Archivio dell'autore

Bersanotti

novembre 21, 2017

Ricordiamo tutti le buone intenzioni dei governi Prodi degli anni novanta e della prima decade degli anni duemila. Coalizioni che avevano vinto le elezioni battendo per ben due volte il Cavaliere senza macchia, che puntualmente dopo il primo disorientamento della sconfitta risuscitava come un’araba fenice più baldanzoso e più forte che mai. Tutto ciò nella storia politica europea degli ultimi anna suona incomprensibile, ai governi , di come in un paese come l’Italia una piccola minoranza in coalizione possa determinare la caduta e la sconfitta di un Governo leggittimamente eletto nella tornata elettorale delle politiche.Il nostro si sa è uno strano Paese,dalla storia recente convulsa, dove divisioni,velleità rivoluzionarie,questioni di principio e massimalismi hanno spianato la strada ad avventure reazionarie di destre “del tutto si cambia senza cambiare nulla” nella sostanza e nella concretezza delle cose.Anche gli ultimi avvenimenti nel quartiere Romano di Ostia ci riportano ad eventi più lontani che sembravano dimenticati e sepolti dalla democrazia Repubblicana nata dalla resistenza antifascista. Eventi di forte attualità dove le astensioni elettorali del settanta per cento lasciano la strada ai clan e ai neofasci mascherati dal firmamento vago e inconsistente dei cinquestrilli. Forse tutti coloro, della cosidetta sinistra, che hanno votato nel ballottaggio per quella moltitudine incomposta non si sono resi conto che hanno votato per un movimento macsherato, verniciato di cambiamento e innovazione, con un programma vago in attesa di “pizzini”derivanti da una Azienda del Nord.Anche negli anni venti qualcuno confuse il Fascismo come matrice di sinistra e non si rese conto della nefasta successione degli eventi che portarono alla nascita della dittatura.Oggi si sta riproponendo lo stesso errore, con velleità sinistre, con incomprensibili spaccature e divisioni, su questioni marginali che non hanno più nessuna presa nella pubblica opinione e nella realtà mutata del mondo globale.Il fantasma del Bertinotti-Pensiero si insinua di nuovo nella politica delle alleanze come un virus mortale, in un centrosinistra privo di anticorpi,che arriva a fine legislatura con un sostansiale buon governo e di risanamento del sistema Italia.Consegna alla futura legislatura un paese risanato nei conti e con un prestigio riconquistato a livello internazionale capace di guardare ad un futuro migliore.Molte cose sono ancora incomplete e da fare e sarebbe utile una continuità ed una stabilità che per il momento non si intravede nella politica dei prossimi mesi, il quadro è ancora confuso, le incertezze, i tentennamenti di una sinistra incapace di coagularsi su questioni di sostanza e programmi concreti, una sinistra che sia riformista e non bertinottiana, in grado di uscire dal passato che la strangola come una corda al collo dell’impiccato, che sia in grado di liberarsi dalla maledizione storica della divisione che tanto danno ha generato per la crescita del paese. Un centrosinistra forte, che sia in grado di presentarsi agli elettori come unica alternativa possibile, al caos dei pentastellati e ai rigurgiti di una destra vecchia e stantia del cavaliere già visto.

Giancarlo Garro

Annunci

Un pensiero al giorno

novembre 20, 2017

 

“Non si sa che cosa sia questa cosa

  Ma ognuno sente che c’è

  L’importante è essere pronti.”

 

Andre De Consoli

 

Oggi accadeva

novembre 20, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1975        20         novembre            Spagna

Risultati immagini

Francisco Franco

Dopo 2 mesi di agonia muore il < generalissimo > Francisco Franco Bahamonde, per quarant’anni dittatore di Spagna.

 

Giorni di Storia n° 10

La storia

Francisco Paulino Hermenegildo Franco y Bahamonde, solitamente abbreviato in Francisco Franco e conosciuto anche come il Generalísimo Franco o il Caudillo de España (Ferrol, 4 dicembre 1892Madrid, 20 novembre 1975), è stato un generale, politico e dittatore spagnolo.

