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Oggi accadeva

luglio 9, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1960           9           luglio           E.Romagna

 

80 mila persone ai funerali delle vittime di Reggio Emilia. Migliaia il giorno dopo a Palermo per i funerali delle vittime dell’8 luglio.1960

 

La storia

 

7 luglio 1960. I morti di Reggio Emilia
di Mauro Del Bue

Pubblicato il 06-07-2015

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Regio Emilia

 E’ possibile tentare una versione condivisa dei fatti del 7 luglio che finalmente fuoriesca dalle strumentalizzazioni di parte? Che rilegga gli avvenimenti per quel che sono stati e che individui le gravissime responsabilità delle forze di polizia che spararono e uccisero, senza per questo negare quelle, certo meno gravi, ma evidenti, dei manifestanti che nei giorni precedenti sprangarono e ferirono decine di poliziotti? Senza sottacere quelle del governo Tambroni che quel clima aveva ispirato e senza negare quelle del Pci e della locale Camera del lavoro che quanto meno sottovalutarono l’incipiente tragedia? Spero che cinquantacinque anni dopo finalmente si possa uscire dalle solite visioni manichee e di parte che hanno ingessato da allora la politica reggiana e nazionale.

Il 4 luglio erano cominciati gli scontri anche a Reggio, il giorno prima dei fatti di Licata (un morto e diversi feriti tra i manifestanti) e dopo quelli di Genova (per il programmato congresso del Msi spostato in seguito a Nervi). Il 6 luglio la polizia effettuava violente cariche a Roma, che coinvolsero anche alcuni parlamentari tra cui Giorgio Amendola. Più tardi anche i morti in Sicilia. Il clima si era fatto incandescente per la permanenza in carica del governo Tambroni, appoggiato dal voto determinante del Msi. Anche Reggio si mobilitò. Già il 4 luglio i manifestanti, i giovani con le magliette a strisce, avevano assediato la sede del Msi di via Roma e ne erano nati numerosi scontri con le forze dell’ordine, che poi erano proseguiti in un cantiere di fianco al nuovo Isolato San Rocco, ove i manifestanti avevano aggredito gli agenti con sassi. I feriti, 28 da parte della polizia e cinque da parte dei dimostranti, erano stati ricoverati all’ospedale di Reggio. Alcuni agenti versavano in condizioni critiche. Non si placherà l’odio verso la polizia dopo i tragici avvenimenti del 7 luglio, tanto che uno di loro, Paolo Eboli, già partigiano e antifascista, padre del consigliere comunale Marco, verrà aggredito in pieno centro-storico all’altezza della Banca agricola e commerciale (attuale Credem), portato in un portone e bastonato alla testa. A causa di queste ferite perderà la vista.

La manifestazione del 7 luglio era stata vietata. Ma gli organizzatori (la Cgil reggiana) decisero di forzare il divieto. La polizia atterrita e mal preparata, o scientemente determinata a uccidere (al processo di Milano si sentenzierà che non vi fu premeditazione anche se un agente venne fotografato mentre prendeva di mira i bersagli umani) sparò. Nessuno l’aveva messo in conto? Nessuno pensava forse si potesse arrivare a tanto? Ma andiamo con ordine. L’unico spazio consentito (la sala Verdi, seicento posti) era troppo piccolo per contenere i manifestanti: un gruppo di circa trecento operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio del 7 luglio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione. Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia che tentano di disperdere la folla anche utilizzando gli idranti.

Anche i carabinieri partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d’acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio in uno stabile vicino all’isolato San Rocco, dove c’era un cantiere, e raccolgono assi di legno, sassi e altri oggetti contundenti. Altri manifestanti buttano le seggiole dalle distese dei bar della piazza. Respinti dalla sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare anche ad altezza d’uomo. Uno dei manifestanti, Giuliano Rovacchi, racconta: “Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole”, dice Rovacchi, “e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo” (1). In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli, operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. Un agente estrae la pistola, s’inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Tondelli era stato partigiano della 76esima Sap (nome di battaglia Bobi), quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano Modugno, grazie alla vaga somiglianza con il cantautore del momento. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo colpiscono in pieno petto.

Intanto l’operaio Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76esima brigata, si affaccia urlando di rabbia oltre l’angolo della strada. Cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie e i figli. In piazza Cavour c’è Ovidio Franchi, un ragazzo, operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all’addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: “Un altro”, racconta un testimone, “ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due” (2). Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l’attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate. Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144esima Brigata dislocata nella zona della Val d’Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene ucciso sotto i portici dell’Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non era ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Giornale l’Avanti  del 06/072015

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