gallotti invece scendono fino a 7400 m per recuperare i due bastini con le bombole di ossigeno, abbandonativi il giorno prima. Sono raggiunti nel frattempo, dal campo VII, da Abram e dagli hunza Mahdi e Isakhan. Bonatti e Mahdi, i più in forma, si caricano sulle spalle le bombole mentre gli altri prendono i viveri e tutti e quattro salgono fino al campo VIII, dove Gallotti e Isakhan si fermano. Alle 15.30, dopo un riposo di 1 ora e mezza, Bonatti, Abram e Mahdi partono verso il campo IX, alternandosi nel trasporto delle bombole. I tre alpinisti superano il muro di ghiaccio e raggiungono il plateau sovrastante circa un’ora dopo, ma non trovano il campo nel punto concordato. Riescono a comunicare a voce con Compagnoni e Lacedelli, gridando per farsi dare indicazioni. Compagnoni e Lacedelli rispondono di seguire le tracce. Verso le 17.30-18 ci sono altri scambi di voci tra i due gruppi. Abram, sfinito, è costretto a riscendere. In seguito gli alpinisti non riusciranno a comunicare per diverse ore.
    Bonatti e Mahdi continuano quindi a salire verso il campo IX. Ma, essendo questo più in alto di quanto concordato, non riescono a raggiungerlo prima del sopraggiungere dell’oscurità. Quando arriva il buio i due si trovano a circa 8100 m su un ripido pendio ghiacciato sotto una fascia rocciosa (in seguito nota come “il collo di bottiglia”) e non sono in grado né di scendere né di salire senza luce. Chiamando a gran voce riescono finalmente a farsi udire da Lacedelli. Individuano la luce della torcia del campo in diagonale alla loro sinistra, oltre un pericoloso canale, impossibile da attraversare al buio. Lacedelli dice loro di lasciare le bombole e scendere, Bonatti risponde che potrebbe riscendere ma che Mahdi non è in grado. Vi è tuttavia un difetto nella comunicazione e Lacedelli si convince che i due stiano riscendendo, e rientra quindi nella sua tenda non sentendo più i loro richiami. Bonatti e Mahdi passano quindi la notte tra il 30 e il 31 luglio all’aperto, su di uno scalino di sessanta centimetri scavato nella neve con le piccozze, affrontando un bivacco notturno senza tenda e senza sacchi a pelo nella zona della morte, aggravato da una bufera scatenatasi nella notte. Mahdi è in stato confusionale e Bonatti deve trattenerlo più volte per evitare che cada nel canalone.
  • 31 luglio. Alle primissime luci (4.30 circa) Mahdi, che ha riportato gravi congelamenti a mani e piedi ed è ancora in stato confusionale, comincia a scendere, ignorando Bonatti che invece consiglia di aspettare il sorgere del sole, arrivando al campo verso le 5.30. Verso le sei anche Bonatti inizia a scendere, e giunge al campo VIII intorno alle 7.30. Compagnoni e Lacedelli partono dal campo IX verso le 6.30 e raggiungono il bivacco di Bonatti-Mahdi per recuperare le bombole di ossigeno lasciatevi dagli stessi Bonatti e Mahdi. Tra le 8.00 e le 8.30 iniziano quindi l’ascensione alla vetta facendo uso di ossigeno per tutta la salita.

Alle ore 18 del 31 luglio 1954, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli raggiungono la vetta a 8611 m. L’Hunza Isakhan e gli altri alpinisti rimasti al campo VIII a 7627 m (Bonatti, Gallotti, Abram e Mahdi) li vedono raggiungere la vetta. Sulla vetta piantano una piccozza con le bandiere italiana e pakistana, e si tolgono i guanti per scattarsi vicendevolmente alcune foto. Per questo Compagnoni riporterà gravi congelamenti a due dita che dovranno in seguito essere amputate e lo stesso successe a Lacedelli ad un pollice. Dopo qualche tempo, cominciano la discesa. Raggiungono il campo VIII verso le 23 e festeggiano con i loro compagni.

La notizia giunse in Italia a mezzogiorno del 3 agosto e fu accolta con grande entusiasmo e come simbolo della rinascita del Paese nel dopoguerra: da quel momento il K2 divenne per tutti la montagna degli italiani.