Fu l’instauratore, in Spagna, di un regime dittatoriale noto come falangismo o franchismo, parzialmente ispirato al fascismo. Rimase al potere dalla vittoria nella guerra civile spagnola del 1939 fino alla sua morte nel 1975

La presa del potere

100 Pesetas con l’effige di Francisco Franco

Franco era nazionalista e anticomunista, con una concezione rigida e conservatrice della religione e una visione chiara della storia della Spagna. Secondo la sua interpretazione i secoli passati erano stati dominati dalla lotta perenne tra forze tradizionali, religiose e patriottiche, e gruppi antinazionali legati alla Massoneria. In seguito al successo elettorale del Fronte popolare, il 19 febbraio 1936, Franco venne allontanato dal Paese e inviato nelle isole Canarie. Il 23 giugno dalle Canarie il generale Franco inviò al presidente del consiglio Santiago Casares Quiroga una lettera protestando per il trattamento tenuto nei confronti degli ufficiali dell’esercito considerati di destra che erano stati sostituiti con altri di tendenza repubblicana. La lettera non ottenne risposta da Quiroga che semplicemente la ignorò. Secondo quanto poi detto dallo stesso Franco la lettera aveva come obiettivo di portare ad un accomodamento in modo da scongiurare il “pronunciamento”. Franco, che fino a quel momento aveva tentennato, si schierò decisamente con i futuri insorti.

Quando il 13 luglio José Calvo Sotelo fu assassinato da un commando degli “Asaltos”, Franco si unì quindi a un gruppo di generali, guidati da José Sanjurjo e Emilio Mola, con cui preparò l’Alzamiento del 18 luglio 1936. Franco era alla guida dell’esercito di ribelli che entrò in Spagna sbarcando dal Marocco. Il 24 luglio fu nominato membro della Giunta di difesa nazionale e divenne comandante delle forze nazionaliste del Sud. Il 29 settembre, fu ufficialmente dichiarato Generalísimo de los ejércitos de Tierra, Mar y Aire e capo dello Stato e dal 30 gennaio 1938 fu anche capo del governo (Junta tecnica del Estado).

Franco con Heinrich Himmler

Una sanguinosa guerra civile, nella quale fu sostenuto dalla Germania nazista e dall’Italia fascista, proseguì per tre anni. Una volta vinta la guerra, nell’aprile 1939, il Generalísimo assunse la guida definitiva della Spagna, instaurando un apparato dittatoriale che represse con fermezza ogni opposizione al regime esaltando i valori del cattolicesimo nazionale (Dio, Patria e Giustizia). Franco non si allineò agli altri fascismi nelle leggi antisemite e fece accogliere un gran numero di ebrei in fuga dall’Europa invasa dai tedeschi.

Nel 1940 Franco si incontrò con Hitler a Hendaye e l’anno seguente con Mussolini a Bordighera, ma nonostante le pressioni di tedeschi e italiani, scelse di mantenere la Spagna neutrale e decise solo di inviare volontari contro l’Unione Sovietica (la cosiddetta División Azul). Nel 1942, su richiesta del dittatore tedesco, Franco decise di cambiare il fuso orario della Spagna, adeguandolo a quello della confinante Francia: da allora, gli iberici vanno un’ora avanti del tempo solare in inverno e due d’estate per l’ora legale.

Sincero e devoto cattolico e rigido anticomunista, Pio XII nel 1953 gli concesse l’Ordine supremo del Cristo, massima onorificenza vaticana.

Morte

Dopo aver guidato 12 governi, l’8 giugno 1973 lasciò la carica di primo ministro a Luis Carrero Blanco, che però fu ucciso in un attentato del gruppo terroristico indipendentista dell’ETA il successivo 20 dicembre; al suo posto, Franco nominò Carlos Arias Navarro.

Franco in vecchiaia soffrì della malattia di Parkinson, che lo accompagnò dunque fino alla morte avvenuta il 20 novembre 1975, esattamente 39 anni dopo il decesso di José Antonio Primo de Rivera. Lo storico Ricardo de la Cierva sostenne però di essere stato informato della sua morte già la sera del 19 novembre.

È sepolto nella Valle de los Caídos, non lontano dal Monastero dell’Escorial, di Madrid.

Franco è venerato come santo dalla scismatica Chiesa cattolica palmariana.

