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Un pensiero al giorno

luglio 3, 2017

 

” La felicità

   è un’opera d’arte.

Trattatela con cura. “

 

(Edith Wharton)

 

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Oggi accadeva

luglio 3, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1948         3            luglio          Lazio

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Vincenzo Cardarelli

 

A Roma nel Ninfeo di Valle Giulia, il Premio Strega viene assegnato a Vincenzo Cardarelli per ” Villa Tarantola”. Prosatore e poeta, Cardarelli fugge diciottenne, dalla natia Tarquinia. Nel dopoguerra dirige “La Fiera Letteraria”. Per una grave malattia gira con il cappotto anche in agosto. Sogna donne bellissime alle quali dedica i suoi versi. Muore nell’estate 1959 in via Veneto, dove Fellini gira ” La dolce vita”.

 

La storia

Vincenzo Cardarelli, nato Nazareno Caldarelli (Corneto Tarquinia, 1º maggio 1887Roma, 18 giugno 1959), è stato un poeta, scrittore e giornalista italiano.

Vincenzo Cardarelli, il cui vero nome era Nazareno Caldarelli, nacque a Corneto Tarquinia (Viterbo), attuale Tarquinia, dove suo padre (Antonio Romagnoli), d’origine marchigiana, gestiva il buffet della stazione ferroviaria e qui trascorse la sua infanzia e la sua adolescenza. Figlio illegittimo, ebbe un’infanzia travagliata, privata sin dall’inizio della presenza materna (Giovanna Caldarelli abbandonò la famiglia quando Vincenzo era piccolo), caratterizzata da una menomazione al braccio sinistro e dalla solitudine.[1] Compì studi irregolari, formandosi prevalentemente da autodidatta. All’età di diciassette anni fuggì di casa e approdò a Roma dove, per vivere, fece i più svariati mestieri, fra i quali il correttore di bozze presso il quotidiano Avanti!. Sull’Avanti!, del quale divenne redattore, ebbe inizio, nel 1909, la sua carriera giornalistica.

Collaborò a Il Marzocco, La Voce, la rivista Lirica, Il Resto del Carlino e, dopo gli anni della prima guerra mondiale che aveva trascorso tra la Toscana, il Veneto e la Lombardia, rientrò a Roma e insieme a un gruppo di intellettuali fondò la rivista La Ronda attraverso la quale espresse il suo programma di restaurazione classica. Fu direttore, dal 1949, della Fiera letteraria, insieme al drammaturgo forlivese Diego Fabbri.

Vincenzo Cardarelli

Nel settembre del 1915 è a Firenze dove frequenta l’ambiente vociano, legandosi in particolare ad Ardengo Soffici e a Giuseppe De Robertis. Nel 1918 prende a collaborare a Il Tempo (Quotidiano politico). Nella sede del giornale romano stringe amicizia con Giovanni Papini, che lo presenta all’editore Vallecchi per il nuovo volume Viaggi nel tempo.

Nell’aprile del 1919 nasce La Ronda. Cardarelli abbandona Il Tempo (Quotidiano politico) per occuparsi personalmente della redazione della rivista, che incarnò il movimento letterario da essa detto rondismo. Nel febbraio del 1920 esce Viaggi nel tempo. Terminata alla fine del 1922 l’esperienza rondista, nel 1925 inizia a collaborare al nuovo quotidiano Il Tevere di Telesio Interlandi, inizialmente come critico teatrale, in seguito occupandosi di letteratura. Tra settembre e dicembre pubblica sul medesimo giornale diverse prose liriche (confluite in seguito nel Sole a picco). Dall’agosto del 1926 scrive di frequente sul Corriere padano di Ferrara, nell’autunno dello stesso anno avvia, assieme a Giuseppe Raimondi, la collaborazione a L’Italiano, diretto dal giovanissimo Leo Longanesi. Nel 1928 si reca in Russia, inviato de Il Tevere: le corrispondenze russe troveranno spazio nel quotidiano romano dal novembre sino all’aprile del 1929. Nel 1930 di ritorno dalla Russia, scrive su Il Bargello di Firenze.