 Wikipedia

Un pensiero al giorno

luglio 30, 2017

 

”  ‘E donne ‘n grado

    de cambia l’omini esistono.

     Se chiamano badanti.  “

 

( aforismi romani )

Oggi accadeva

luglio 30, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1943       30         luglio           Lazio

Ambrosio Vittorio.jpg

Generale Vittorio Ambrosio

 

Il capo di Stato maggiore Ambrosio sostiene la necessità di rompere immediatamente l’alleanza con i tedeschi; il ministro degli Esteri Guariglia già da due giorni ha avviato contatti – al momento infruttuosi – con gli Alleati. La diplomazia angloamericana intende mantenersi ferma sulla richiesta di < resa incondizionata > da parte dell’Italia.

 

Giorni di Storia n° 1

 

La storia

Vittorio Ambrosio (Torino, 28 luglio 1879Alassio, 19 novembre 1958) è stato un generale italiano.

Partecipò alla Guerra italo-turca e alla prima guerra mondiale. Nel 1942, durante la seconda guerra mondiale, fu Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Dal 1º febbraio al novembre 1943 fu Capo di Stato Maggiore generale ed ebbe un ruolo importante durante le torbide e oscure vicende dell’armistizio dell’8 settembre 1943.

L’armistizio con le forze alleate

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Armistizio di Cassibile e Operazione Giant 2.

Nei giorni successivi, Ambrosio propose Giuseppe Castellano quale rappresentante italiano per le trattative di pace con gli anglo-americani. Le istruzioni che il Capo di Stato Maggiore dette al suo braccio destro, il 12 agosto 1943, furono di esporre la nostra situazione militare, ascoltare le intenzioni degli alleati e, soprattutto “dire che noi non possiamo sganciarci dalla Germania senza il loro aiuto”. Gli anglo-americani, invece, richiesero preliminarmente la resa incondizionata e la cessazione delle ostilità (poi formalizzate nell’Armistizio di Cassibile) e di rimandare di alcune settimane la sottoscrizione delle clausole più dettagliate della resa (cosiddetto “armistizio lungo”).

Il 1º settembre 1943 si tenne una riunione “allargata” del Consiglio della Corona, cui parteciparono il capo del Governo, il Ministro degli Esteri Raffaele Guariglia, il Capo di Stato Maggiore Generale, Ambrosio, il generale Castellano, il generale Roatta, il generale Carboni e il Ministro della Real Casa Pietro d’Acquarone, in rappresentanza del re, che, inspiegabilmente, era assente. Nonostante le obiezioni del generale Carboni, l’armistizio fu formalmente accettato. Il giorno 3 settembre 1943, a Cassibile, Giuseppe Castellano pose la sua firma alla conclusione della guerra tra l’Italia e le potenze alleate. All’atto della firma, tuttavia, Castellano non era consapevole che esistesse già la versione più dettagliata e penalizzante della resa, il cosiddetto “armistizio lungo”, per la poca chiarezza in proposito, da parte degli angloamericani. Di conseguenza, nei cruciali giorni seguenti, neanche a Roma furono al corrente di questa importante circostanza.

Sin dalla fine di agosto Vittorio Ambrosio e lo Stato maggiore dell’esercito avevano elaborato per le Forze Armate la circolare op. 44, posta a conoscenza dei Comandanti di armata tra il 2 e il 5 settembre 1943. In tale circolare si ordinava “di interrompere a qualunque costo, anche con attacchi in forze ai reparti armati di protezione, le ferrovie e le principali rotabili alpine” e di “agire con grandi unità o raggruppamenti mobili contro le truppe tedesche”. La circolare op. 44 ne ricalcava una del precedente 10 agosto, ma la sua attuazione era condizionata ad ordini successivi. Sembra che Badoglio sia stato all’oscuro di tali istruzioni sino al giorno 3 settembre. Inoltre, il documento cartaceo della circolare op. 44 doveva essere distrutto col fuoco immediatamente dopo la notifica.

