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Un pensiero al giorno

agosto 31, 2017

” Ricorda, la tempesta

   è una buona opportunità

   per il pino e per il cipresso

   per mostrare la loro forza

   e la loro stabilità. “

 

( Ho Chi Minh )

 

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Oggi accadeva

agosto 31, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

2006          31         agosto          Norvegia

Norvegia: torna a casa «L'urlo» di Munch

“L’urlo e la Madonna”

 

La polizia norvegese annuncia il ritrovamento dei due quadri “L’urlo e la Madonna” di Edvard Munch, del valore di circa 92 milioni di euro, rubati nel 2004 dal museo Munchmuseet di Oslo.

 

Da Tel-sette n° 35 del 02/09/14

 

La storia

L’urlo (titolo originale: Skrik) è un celebre dipinto del pittore norvegese Edvard Munch.

Realizzato nel 1893 su cartone con olio, tempera e pastello, come per altre opere munchiane è stato dipinto in più versioni, quattro in totale. Quella collocata nella Galleria nazionale di Oslo è di 91×73,5 centimetri .

Lo spunto del quadro è prettamente autobiografico. È infatti lo stesso Munch ad indicarci, in una pagina di diario, le circostanze che hanno portato alla genesi de L’urlo:[

« Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo… Mi fermai e guardai al di là del fiordo, il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando. Questo è diventato L’urlo »

Munch avrebbe poi rielaborato questo ricordo rendendolo un poema e segnandolo sulla cornice della versione del 1895:

« Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… E sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura »

In ogni caso, Munch tentò di trasporre questo tramonto «rosso sangue» in una tela in grado di restituire quella visione di «sangue coagulato» che egli stesso provò in quella sera d’estate. La gestazione di questo tramonto fu assai lunga, e richiese vari bozzetti e tentativi (le macchie rosse, caratteristiche dello sfondo de L’urlo, emergono violente già in Disperazione del 1891). Fu solo nel 1893 che Munch, meditando su questo soggetto, realizzò finalmente L’urlo, come parte di un ciclo di dipinti che egli stesso definì Fregio della vita. L’artista, tra il 1893 e il 1910, realizzò altre tre versioni del medesimo soggetto. La prima versione, del 1893 (74×56 cm), è un pastello su cartone; si tratta tuttavia di una composizione ancora embrionale che Munch andrà a ridefinire nella versione definitiva (91×73,5 cm), realizzata nello stesso anno. Due anni dopo, nel 1895, realizzò una terza versione (79×59 cm): si tratta di un pastello su tavola, battuto dalla casa d’asta londinese Sotheby’s il 2 maggio 2012 per la somma record di 120 milioni di dollari. L’ultima versione (83×66 cm), una tempera su pannello, è stata invece stesa nel 1910.

Nel 2004 alcuni ricercatori hanno supposto che il cielo color rosso sangue del quadro sia in realtà una riproduzione accurata del cielo norvegese dopo l’eruzione del Krakatoa del 1883, avvenuta dieci anni prima. Tale ipotesi però è priva di una concreta base, visto che l’episodio risalirebbe all’estate del 1889 – sei anni dopo l’eruzione – quando, con gli amici Christian Krohg e Frits Thaulow (identificabili con le due silhouette del quadro), affittò una piccola abitazione nei pressi dell’Oslofjord.

Descrizione

testo alternativo di sinistra
Versione del 1893
testo alternativo centrale
Versione del 1895
testo alternativo di destra
Versione del 1910

L’urlo raffigura un sentiero in salita sulla collina di Ekberg sopra la città di Oslo, spesso confuso con un ponte, a causa del parapetto che taglia diagonalmente la composizione; ebbene, su questo sentiero si sta consumando un urlo lancinante, acuto, che in quest’opera acquisisce un carattere indefinito e universale, elevando la scena a simbolo del dramma collettivo dell’angoscia, del dolore e della paura. Il soggetto urlante è la figura in primo piano, terrorizzata, che per emettere il grido (e non per proteggersene) si comprime la testa con le mani, perdendo ogni forma e diventando preda del suo stesso sentimento: più che un uomo, infatti, ricorda un ectoplasma, con il suo corpo serpentiforme, quasi senza scheletro, privo di capelli, deforme. Si perde insieme alla sua voce straziata e alla sua forma umana tra le lingue di fuoco del cielo morente, così come morente appare il suo corpo, le sue labbra nere putrescenti, le sue narici dilatate e gli occhi sbarrati, testimoni di un abominio immondo. Ma il vero centro dell’opera è costituito dalla bocca che, aprendosi in un innaturale spasmo, emette un grido che distorce l’intero paesaggio, che in questo modo restituisce una sensazione di disarmonia, squilibrio. Questo sentimento di malessere non è esclusivo né dello sfondo, né dell’animo di Munch: è infatti distintivo del pessimismo fin de siècle diffuso in quel periodo, che cominciò a mettere in dubbio le certezze dell’essere umano, proprio mentre Sigmund Freud indagava gli abissi dell’inconscio.

A rimanere dritti sono esclusivamente il parapetto e i due personaggi a sinistra. Queste due figure umane sono sorde sia al grido sia alla catastrofe emozionale che sta angosciando il pittore: non a caso, sono collocate ai margini della composizione, quasi volessero uscire dal quadro. È in questo modo che Munch ci restituisce in modo molto crudo e lucido una metafora della falsità dei rapporti umani. Sulla destra, invece, è collocato il paesaggio, innaturale e poco accogliente, quasi fosse un’appendice dell’inquietudine dell’artista: il mare è una massa nera ed oleosa, mentre il cielo è solcato da lingue di fuoco, con le nuvole che sembrano essere cariche di sangue.

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