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Un pensiero al giorno

luglio 4, 2017

 

” Un padre è sempre autorizzato

   a togliere il proprio figlio

   dalla cattiva strada

   nella quale si è messo. “

 

(Alexandre Dumas figlio)

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Oggi accadeva

luglio 4, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1976         4          giugno          Uganda

Entebbe Uganda Airport Old Tower1.jpg

Torre di controllo dell’aeroporto  di Entebbe

 

Con raid notturno all’aeroporto ugandese di Entebbe, truppe israeliane liberano oltre 100 concittadini passeggeri di un aibus, ostaggi di un commando palestinese.

Tele-sette n° 27 del15/07/1

La storia

L’Operazione Entebbe delle Forze armate israeliane ebbe luogo nella notte tra il 3 luglio ed il 4 luglio 1976, nell’aeroporto dell’omonima città ugandese.

I militari che la pianificarono e la condussero le diedero il nome di Mivtsa‘ Kadur Ha-ra‘am (“Operazione Fulmine”). In onore del tenente colonnello Yonatan Netanyahu, comandante del gruppo d’assalto durante il raid ed unico militare israeliano a perdere la vita nell’azione, venne in seguito denominata anche Mivtsa‘ Yonatan (“Operazione Yonatan”).

Il dirottamento

Alle 12.30 del 27 giugno 1976, il volo 139 dell’Air France, un aereo Airbus A300 proveniente da Tel Aviv, decollò dall’aeroporto di Atene diretto a Parigi, con a bordo 248 passeggeri e 12 membri dell’equipaggio. Poco dopo la partenza, il volo venne dirottato da quattro terroristi. I dirottatori, due palestinesi appartenenti al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e due tedeschi aderenti alle Revolutionäre Zellen, ordinarono al pilota di far rotta su Bengasi, in Libia.[5] Qui l’aereo rimase a terra per sette ore, durante le quali fu effettuato il rifornimento; una donna, poiché finse di aver avuto un aborto spontaneo, venne liberata e lasciata tornare in Inghilterra.

In seguito l’Airbus venne fatto decollare dalla città libica per dirigersi verso Entebbe, in Uganda, dove atterrò alle 03:15 del 28 giugno. Il commando, infatti, fu appoggiato dal governo del dittatore ugandese Idi Amin che simpatizzava per i terroristi palestinesi poiché, sebbene originariamente fosse stato sostenuto da molti Governi occidentali, Israele compreso,[5] le sue relazioni diplomatiche degenerarono ed il Governo di Israele rifiutò ad Amin la vendita di velivoli di combattimento che sarebbero serviti per attaccare la Tanzania.

Ai dirottatori si aggiunsero dunque altri quattro terroristi.[5] Il gruppo, guidato da Wilfred Böse (e non da Ilich Ramírez Sánchez, alias “Carlos lo Sciacallo”, come talvolta si sostiene), chiese 5 milioni di dollari[5] e la liberazione di 40 palestinesi detenuti in Israele, oltre a quella di altri 13 che si trovavano nelle prigioni di Kenya, Francia, Svizzera e Germania in cambio della restituzione degli ostaggi; i terroristi dichiararono inoltre che l’ultimatum sarebbe scaduto il 1 luglio alle 14:00: se le loro richieste non fossero state eseguite per tempo, avrebbero iniziato a uccidere gli ostaggi.

Il giorno seguente, 29 giugno 1976, i dirottatori liberarono circa 140 tra i passeggeri dell’Airbus, trattenendo almeno 105 cittadini israeliani ed ebrei. Il capitano del volo, Michel Bacos, decise che, dal momento che tutti i passeggeri erano sotto la sua responsabilità, non ne avrebbe abbandonato alcuno e sarebbe rimasto con gli ostaggi; tutto l’equipaggio fu solidale con il capitano, rifiutando di partire con un altro aereo dell’Air France, giunto ad Entebbe per portare via gli ostaggi liberati. Anche una suora francese rifiutò di partire, insistendo che il suo posto doveva essere preso da un altro ostaggio, ma fu spinta a forza sull’aereo che attendeva i passeggeri liberati dai militari ugandesi. Gli ostaggi rimasti furono rinchiusi nel vecchio terminal dell’aeroporto.

Il raid

Il governo di Israele iniziò le trattative per il rilascio degli ostaggi, studiando al contempo anche altre possibili soluzioni come l’intervento armato. Una volta ottenuti 3 giorni di proroga rispetto all’ultimatum imposto, le alte sfere israeliane riuscirono ad organizzare una missione di salvataggio degli ostaggi che dava buone possibilità di successo e che venne affidata ai militari.

Dopo alcuni giorni dedicati alla raccolta di informazioni ed alla preparazione, il 4 luglio quattro aerei da trasporto C-130 Hercules (detti in gergo Ippopotami) del Heyl Ha’Avir, l’Aeronautica militare israeliana, atterrarono di notte all’aeroporto di Entebbe, ovviamente senza l’aiuto della torre di controllo. L’avvicinamento degli aerei fu fatto sfruttando le capacità di volo a bassa quota unite alle capacità di atterraggio su brevi piste. L’avvicinamento avvenne a fari di navigazione spenti e sfiorando la superficie del lago Victoria.