Nel frattempo, sottoscritto l’armistizio, gli alleati avevano trattenuto il generale Castellano a Cassibile e, il 5 settembre, avevano rimandato a Roma i suoi due accompagnatori, il Maggiore Luigi Marchesi e il pilota magg. Vassallo, senza comunicare la data esatta in cui doveva essere reso noto l’armistizio stesso. Castellano, tuttavia aveva dato loro una lettera per il generale Ambrosio con l’erronea indicazione – da riferire a Badoglio – che tale data sarebbe caduta tra i giorni 10 e 15 settembre, probabilmente il 12. I due emissari italiani, inoltre, avevano con loro dei documenti dove si comunicava che gli alleati, il giorno della dichiarazione dell’armistizio, avrebbero attuato lo sbarco di una divisione aviotrasportata, in quattro aeroporti nei pressi della Capitale (Operazione Giant 2).

Presa visione di tali documenti, il Capo di Stato Maggiore generale diramò un primo promemoria di attuazione della circolare op. 44, per mantenere il saldo possesso degli aeroporti romani di Cerveteri, Furbara, Centocelle e Guidonia. La mattina del 6 settembre, vi fu una riunione alla quale parteciparono il re, Badoglio, Ambrosio, e Ministro della Real Casa Acquarone. Dopo tale riunione, Ambrosio diramò un’ulteriore promemoria alla marina e ai comandanti delle truppe di stanza in Grecia e in Jugoslavia, di tenersi allertati, per il ricevimento di ordini “a viva voce”.

L’8 settembre

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Fuga di Vittorio Emanuele III e Mancata difesa di Roma.

La sera del 7 settembre 1943, dopo essere sbarcati a Gaeta, giunsero a Roma due ufficiali americani (Maxwell Taylor e William Gardiner) per concordare i particolari operativi della difficile Operazione Giant 2. In quell’occasione i due militari americani, visibilmente agitati a causa dei tempi ristretti e dell’urgenza, rivelarono che l’indomani 8 settembre era il giorno x , cioè il giorno della proclamazione dell’armistizio. In quel momento, rassicurato dalle precedenti informazioni, che individuavano il giorno 12 quale data di comunicazione, il Capo di Stato Maggiore Ambrosio era a Torino per motivi familiari e per prelevare e distruggere alcuni importanti documenti, così come poi egli dichiarò. Alle ore 23.00, quindi, i due ufficiali americani furono ricevuti dal generale Carboni, il quale fu preso dal panico e, contrariamente a quanto assicurato ad Ambrosio il giorno prima, sostenne con forza che lo schieramento italiano non avrebbe potuto resistere più di sei ore alle truppe tedesche. Il colloquio si trasferì allora nella residenza di Badoglio che, data l’ora tarda, fu appositamente svegliato, e dove il comandante dei servizi segreti riuscì a convincere il Capo del governo del suo punto di vista. Badoglio dettò allora un radiogramma per il generale Eisenhower, in cui si chiedeva l’annullamento dell’Operazione Giant 2 e il rinvio della dichiarazione dell’avvenuto armistizio.

Per tutta risposta, la mattina dell’8 settembre, il generale Eisenhower dettò un radiogramma ultimativo al Maresciallo Badoglio e richiese il ritorno dei due ufficiali americani; inoltre, dopo aver annullato – come richiesto – l’Operazione Giant 2, rese nota la stipula dell’armistizio tra l’Italia e le forze alleate, dalle onde di Radio Algeri, all’ora prevista. Rientrato a Roma nella mattinata dell’8 settembre, Ambrosio, alle 18.45, prese parte ad una concitata riunione del Consiglio della Corona, ove, nonostante la contrarietà del generale Carboni, i presenti decisero di accettare lo stato di fatto e il Capo del governo fu incaricato di comunicare alla nazione la conclusione della resa. L’annuncio del Maresciallo Badoglio avvenne un’ora dopo, dai microfoni dell’E.I.A.R.

