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Un pensiero al giorno

luglio 16, 2017

 

” La forma di scoraggiamento più

   dannosa alla creatività è

   quella che ci viene

   dai nostri cari. “

 

( Alex Osborn )

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Oggi accadeva

luglio 16, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1942           16             luglio             Urss

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Stalingrado 1942

 

Appunti del maresciallo Ciuikov: giungemmo a Stalingrado, al comando del fronte. Là fummo informati che, dopo l’insuccesso della nostra offensiva a Kharkov, il nemico erapassato al contrattacco dalla zona di Izium-Barvenkovo e aveva raggiunto la linea Cerniscevskaia-Morozovski-Cernisckovski, sulla quale era fermato dalle avanguardie della 62° armata, e stava rioganizzandosi per una successiva offensiva. Sulla riva occidentale del Don, lungo la linea Kletskaia-Kalmykov-Surovikino-Pestcerski, la 62° armata si preparava alla difesa. Il suo comando si trovava sulla sponda orientale del Don, nel khutor (frazione di villaggio) di Kamysci, a 60-80 km. dalle truppe.

 

La battaglia di Stalingrado pag. 14

 

La storia

Con il termine battaglia di Stalingrado (in russo: сталинградская битва?, traslitterato: Stalingradskaja bitva, in tedesco Schlacht von Stalingrad) si intendono i duri combattimenti svoltisi durante la seconda guerra mondiale che, tra l’estate del 1942 e il 2 febbraio 1943, opposero i soldati dell’Armata Rossa alle forze tedesche, italiane, rumene ed ungheresi per il controllo della regione strategica tra il Don e il Volga e dell’importante centro politico ed economico di Stalingrado (oggi Volgograd), sul fronte orientale.

La battaglia, iniziata nell’estate 1942 con l’avanzata delle truppe dell’Asse fino al Don e al Volga, ebbe termine nell’inverno 1943, dopo una serie di fasi drammatiche e sanguinose, con l’annientamento della 6ª Armata tedesca rimasta circondata a Stalingrado e con la distruzione di gran parte delle altre forze germaniche e dell’Asse impegnate nell’area strategica meridionale del fronte orientale.

Questa lunga e gigantesca battaglia, definita da alcuni storici come “la più importante di tutta la Seconda guerra mondiale”, segnò la prima grande sconfitta politico-militare della Germania nazista e dei suoi alleati e satelliti, nonché l’inizio dell’avanzata sovietica verso ovest che sarebbe terminata due anni dopo con la conquista del palazzo del Reichstag e il suicidio di Hitler nel bunker della Cancelleria durante la battaglia di Berlino.

Operazione Blu

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: operazione Barbarossa, seconda battaglia di Char’kov e operazione Blu.

L’avanzata tedesca durante l’operazione Blu, dal maggio al novembre 1942

Nella primavera del 1942 Adolf Hitler era fermamente deciso a riprendere l’iniziativa sul fronte orientale dopo il brusco fallimento della battaglia di Mosca a causa della controffensiva dell’Armata Rossa durante il rigido inverno russo.[14] Freddo, ghiaccio e neve, uniti ai potenti e inaspettati contrattacchi sovietici avevano notevolmente indebolito la Wehrmacht che, pur mantenendo la sua coesione e avendo evitato una rotta “napoleonica” (secondo Hitler grazie alla sua risolutezza e alla sua decisione di ordinare la resistenza sul posto alle truppe), non disponeva più delle forze sufficienti a sferrare una nuova offensiva generale paragonabile all’operazione Barbarossa dell’estate precedente.

