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agosto 9, 2017

A cura di Ennio Boccanera

1900        9          agosto          Lazio

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Umberto I di Savoia

 

A Roma si celebrano i funerali di re Umberto I, ucciso il 29 luglio a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci. Si conoscono nuovi particolari: ” Il re, per il caldo, non indossa la maglia d’acciaio antiattentato, Bresci spara tre colpi di pistola: a una spalla, a un polmone e al cuore. Il re si accascia mormorando: “andiamo, credo di essere ferito”. Il cocchiere spinge al galoppo i cavalli verso la Villa Reale, ma il re vi giunge cadavere.

Dal Messaggero del 09/08/2010

La storia

Umberto I (Umberto Rainerio Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio di Savoia; Torino, 14 marzo 1844Monza, 29 luglio 1900) è stato Re d’Italia dal 1878 al 1900.

Figlio di Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, e di Maria Adelaide d’Austria, regina del Regno di Sardegna, morta nel 1855, il suo regno fu contrassegnato da diversi eventi, che produssero opinioni e sentimenti opposti.

Il monarca viene ricordato positivamente da alcuni per il suo atteggiamento dimostrato nel fronteggiare sciagure come l’epidemia di colera a Napoli del 1884, prodigandosi personalmente nei soccorsi (perciò fu soprannominato “Re Buono”), e per la promulgazione del cosiddetto codice Zanardelli che apportò alcune innovazioni nel codice penale, come l’abolizione della pena di morte.

Da altri fu aspramente avversato per il suo duro conservatorismo, il suo indiretto coinvolgimento nello scandalo della Banca Romana, l’avallo alle repressioni dei moti popolari del 1898 e l’onorificenza concessa al generale Fiorenzo Bava Beccaris per la sanguinosa azione di soffocamento delle manifestazioni del maggio dello stesso anno a Milano, azioni e condotte politiche che gli costarono almeno tre attentati nell’arco di 22 anni, fino a quello che a Monza, il 29 luglio 1900, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, gli sarà fatale.

Proprio dagli anarchici, Umberto I ricevette il soprannome di “Re Mitraglia”. Fu anche il destinatario di uno dei biglietti della follia di Friedrich Nietzsche. Da Umberto I prende il nome l’omonimo stile artistico e architettonico.

I primi anni

Umberto, da bambino, con la madre Maria Adelaide d’Austria, morta nel 1855.

Umberto nacque il 14 marzo 1844 a Torino, a Palazzo Moncalieri, da Vittorio Emanuele II, allora duca di Savoia ed erede al trono sabaudo (il quale, quello stesso giorno, compiva 24 anni), e da Maria Adelaide d’Austria. Fu battezzato con i nomi di Umberto Rainerio Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio: il primo in onore del fondatore della dinastia sabauda, Umberto I Biancamano, l’ultimo a ricordo del più illustre esponente del ramo cadetto dei Savoia-Carignano, cui anch’egli apparteneva.

Suoi padrini di battesimo furono i nonni paterni, il re di Sardegna Carlo Alberto e sua moglie Maria Teresa d’Asburgo-Lorena, facendo le veci dei loro consuoceri, ovvero Ranieri d’Asburgo, viceré del Lombardo-Veneto ed Elisabetta di Savoia-Carignano, sorella di Carlo Alberto. Umberto ricevette subito il titolo di principe di Piemonte, da sempre attribuito ai primogeniti della casa regnante. La sua nascita fu molto festeggiata dal popolo piemontese, nonché dalla famiglia reale, che così poté vedere assicurata la discendenza maschile. Egli trascorse tutta la sua infanzia, insieme con il fratello minore Amedeo, nel castello di Moncalieri, dove ricevette una formazione essenzialmente militare, avendo come istitutore il generale Giuseppe Rossi e fra gli insegnanti alcuni altri militari; fu questa dura disciplina che ne formò il carattere, trasformandolo tuttavia in età adulta in una persona arida e dalle idee limitate, ma altri lo ritennero “leale, aperto, gentile” e cordiale. Molto legato alla madre, Umberto subì un profondo trauma quando questa morì prematuramente, il 20 gennaio 1855.

 

 

Intrapresa la carriera militare nel marzo del 1858, cominciò col rango di capitano. Successivamente prese parte alla seconda guerra d’indipendenza, distinguendosi nella battaglia di Solferino e San Martino del 1859. Divenuto erede al trono dopo la nascita del Regno d’Italia il 17 marzo 1861, Umberto divenne maggiore generale nel 1863 e tenente generale nel 1864; non mancò di completare la sua formazione con numerosi viaggi all’estero, come quando nel 1863 aveva accompagnato a Lisbona la sorella Maria Pia di Savoia, andante in sposa al re del Portogallo Luigi I, mentre l’anno successivo visitò alcune corti europee amiche dell’Italia e nel 1865 era in visita a Londra, proprio mentre a Torino scoppiavano i tumulti per protesta contro il trasferimento della capitale a Firenze.