Alle ore 0.20 del 9 settembre, Ambrosio decise di diramare un dispaccio radio con il quale si prescriveva alle forze armate di non aprire il fuoco sulle truppe tedesche, se non in caso di attacco di queste ultime e di permettere comunque il loro transito inoffensivo. Più tardi, il Capo di Stato maggiore ritenne che l’ordine alle Forze Armate di attuazione dalla circolare op. 44 dovesse essere firmato dal Maresciallo Badoglio, ma non riuscì a rintracciarlo. Un timido tentativo lo effettuò la mattina dopo, senza alcun esito. Secondo Ruggero Zangrandi, Badoglio avrebbe posto un veto assoluto a quella diramazione, anche se, successivamente, il maresciallo avrebbe escluso che gli fosse mai stata chiesta alcuna autorizzazione.

All’alba del 9 settembre, secondo Indro Montanelli e Mario Cervi la superiorità germanica era incontestabile nell’Italia settentrionale, ma il rapporto era rovesciato nell’Italia centrale e nell’Italia meridionale, poiché le divisioni tedesche erano alle prese con gli anglo-americani che, dopo lo sbarco presso Reggio Calabria risalivano dal fondo lo stivale, e stavano per stabilire una testa di ponte a Salerno. In particolare a Roma, la situazione – sulla carta – era abbastanza favorevole all’esercito italiano (sei divisioni schierate, più altre due che stavano arrivando, per un totale di 50.000 uomini e 380 mezzi corazzati, a fronte di due divisioni tedesche, in totale circa 30.000 uomini, equipaggiati con 130 mezzi corazzati). Con il controllo degli aeroporti garantito dall’Operazione Giant 2 e il conseguente controllo dello spazio aereo, si poteva oggettivamente resistere, per i giorni necessari ad attendere l’arrivo delle truppe alleate dal meridione. Di avviso contrario fu il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano Roatta che, in quelle ore, consegnò al generale Carboni un ordine scritto con il quale lo si nominava Comandante di tutte le truppe dislocate in Roma, escludendo, però, la difesa della capitale.

In tale clima il sovrano, il Maresciallo Badoglio e gli stessi Ambrosio e Roatta, il 9 settembre, alle ore 5.10, si accinsero a partire clandestinamente per raggiungere il Sud, via Pescara, percorrendo proprio la Via Tiburtina, ove Roatta aveva disposto il ripiegamento di un corpo d’armata motorizzato, inizialmente previsto a difesa di Roma. I sovrani e gli altri componenti della spedizione si imbarcarono la mattina del 10, dal porto di Ortona, con la corvetta Baionetta (classe Gabbiano, serie Scimitarra), diretti a Brindisi, dove si stabilì la sede del governo. Roma si arrese ai tedeschi il 10 settembre alle ore 16.00.

Wikipedia

Un pensiero al giorno

luglio 29, 2017

 

” Carissima mamma

   ho ricevuto la tua lettera proprio oggi.

  Ti ringrazio. Sono molto contento

  delle buone notizie che mi dai,

  specialmente di Carlo. “

 

( Antonio Gramsci )

Lettere dal carcere

Oggi accadeva

luglio 29, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1924         29         luglio            Umbria

 

Ad Assisi il convegno della Associazione nazionale combattenti, che è sempre stata uno dei maggiori puntelli politici del fascismo, proclama la propria autonomia e chiede al governo la repressione di tutti gli illegalismi. Ad alcuni antifascisti sembra un segno incoraggiante della disgregazione attorno a Mussolini.

 

Giorni di Storia n° 27

 

Un pensiero al giorno

luglio 28, 2017

 

 ” Cara Tania,

   certo immagini quanto dolore

   abbia sentito e senta per tuto questo

   trambusto di malattie in cui ti sei

   trovata per causa mia. “

 

( Antonio Gramsci )

lettere dal carcere

Oggi accadeva

luglio 28, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1914           28         luglio          Austria

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Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este

 

Con la dichiarazione di guerra dell’Austria-Ungheria alla Serbia, scappia la Prima guerra mondiale, in seguito all’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo.

Giorni di Storia n° 14

La Storia

Francesco Ferdinando Carlo Luigi Giuseppe d’Asburgo Este (Graz, 18 dicembre 1863Sarajevo, 28 giugno 1914), fu arciduca della dinastia degli Asburgo in Austria ed erede al trono austro-ungarico.