Il 5 aprile 1942 Hitler emanava la fondamentale Direttiva 41 con la quale definiva sin nei dettagli tattici lo sviluppo previsto della nuova grande offensiva delineando, in realtà in modo abbastanza nebuloso, gli obiettivi geostrategici dell’operazione Blu (Fall Blau in tedesco) da cui si aspettava un successo decisivo. L’offensiva tedesca, che avrebbe impegnato due gruppi di armate, oltre 1 milione di soldati con circa 2 500 carri armati, supportati da quattro armate satelliti rumene, italiane e ungheresi (altri 600 000 uomini circa). sarebbe stata scatenata nella Russia meridionale con lo scopo di conquistare i bacini del Don e del Volga, distruggere le importanti industrie di Stalingrado (nodo di comunicazioni ferroviarie e fluviali e centro produttivo meccanico importantissimo) e quindi puntare fino ai pozzi petroliferi del Caucaso, assicurando alla Germania le risorse energetiche sufficienti per proseguire la guerra. Tale ambiziosa direttiva si basava principalmente sull’errato assunto da parte di Hitler di un presunto esaurimento irreversibile, materiale e morale, dell’Armata Rossa dopo le enormi perdite subite nella campagna 1941-42.

Soldati tedeschi nella steppa con l’appoggio di uno StuG III

L’operazione, inizialmente prevista per i primi di maggio, subì notevoli ritardi a causa della aspra resistenza sovietica nell’assedio di Sebastopoli, della necessità di eseguire alcune operazioni preliminari di rettifica del fronte e di opporsi ad alcuni prematuri e inefficaci tentativi offensivi sovietici (seconda battaglia di Char’kov). Di fatto, dopo questi successi tedeschi che costarono oltre 400 000 perdite ai sovietici[23] e favorirono notevolmente il successo iniziale dell’operazione Blau, l’offensiva iniziò il 28 giugno nella regione di Voronež e il 30 giugno in quella del Donec. Il successo tedesco, favorito anche da grossi errori di informazione e di pianificazione di Stalin e dello Stavka fu immediato e portò al rapido sfondamento generale del fronte russo meridionale. In realtà le ambiziose manovre di accerchiamento ideate da Hitler e dai suoi generali riuscirono solo in parte anche a causa dei tempestivi ordini di ritirata diramati da Stalin per evitare nuove catastrofiche sconfitte, ma i guadagni territoriali furono notevoli e rapidissimi. Mentre la ritirata sovietica in direzione del Don, di Stalingrado e del Caucaso rischiava di degenerare in rotta, i due gruppi d’Armate tedeschi procedevano verso est (Gruppo d’armate B del generale Maximilian von Weichs) e verso sud (Gruppo d’armate A del feldmaresciallo Wilhelm List) occupando in successione Voronež, Millerovo e Rostov. Mentre le truppe di Hitler procedevano nell’assolata steppa estiva, le truppe di appoggio satelliti italiane, rumene e ungheresi si schieravano progressivamente per difendere i fianchi allungati sul Don. A metà luglio la 6ª Armata tedesca, punta di diamante del Gruppo d’armate B, si avvicinava alla grande ansa del Don e affrontava le nuove truppe sovietiche affrettatamente impegnate da Stalin per frenare l’avanzata tedesca verso il Don e il Volga. Stalingrado, per la prima volta dall’inizio della “Grande Guerra Patriottica“, era realmente minacciata e aveva così inizio la grande battaglia.

Prima fase della battaglia

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L’avanzata tedesca verso il Volga (luglio-settembre 1942)

Friedrich Paulus, comandante della 6ª Armata tedesca

La marcia su Stalingrado

Secondo la storiografia sovietica la battaglia di Stalingrado iniziò il 17 luglio 1942; in questa data il raggruppamento offensivo tedesco del generale Friedrich Paulus, il comandante in capo della potente 6ª Armata entrava in contatto nella grande ansa del Don con le forze sovietiche che Stalin aveva raggruppato con grande difficoltà, essendo provenienti dalle riserve strategiche dello Stavka, schierate molto lontane dal settore meridionale del fronte orientale, per sbarrare l’accesso al Volga e alla città che portava il nome del dittatore.

Fin dall’inizio le forze sovietiche (62ª Armata, 63ª Armata e 64ª Armata) pur in parte disorganizzate e demoralizzate dalla vista delle masse di truppe in rotta e dalla fiumana dei civili in fuga, dimostrarono combattività e cercarono, con i loro scarsi mezzi, di frenare le apparentemente inarrestabili colonne corazzate tedesche le quali peraltro, come le forze sovietiche, avevano seri problemi di rifornimenti di carburante con conseguente necessità di alcune pause dell’avanzata.