Nel 1866 fu inoltre a Parigi, mandato lì da suo padre per un colloquio privato con l’imperatore Napoleone III circa l’imminente conflitto che stava per scoppiare con l’Austria. Infatti nel 1866 scoppiò la Terza guerra d’indipendenza, a cui anch’egli prese parte insieme con il fratello Amedeo; si racconta che, mentre aspettava a Napoli di partire per il fronte, a una vecchina che piangeva per i due figli in guerra, abbia detto: Anche noi siamo due e non abbiamo più la mamma. Raggiunto il fronte delle operazioni in Veneto, Umberto assunse il comando della XVI divisione di fanteria e partecipò con valore allo scontro di Villafranca del 24 giugno 1866, che seguì la disfatta di Custoza. Fu uno dei pochi comandanti militari italiani il cui reparto non fosse stato messo in fuga dagli austriaci, riuscendo piuttosto a respingere numerosi e violenti attacchi degli ulani austriaci e guadagnandosi, per questo, la medaglia d’oro al valor militare.

L’attentato fatale

La famosa copertina della Domenica del Corriere, disegnata da Achille Beltrame, illustra l’uccisione a rivoltellate di Umberto I a Monza il 29 luglio 1900, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci che perseguiva il preciso scopo di vendicare le vittime delle repressioni governative di fine secolo.

La tomba di Umberto I nel Pantheon, Roma

Il 29 luglio 1900, Umberto I fu invitato a Monza per onorare con la sua presenza la cerimonia di chiusura del concorso ginnico organizzato dalla società sportiva Forti e Liberi; egli non era tenuto a presenziare, ma fu convinto dalla circostanza per cui al saggio sarebbero state presenti le squadre di Trento e Trieste, atleti ai quali – infatti – stringendo le mani, disse: “Sono lieto di trovarmi tra italiani” (frase che non passò inosservata, e che scatenò un uragano di applausi). Sebbene fosse solito indossare una cotta di maglia protettiva sotto la camicia, a causa del gran caldo, e contrariamente ai consigli degli attendenti alla sicurezza, quel giorno fatidico Umberto non la indossò. Tra la folla si trovava anche l’attentatore, Gaetano Bresci, un anarchico toscano emigrato negli Stati Uniti, con in tasca una rivoltella a cinque colpi.

Il sovrano s’intrattenne per circa un’ora, era di ottimo umore: «Fra questi giovanotti in gamba mi sento ringiovanire». Decise di andarsene verso le 22.30 e si recò verso la carrozza, mentre la folla applaudiva e la banda intonava la Marcia Reale.

Approfittando della confusione, Bresci fece un balzo in avanti con la pistola in pugno e sparò alcuni colpi in rapida successione. Non si è mai appurato con precisione quanti, ma la maggior parte dei testimoni disse di aver sentito l’eco di almeno tre. Umberto difatti venne raggiunto a una spalla, al polmone e al cuore. Egli ebbe appena il tempo di mormorare: «Avanti, credo di essere ferito», prima di cadere riverso sulle ginocchia del generale Ponzio Vaglia, che gli sedeva di fronte in carrozza.

Subito dopo, i carabinieri comandati dal maresciallo Locatelli cercarono, riuscendovi, di sottrarre il Bresci al linciaggio della folla, traendolo in arresto. Intanto la carrozza col sovrano ormai cadavere era giunta alla reggia di Monza; la regina, avvisata, si precipitò all’ingresso gridando: «Fate qualcosa, salvate il re». Ma non c’era ormai più nulla da fare; Umberto era già spirato.

L’omicidio suscitò in Italia un’ondata di deplorazione e di paura, tanto da indurre gli stessi ambienti anarchici e socialisti a prenderne le distanze (Filippo Turati ad esempio rifiutò di difendere il regicida in tribunale). Il 9 agosto venne celebrato il funerale religioso a Roma e la sua salma venne tumulata nel Pantheon accanto a quella del padre; il 13 agosto diventò giorno di lutto nazionale.

Molte furono le voci che si alzarono – contro o a favore – il gesto di Bresci, immediatamente messe a tacere dall’introduzione del nuovo reato di “apologia di regicidio”, per il quale vennero tratti in arresto due religiosi: don Arturo Capone, parroco a Salerno e fra Giuseppe Volponi, un francescano di Roma. Quest’ultimo, fu condannato a 8 mesi di galera e a mille lire di multa (28 agosto).

Bresci venne processato il 29 agosto e condannato il giorno stesso all’ergastolo, in quanto la pena di morte era in vigore solo per alcuni reati militari, puniti dal Codice penale militare di guerra. Bresci morì suicida il 22 maggio 1901 in circostanze molto dubbie (impiccato nella propria cella), sebbene si dicesse che fosse rimasto vittima di un pestaggio da parte delle guardie.

Il luogo dell’attentato, a Monza, è segnato da una Cappella in memoria del re ucciso, costruita nel 1910 su disegno dell’architetto Giuseppe Sacconi, per volontà del figlio del re, Vittorio Emanuele III.

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