Il suo assassinio da parte di Gavrilo Princip a Sarajevo, città della Bosnia ed Erzegovina annessa all’Austria, rappresentò il pretesto impiegato dall’Impero austro-ungarico per dichiarare guerra alla Serbia, diventando quindi il casus belli della prima guerra mondiale.

Francesco Ferdinando era figlio di Carlo Ludovico d’Asburgo-Lorena e di Maria Annunziata di Borbone-Due Sicilie. Nelle sue vene scorreva il sangue di 112 famiglie aristocratiche e tra i suoi avi si contano 2047 antenati illustri, tra i quali Maria Teresa d’Austria, Carlo V, Filippo II di Spagna, Luigi XIV di Francia, Ugo Capeto, Carlo Magno, Enrico I l’Uccellatore, Eleonora d’Aquitania, Federico II di Svevia, Maria Stuarda e molti altri.

Con la morte di Francesco V d’Este, ultimo duca di Modena, nel 1875, si estinse il ramo maschile della famiglia che discendeva dal nonno. Il duca aveva lasciato in eredità gran parte delle sue proprietà private a Francesco Ferdinando, a certe condizioni, fra cui l’adozione del nome degli Este.

La carriera militare

Francesco Ferdinando con la medaglia della navigazione del 1892/1893

Come gran parte dei figli maschi della dinastia degli Asburgo, entrò in giovane età nell’esercito austriaco. Solo per la sua appartenenza all’alta aristocrazia venne promosso molto rapidamente, e, alla sola età di 14 anni, raggiunse il grado di tenente, capitano a 22, colonnello a 27 e maggiore generale a 31. Pur non avendo mai frequentato un corso superiore di stato maggiore, venne considerato idoneo al comando e gli venne conferito il comando del 9º reggimento di ussari ungherese. Nel 1898 ricevette una commissione “per speciale disposizione di Sua Maestà” di svolgere un’indagine su tutti gli aspetti del servizio militare in alcuni dipartimenti.

Ebbe così modo di esercitare una forte influenza sull’esercito, creando una propria cancelleria militare (kleine Militärkanzlei), guidata da Alexander Brosch Edler von Aarenau, in contrapposizione a quella dell’imperatore (Militärkanzlei des Kaisers).

Nel 1913 Francesco Ferdinando, come erede dell’anziano imperatore, venne nominato ispettore generale di tutte le forze armate dell’Austria-Ungheria (Generalinspektor der gesamten bewaffneten Macht), una posizione addirittura superiore a quella del suo predecessore arciduca Alberto d’Asburgo-Teschen dal momento che includeva anche il comando delle operazioni militari in tempo di guerra.

Erede al trono, matrimonio

Castello di Konopiště, residenza estiva di Francesco Ferdinando e della sua famiglia.

Francesco Ferdinando era nipote (figlio del fratello) dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria e al momento della sua nascita terzo in linea di successione al trono dopo il cugino Rodolfo e il padre. Nel 1889 il cugino Rodolfo si suicidò a Mayerling senza lasciare eredi maschi e Carlo Ludovico, padre di Francesco Ferdinando, divenne il primo in linea di successione. Nel 1896 il padre morì e lui scalò al posto di erede al trono austro – ungarico.

Il suo matrimonio (1º luglio 1900) con la contessa Sophie Chotek von Chotkowa fu autorizzato solo dopo che la coppia ebbe accettato che la sposa non avrebbe goduto dello status di reale e che i loro figli non avrebbero dovuto avere pretese al trono. Francesco Giuseppe non partecipò alla cerimonia del matrimonio, così come non vi partecipò il fratello dello sposo, Ferdinando Carlo.

Col matrimonio, la contessa divenne Sua Altezza Serenissima Principessa Sophie von Hohenberg, ma nel 1909 il suo titolo fu elevato a Sua Altezza Duchessa Sophie von Hohenberg, anche se i suoi figli rimasero SAS Principe(ssa) di Hohenberg.