Il quadro Amici al caffè di Amerigo Bartoli, in cui compare Cardarelli, vince il premio di composizione alla XVII Biennale di Venezia. In esso è immortalato uno dei tanti incontri al Caffè Aragno di Roma, a cui Cardarelli era solito prendere parte insieme agli amici Ardengo Soffici, Emilio Cecchi, Antonio Baldini, Giuseppe Ungaretti e Amerigo Bartoli.

Nel 1931 escono tre volumi: la ristampa, con alcune variazioni, di Prologhi. Viaggi. Favole; i due testi critici Parole all’orecchio e Parliamo dell’Italia, che contiene pagine di consenso al regime fascista. Nel gennaio del 1934 esce la prima edizione di sole poesie, Giorni in piena. Nel 1939 esce Il cielo sulla città presso Bompiani. Progetta nel frattempo la silloge critica Solitario in Arcadia. Nel 1942 si dedica alla sistemazione delle Poesie, in vista di una pubblicazione presso Bompiani, che avviene nello stesso anno, con prefazione di Giansiro Ferrata, dando inizio alla collezione poetica Lo Specchio. Il 21 aprile riceve il Premio Poesia 1942. XX, dell’Accademia d’Italia.

La sua fama resta legata alle numerose poesie e prose autobiografiche di costume e di viaggio, raccolte in Prologhi (1916), Viaggi nel tempo (1920), Favole e memorie (1925), Il sole a picco (1929, versi e prose con illustrazioni del pittore bolognese Giorgio Morandi, opera vincitrice quell’anno del Premio Bagutta, che lo consacra alla fama), Il cielo sulle città (1939), altre prose, sul tema del vagabondaggio lirico fra natura e arte d’Italia, in parte già comparse su Il Tevere, Lettere non spedite (1946), Villa Tarantola (1948).

Vincenzo Cardarelli negli ultimi anni di vita.

Fu un conversatore brillante ed un letterato polemico e severo, avendo vissuto una vita vagabonda, solitaria e di austera e scontrosa dignità. Suoi maestri sono stati Baudelaire, Nietzsche, Leopardi, Pascal, che lo hanno portato ad esprimere le proprie passioni con un senso razionale, senza troppe esaltazioni spirituali; anche se fu apertamente cattolico: «Dal gesuita vien fuori il giacobino, non nascerà mai il nuovo italiano. Ben altro è il cattolicesimo che piace a noi, e che sentiamo: più antico, robusto, ingenuo. Non è né europeo, né spagnolo, ma romano. Risale ai tempi giuridici e ferrei d’Ildebrando, al paternostro, a quel glorioso registro nel quale i parroci cominciarono a tener conto dei nostri nomi, ai secoli d’oro della Chiesa romana».[2]

La sua è una poesia descrittiva lineare, legata a ricordi passati di qualunque tipo, siano paesaggi, animali, persone e stati d’animo, che vengono espressi con un uso di un linguaggio discorsivo e nello stesso tempo impetuoso e profondo.

Per tutta la vita Vincenzo Cardarelli visse appartato, trascorrendo nella solitudine esistenziale quasi tutta la vita; spesso, per affinità poetiche, caratteriali e fisiche (Cardarelli soffriva della malattia di Pott) è stato paragonato a Giacomo Leopardi[3]; morì a Roma il 18 giugno 1959 nell’Ospedale Policlinico, solo e povero.

Episodi degli ultimi tempi di Cardarelli sono narrati da Ennio Flaiano ne La solitudine del satiro.

Riposa nel cimitero di Tarquinia di fronte alla Civiltà etrusca secondo la sua volontà espressa nel proprio testamento. La Civiltà etrusca, frequentemente evocata nelle sue poesie e nelle sue prose aveva ai suoi occhi il valore di un simbolo morale, oltre che tema autobiografico, in quanto era stata il faro che lo aveva guidato durante il suo periplo tra le difficoltà della vita.

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