« Non più un passo indietro! »

Relitti di T-34 russi; le perdite sovietiche all’inizio della battaglia furono fortissime

La città di Stalingrado era di fondamentale importanza strategico-economica per l’Unione Sovietica: la sua perdita avrebbe intaccato in modo rilevante le risorse industriali e avrebbe compromesso i collegamenti con il Caucaso e i suoi vitali bacini petroliferi.[32] Per Stalin inoltre costituiva un motivo di propaganda bellica e di prestigio personale giacché era intitolata a lui; il dittatore sovietico era anche convinto del possibile rischio di un crollo morale dell’Armata Rossa e dell’intero paese nel caso di ulteriori ripiegamenti senza combattere e dell’abbandono di terre della Russia “profonda”. Per queste ragioni, dopo le iniziali ritirate estive, Stalin diramò il famoso prikaz n. 227 del 28 luglio con cui esortava alla resistenza sul posto e ordinava di rafforzare la disciplina e la lotta contro i “seminatori di panico”. Il dittatore si impegnò quindi con grande energia in una difesa ad oltranza di Stalingrado e della regione Don-Volga, richiamando tutte le forze disponibili. A tale scopo decise di impiegare i suoi migliori generali, inviando prima sul posto Aleksandr Michajlovič Vasilevskij e quindi a fine agosto spedendo anche Georgij Konstantinovič Žukov, e sostituendo continuamente i comandanti sul campo alla ricerca di nuovi uomini più capaci.

I panzer tedeschi avanzano apparentemente inarrestabili

Il Fronte di Stalingrado, inizialmente al comando del maresciallo Semën Konstantinovič Timošenko, passò così prima all’incapace generale Vasilij Gordov e quindi venne assegnato all’esperto e duro generale Andrej Ivanovič Erëmenko; mentre alla 62ª Armata, nucleo principale delle difese sovietiche, il generale Anton Lopatin venne sostituito a partire dal 12 settembre, quando già l’armata era stata respinta dentro Stalingrado, con il generale Vasilij Ivanovič Čujkov.

Le prime fasi della battaglia furono caratterizzate da tenaci sforzi difensivi sovietici, che vennero costantemente superati dalle forze tedesche dopo duri scontri, e da alcuni tentativi di contrattacco delle limitate forze corazzate sovietiche disponibili che vennero schiacciati, con pesanti perdite, dalle manovre delle Panzer-Division tedesche (24. e 16. Panzer-Division). Il generale Paulus fece piena mostra delle sue qualità di professionista estremamente preparato e di stratega meticoloso e intelligente: a fine luglio le difese sovietiche nella grande ansa del Don erano ormai state disperse o distrutte e le truppe rimaste tentavano di ripiegare combattendo a est del Don, mentre la situazione si aggravava ulteriormente con il profilarsi della minaccia da sud proveniente dalla 4. Panzerarmee del generale Hermann Hoth, che Hitler aveva dirottato dalla sua iniziale destinazione nel Caucaso per accelerare le operazioni contro Stalingrado da cui il Führer si aspettava un decisivo successo strategico e propagandistico.

Durante la prima settimana di agosto il generale Paulus rastrellò metodicamente la regione a ovest del Don e si riorganizzò per attraversare il fiume puntando quindi su Stalingrado mentre il generale Hoth, già a est del fiume, progredì verso nord a partire dalla regione di Kotel’nikovoAbganerovo sempre in direzione della città, frenato dalla tenace difesa delle truppe sovietiche.