La politica

Mappa della federalizzazione dell’Austria-Ungheria pianificata dall’arciduca Francesco Ferdinando con stati membri della stessa corona ma con governi separati

L’Arciduca e la moglie Sofia, e i loro tre figli (da sinistra), Principe Ernst von Hohenberg, Principessa Sophie, e Maximilian, Duca di Hohenburg, 1910

Francesco Ferdinando si alienò la simpatia di gran parte dell’opinione politica austro-ungarica: i nazionalisti ungheresi si opposero al suo sostegno al suffragio universale maschile, che avrebbe minato la predominanza magiara nel regno ungherese. Sia i sostenitori che gli oppositori all’esistente struttura duale dell’Impero erano sospettosi della sua idea di un terzo regno slavo dominato dai croati, comprendente la Bosnia ed Erzegovina, possibile baluardo contro ciò che veniva percepito nella Ballhausplatz (Ministero degli Esteri) di Vienna come l’irredentismo serbo. I non-cattolici e gli anticlericali erano infastiditi dal suo patronato (22 aprile 1900) all’associazione delle scuole cattoliche.

Francesco Ferdinando al di fuori del mondo tedesco venne considerato a torto come il leader del “partito della guerra” dell’impero austro-ungarico, ma era una percezione completamente falsa. Infatti, l’arciduca fu uno dei principali sostenitori del mantenimento della pace all’interno del governo austro-ungarico, sia durante la crisi bosniaca del 19081909, che durante le guerre balcaniche del 19121913.

Gli storici generalmente attribuiscono al governo di Francesco Ferdinando, idee piuttosto liberali sulla visione dell’Impero alla sua epoca.[1] Dal canto suo era intenzionato a concedere grande autonomia ai diversi gruppi etnici presenti nel territorio imperiale, in particolare ai cechi in Boemia, agli iugoslavi in Croazia ed in Bosnia, proseguendo idealmente ciò che era stato realizzato con la creazione, nel 1867, della monarchia austro-ungarica.

Ma i suoi sentimenti nei confronti degli ungheresi si dimostravano comunque meno generosi: infatti reputava che nel corso dei secoli, il nazionalismo ungherese fosse stato già abbastanza dannoso all’Austria, e addirittura vengono riportati grandi scatti d’ira da parte dell’arciduca, quando gli ufficiali del 9º reggimento ussari, che egli comandava, parlavano in sua presenza in ungherese (malgrado questo fosse di fatto il linguaggio ufficiale del reggimento). Inoltre riteneva che la compagine magiara dell’esercito austriaco potesse rappresentare una minaccia all’interno delle file dell’esercito stesso.

L’Arciduca con Sophie Chotek von Chotkowa pochi attimi prima dell’attentato.

Infine riteneva necessario avere un approccio prudente verso la Serbia, seguendo la linea programmatica di Franz Conrad von Hötzendorf, il quale riteneva che tale stato, pur di rendersi indipendente, avrebbe addirittura coinvolto l’Austria in una guerra contro la Russia, causando rovina per entrambi gli imperi.

Ferdinando ebbe motivi di screzio con il governo, in occasione della Ribellione dei Boxer nel 1900, quando tutti gli stati europei (persino “gli stati nani come Belgio e Portogallo” come li definiva l’arciduca) avevano inviato delle truppe in Cina per sedare la rivolta, mentre l’Austria non era intervenuta.

In politica estera Francesco Ferdinando fu sempre molto attivo, organizzando viaggi e visite a regnanti stranieri con i quali, in molti casi, aveva stretto un rapporto di amicizia, che nella sua ottica, gli sarebbe stato molto utile una volta salito al trono. Grande affinità l’aveva dimostrata con il Kaiser, Guglielmo II di Germania, oltre che con il re Carlo I di Romania, e addirittura col nizam Asif Jah VI di Hyderabad, stato principesco dell’India.

Francesco Ferdinando, inoltre, era un influente sostenitore della marina austro-ungarica, in un’epoca però in cui il divenire una potenza marittima non era tra gli obiettivi dell’impero, motivo per cui era poco conosciuta. Per onorare la sua scelta di preferire la marina, dopo il suo assassinio nel 1914, il corpo di Francesco Ferdinando e di sua moglie vennero trasportati sulla SMS Viribus Unitis.