Un altro aereo militare israeliano, un jet attrezzato per il pronto soccorso medico, atterrava nel frattempo all’aeroporto di Nairobi, in Kenya, mentre un altro aereo attrezzato da centro di comando volante dirigeva l’operazione[6]. Il governo keniota, avversario del regime ugandese, aveva infatti dato il suo appoggio all’operazione.[5] Erano impegnati nell’operazione oltre cento soldati delle IDF (in gran parte elementi del reparto speciale Sayeret Matkal) e, probabilmente, diversi agenti del Mossad.

Gli israeliani atterrarono alle 23.00 circa, con i portelli di carico già abbassati. Fu fatta scendere una Mercedes nera, con due Land Rover al seguito. L’automobile e le Land Rover dovevano simulare la visita dello stesso Amin,[5] per distrarre l’attenzione degli ugandesi e dei terroristi dai militari che si stavano avvicinando al terminal. La Mercedes, originariamente di colore bianco, apparteneva ad un civile israeliano ed era stata riverniciata di nero per il raid, con il presupposto che sarebbe stata restituita al legittimo proprietario, ignaro dell’uso al quale era destinata, con il colore originale[6]. Mentre il convoglio si avvicinava, due sentinelle, che sapevano che recentemente Amin aveva cambiato la sua Mercedes nera con una bianca, ordinarono alle auto di fermarsi e furono immediatamente uccise dagli israeliani.

Gli ugandesi furono ingannati dal diversivo israeliano e lasciarono che il finto corteo presidenziale si avvicinasse fino al terminal in cui erano rinchiusi i passeggeri e l’equipaggio del volo 139. Gli israeliani scesero dai mezzi ed irruppero nell’edificio, urlando agli ostaggi di stare giù. L’avvertimento fu fatto in ebraico ed uno dei passeggeri, che forse non aveva compreso, si alzò, dirigendosi verso i militari appena entrati. Questi ultimi, pensando si trattasse di un terrorista, lo uccisero. La stessa sorte toccò ai tre dirottatori che, trovandosi nel salone, cercarono di resistere.

Un soldato, sempre in ebraico, chiese ai passeggeri dove fossero gli altri terroristi. Gli ostaggi indicarono una porta, che gli israeliani sfondarono, lanciando varie granate flash bang e lacrimogeni. Entrati nella stanza, i militari freddarono altri tre dirottatori, seduti attorno ad un tavolo ed ancora tramortiti dalle esplosioni. Gli israeliani tornarono quindi agli aerei, su cui iniziarono ad imbarcare gli ostaggi liberati[6].

Nel frattempo, diversi militari ugandesi, appostati nella vecchia torre di controllo adiacente al terminal, presero a sparare contro gli israeliani e gli ex ostaggi, in procinto di salire sui C-130. Gli israeliani interruppero l’imbarco e risposero immediatamente al fuoco con lanciarazzi, riuscendo quasi subito a neutralizzare gli uomini dell’esercito ugandese. Nel corso di quest’ultima sparatoria, due ostaggi furono colpiti a morte, così come Yonatan Netanyahu, comandante israeliano sul campo e fratello del futuro leader del Likud e primo ministro Benjamin Netanyahu[6][5]. Prima di decollare, un altro gruppo di incursori distrusse con esplosivo i caccia ugandesi MiG-17 che si trovavano sulla pista, per impedire ogni tentativo di inseguire gli Hercules, i quali, dopo una sosta tecnica a Nairobi, proseguirono il volo verso l’aeroporto di Tel Aviv[6].

L’incursione durò solo una trentina di minuti, durante i quali sei dirottatori vennero uccisi. Dei 103 ostaggi, ne morirono tre, il primo ucciso per errore dagli israeliani, gli altri due colpiti dagli ugandesi durante lo scontro a fuoco prima dell’imbarco. Il tenente colonnello Netanyahu fu l’unico morto israeliano, mentre altri cinque soldati rimasero feriti, uno dei quali, Sorin Hershko, rimase invalido per le ferite riportate[6]. Il numero delle perdite ugandesi non è certo e varia secondo le fonti, da una dozzina fino a 45 circa. Si è sostenuto che gli israeliani durante l’operazione abbiano catturato alcuni terroristi, ma la notizia non ha ricevuto conferme.

Una passeggera settantacinquenne, Dora Bloch, durante il dirottamento si era sentita male e, al momento dell’attacco, si trovava ricoverata all’ospedale di Kampala. Nei giorni successivi il suo letto fu trovato vuoto e nessuno seppe più nulla di lei fino al 1979, quando, caduto il regime di Amin a seguito della guerra contro la Tanzania, vennero ritrovati i suoi resti[6]. Nell’aprile del 1987, Henry Kyemba, all’epoca ministro della sanità ugandese, dichiarò alla Commissione dei Diritti Umani dell’Uganda che la Bloch era stata prelevata dal suo letto ed in seguito assassinata da due ufficiali dell’esercito che agirono per ordine di Amin.

Wikipedia