Agosto e settembre, la battaglia nelle rovine di Stalingrado

Un comandante di panzer della 24. Panzer-Division osserva l’orizzonte: Stalingrado è in vista

Stalingrado, la “città fatale” sulle rive del Volga

Paulus osserva il profilo della “città di Stalin”; accanto a lui (a sinistra nella foto) il generale Walther von Seydlitz-Kurzbach
« Stalingrado non è più una città. Di giorno è un’enorme nuvola di fumo accecante. E quando arriva la notte i cani si tuffano nel Volga, perché le notti di Stalingrado li terrorizzano. »
(Diario di un soldato sovietico[31])

La fase più drammatica della battaglia dal punto di vista sovietico ebbe inizio il 21 agosto 1942: in quella giornata la 6ª Armata del generale Paulus conquistava teste di ponte a est del Don e lanciava le sue forze corazzate concentrate in una puntata diretta nel corridoio Don-Volga in direzione di quest’ultimo fiume nella regione settentrionale della città. Il 23 agosto 1942 la 16. Panzer-Division del generale monco Hans-Valentin Hube, dopo aver superato una debole resistenza, irrompeva improvvisamente sul Volga a nord di Stalingrado tagliando fuori in questo modo la città dai collegamenti da nord.[38]

La guerra si manifestò per la prima volta agli abitanti di Stalingrado in tutta la sua drammaticità nel pomeriggio di quello stesso 23 agosto, quando la Luftwaffe eseguì il primo massiccio e devastante bombardamento a tappeto, colpendo duramente la popolazione civile. La coraggiosa difesa contraerea di un gruppo di ragazze-soldato rappresentò un primo segnale della volontà di battersi delle truppe.  La popolazione era rimasta in gran parte bloccata dentro la città, sia a causa della rapidità dell’avanzata tedesca, ma anche per la volontà di Stalin di non autorizzare una evacuazione per non scatenare il panico e per dare un segnale di ottimistica tenacia.

Nella notte tra il 23 e il 24 agosto, Stalin intervenne personalmente telefonando al generale Erëmenko (passato al comando del Fronte di Stalingrado dal 9 agosto) spronandolo brutalmente a resistere, a contrattaccare e a non farsi prendere dal panico. Dietro la maschera di risolutezza, il dittatore sovietico era probabilmente consapevole della drammaticità della situazione, ma in quelle stesse ore egli continuò a mostrare ottimismo durante i burrascosi incontri al Cremlino direttamente con Winston Churchill, giunto a Mosca anche per comunicare al suo alleato l’infausta notizia che non ci sarebbe stato alcun secondo fronte in Europa nel 1942, e che quindi l’Unione Sovietica avrebbe dovuto resistere da sola.

Nei giorni successivi Stalin richiamò a sud dalla regione di Mosca il generale Žukov per organizzare immediati e frettolosi contrattacchi (con truppe e mezzi inadeguati) a nord della testa di ponte tedesca sul Volga nella speranza di allentare la pressione nemica sulla città; questi contrattacchi, sferrati a più riprese alla fine di agosto e ancora a settembre, fallirono tutti con sanguinose perdite di uomini e mezzi. Le colline a nord di Stalingrado si trasformarono in un cimitero di carri armati sovietici distrutti dagli anticarro tedeschi. In questo modo, tuttavia, Stalin riuscì almeno a impedire un’estensione della testa di ponte verso sud e il centro della città, creando problemi ai tedeschi e al generale Paulus, anch’egli alla ricerca di rinforzi ed equipaggiamenti di rincalzo.

Nei primi giorni di settembre, la situazione sovietica peggiorò ulteriormente con la comparsa da sud della 4ª Armata corazzata del generale Hoth che, con una abile manovra di aggiramento, superò le precarie difese sovietiche, si collegò il 4 settembre con le truppe della 6ª Armata in avanzata frontale da ovest verso Stalingrado e raggiunse a sua volta il Volga a sud della città. Ora la 62ª Armata (di cui Čujkov avrebbe assunto il comando il 12 settembre) si trovava, gravemente indebolita, isolata da nord dai panzer di Hube, da sud dalle truppe di Hoth, attaccata frontalmente dal grosso della 6ª Armata di Paulus e con le spalle al Volga. In questa fase lo spazio occupato dai sovietici a ovest del fiume era appena di alcuni chilometri.

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