L’attentato e la morte

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La Gräf & Stift Bois de Boulogne del 1911 sulla quale l’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie stavano viaggiando quando avvenne il tragico attentato del 28 giugno. L’automobile si trova oggi presso l’Heeresgeschichtliches Museum di Vienna

L’uniforme indossata dall’arciduca Francesco Ferdinando il giorno della sua morte. Sono visibili oltre ai fori di proiettile anche tracce di sangue di quell’attentato.

Il 28 giugno 1914, nel giorno di San Vito, noto anche come Vidovdan, l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, e sua moglie Sofia, furono colpiti a morte a Sarajevo dai colpi di pistola sparati da Gavrilo Princip, membro della Mlada Bosna (Giovane Bosnia), un gruppo che mirava all’unificazione di tutti gli jugoslavi (Slavi del sud).

La pistola usata da Gavrilo Princip per assassinare l’arciduca era una Browning FN M1910 semiautomatica di fabbricazione belga (numero di serie 19074, caricatore 32 ACP); il proiettile esploso contro l’arciduca è esposto come pezzo da museo nel castello di Konopiště, vicino alla città di Benešov, nella Repubblica Ceca.

L’assassinio di Francesco Ferdinando confermerebbe una leggenda salisburghese che vuole, per l’uccisore di un camoscio albino, la morte entro un anno. Francesco Ferdinando, infatti, aveva ucciso pochi mesi prima della sua morte un esemplare di questo animale. Per questo evento si fece cucire la camicia addosso e popolarmente si crede che ciò impedì alle persone che lo soccorsero di salvarlo.[senza fonte]

Un resoconto dettagliato dell’assassinio venne fatto nell’opera Sarajevo da Joachim Remak:

« Un proiettile colpì il collo di Francesco Ferdinando mentre l’altro prese l’addome di Sofia. … Quando la macchina stava facendo inversione (per tornare alla residenza del Governatore ove la coppia imperiale sarebbe stata soccorsa) un rivolo di sangue uscì dalla bocca dell’arciduca e fu a quel punto che la duchessa esclamò: “Cosa diavolo succede!? Cosa ti è successo?!” e cadde quindi sulle ginocchia del marito morendo. »
« Malgrado quanto stesse succedendo, Francesco Ferdinando trovò la forza di voltarsi verso la moglie implorando: “Sopherl! Sopherl! Sterbe nicht! Bleibe am Leben für unsere Kinder! – Sofia cara! Non morire! Rimani viva per i nostri bambini!”. Il suo cappello piumato cadde e molte altre piume verdi vennero trovate sul pavimento interno della macchina. Il conte von Harrach, che si trovava di fronte alla coppia, cercò di sbottonare il colletto della divisa dell’arciduca chiedendo “Leiden Eure Kaiserliche Hoheit sehr? – State soffrendo molto vostra altezza imperiale?” “Es ist nichts – Non è niente” disse l’arciduca con una debole voce appena udibile. Era ormai chiaro che stava perdendo coscienza. »
« La macchina si fermò dunque di fronte al Konak bersibin (municipio). Malgrado l’intervento tempestivo dei dottori, l’arciduca morì mentre veniva portato con la moglie all’interno dell’edificio. »

Francesco Ferdinando è oggi sepolto nel Castello di Artstetten nella Bassa Austria.

Wikipedia

Un pensiero al giorno

luglio 27, 2017

 

”  Cara mamma,

    Ti ricordi quella mendicante di Mogoro

     che ci aveva promesso di venirci a

     prendere con due cavalli bianchi e due

     cavalli neri per andare a scoprire il

      tesoro difeso dalla musca magheddà e

      che noi l’abbiamo attesa per mesi e mesi? “

 

( Antonio Gramsci )

Lettere dal carcere

Oggi accadeva

luglio 27, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1797      27        luglio            E.Romagna

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Se poco dopo, l’Emilia conflui nella Cisalpina, una e indivisibile, con Milano capitale, non fu certo per effetto del promemoria, che forse Napoleone non lesse mai, ma perché la nuova repubblica venne ritenuta non pericolosa per la Francia, che con prevista trasformazione del Piemonte in provincia francese si assicurava un cuscinetto protettivo al di là di quei confini naturali, che pure avevano costituito la giustificazione delle conquiste militari sul Reno, nel Nizzardo e in Savoia. Questa sistemazione fu consacrata il 17 ottobre 1797 dal Trattato di Campoformio. S.M. l’Imperatore, re d’Ungheria e di Boemia, riconosceva come potenza indipendente la Repubblica Cisalpina, alla quale venivano attribuiti <la Lombardia ex austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, la città e la fortezza di Mantova, il Mantovano, Peschiera, la parte degli Stati precedentemente veneziani a ovest e a sud della linea stabilita dall’art. 6 per le frontiere degli Stati di S.M. l’Imperatore in Italia, il Modenese, il Principato di Massa e Carrara e le tre legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna.

Gli Insorgenti pag 120

La storia

La Repubblica Cispadana fu una delle “Repubbliche sorelle” dell’Italia settentrionale soggette alla prima repubblica francese. Nata nel 1796, nell’anno successivo, con l’annessione alla Lombardia, confluì nella Repubblica Cisalpina.

Subito dopo l’entrata di Napoleone in Italia, il 10 aprile 1796, le truppe francesi occuparono i territori sotto il dominio austriaco, ovvero il Ducato di Milano, i territori del Ducato di Modena e Reggio, e due Legazioni dello Stato della Chiesa, ossia Ferrara e Bologna. Il duca Ercole III d’Este, intuita per tempo la malaparata, si era già messo in fuga il 7 maggio tesoro al seguito, lasciando i suoi domini ad una reggenza, sciolta dai francesi al loro arrivo l’8 ottobre, quando già da tre mesi i transalpini erano entrati a Bologna, dove si era formata una municipalità repubblicana, e a Reggio, che era ugualmente insorta.

Il 16 ottobre 1796 si tenne a Modena un congresso con i rappresentanti delle province di Modena e Reggio Emilia e delle ex legazioni pontificie di Ferrara e Bologna, che riunì le quattro città in quella che prese il nome di Confederazione Cispadana. Il congresso fu organizzato, non ufficialmente, da Napoleone, il cui esercito aveva attraversato l’Italia del nord all’inizio dell’anno e aveva necessità di stabilizzare la situazione in Italia e di riunire nuove truppe per una nuova offensiva contro l’Austria.

Bandiera della Guardia Civica Modenese della Repubblica Cispadana

Il 23 dicembre, a Reggio Emilia, il congresso proclamò che le quattro province avrebbero formato la Repubblica Cispadana e invitò gli altri popoli italiani ad unirsi a loro. Venne formata una guardia civica, composta da cacciatori e artiglieri.

Il 7 gennaio 1797, nella sala dell’Archivio ducale di Reggio Emilia, il congresso decise di stabilire un governo; la bandiera prescelta fu un tricolore orizzontale, con strisce rosse, bianche e verdi, al centro, un emblema composto da una faretra, che si erge su trofei di guerra, con dentro quattro frecce che simboleggiavano le quattro province originali, all’interno di una corona di alloro. Nasce ufficialmente quello che sarà il tricolore italiano.

Napoleone Bonaparte Il 19 maggio 1797 ordinò che la Romagna, ottenuta con il Trattato di Tolentino, si unisse alla Repubblica Cispadana e che da essa se ne distaccassero Modena, Reggio, Massa e Carrara per aggregarsi alla Repubblica Cisalpina proclamata dal generale il 30 giugno, 12 messidoro.

Il 27 luglio 1797, 9 termidoro, il Direttorio della Repubblica Cisalpina annunciò di avere accolto con decorrenza immediata la richiesta di annessione del resto della Repubblica Cispadana, che così si sciolse.

Wikipedia

Un pensiero al giorno

luglio 26, 2017

 

” Caro Bertì

Una delle attività più importanti,

secondo me, da svolgere da parte

del corpo insegnane sarebbe quella

di registrare, sviluppare e coordinare

le esperienze e le osservazioni

pedagogiche e didattiche; da  questo

inìnterrotto lavoro solo può nascere  il tipo

di insegnante che l’ambiente richiede. ”

 

(Antonio Gramsci)

Lettere dal carcere