Ducato di Franco

Il 26 novembre 1975, all’indomani della sua morte, re Juan Carlos I di Spagna creò il “ducato di Franco“, con granducato di Spagna, insignendone la figlia Carmen Franco, I duchessa di Franco, e i suoi eredi.

Wikipedia

Un pensiero al giorno

novembre 19, 2017

 

” Le cose davvero

   importanti sono

   raramente urgenti

   e le cose urgenti

   sono raramente

   davvero importanti. “

 

( Eisenhaower, Aforisticamente)

 

Oggi accadeva

novembre 19, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1968        19         novembre           Lazio

19 novembre 1968 Bloccata dalla polizia manifestazione contro la condanna a morte di Alexandros Panagulis

Alexader Panagulis

 

A Roma e in tutta Italia si tengono manifestazioni in solidarietà con Alexander Panagulis, condannato a morte per l’attentato al dittatore greco Papadopulos. Migliaia di studenti piazza, anche con incidenti; i sindacati dichiarano uno sciopero in solidarietà per il 20.   Dimissioni del governo Leone.

 

Giorni di Storia n° 15

 

La storia

A Roma, una manifestazione di protesta contro la condanna a morte di Panagulis dinanzi l’Ambasciata greca è stroncata dal duro intervento delle forze di polizia, che provoca 20 feriti: fra essi, un giornalista e un parlamentare comunista.

Alexandros Panagulis è stato un politico, rivoluzionario e poeta greco, considerato un eroe nazionale della Grecia moderna. Fu un intellettuale e attivista per la democrazia e i diritti umani, rivoluzionario non marxista in lotta, anche armata, contro la Dittatura dei colonnelli. A causa del suo fallito attentato contro il dittatore Georgios Papadopoulos, venne perseguitato, torturato e imprigionato a lungo, fino alla sua liberazione dopo una mobilitazione internazionale. Morì in un misterioso incidente stradale. È protagonista di Un uomo, famoso libro di Oriana Fallaci che fu la sua compagna di vita dal 1973 al 1976.

 

Il Messaggero

 

 

 

 

 

Un pensiero al giorno

novembre 18, 2017

 

 

” Accetta.  Non per rassegnazione,

   ma niente ti fa perdere più energia

  di litigare per una situazione

  che non puoi cambiare. “

 

Dalai Lama

Oggi accadeva

novembre 18, 2017

1280px-1968_triennale_milano

Palazzo della Triennale occupato

 

A Torino viene occupata la facoltà di architettura. A Trento la facoltà di sociologia è paralizzata da uno < sciopero attivo > con conferenze e dibattiti che durano tutto il mese.

 

Giorni di Storia n° 15

La storia

La presenza di giovani operai a fianco degli studenti fu la caratteristica anche del Sessantotto italiano, il più intenso e ampio tra tutti quelli dell’Europa occidentale assieme a quello francese. In Italia la contestazione fu il risultato di un malessere sociale profondo, accumulato negli anni sessanta, dovuto al fatto che il cosiddetto boom economico aveva giovato perlopiù alla borghesia e non era stato accompagnato da un adeguato aumento del livello sociale ed economico delle classi meno abbienti.

L’esplosione degli scioperi degli operai in fabbrica si saldò con il movimento degli studenti che contestavano i contenuti arretrati e parziali dell’istruzione e rivendicavano l’estensione del diritto allo studio anche ai giovani di condizione economica disagiata, i prodromi di quello che diverrà il sessantotto inizieranno a palesarsi nel 1966. La contestazione fu attuata con forme di protesta fino ad allora sconosciute: vennero occupate scuole e università e vennero organizzate manifestazioni che in molti casi portarono scontri con la polizia (si veda la manifestazione per la prima della Scala di Milano nella quale alcuni manifestanti chiesero la collaborazione della stessa polizia che, “doveva starsene a proteggere persone simbolo del consumismo”[senza fonte]).

Il 24 gennaio 1966 avvenne a Trento la prima occupazione di una università italiana ad opera degli studenti che occuparono la facoltà di Sociologia. L’occupazione sarà ripetuta lo stesso anno in ottobre, protestando contro il piano di studi e lo statuto, che entrambi erano in fase di elaborazione e proponendone stesure alternative. Questa occupazione si concluse a causa dell’alluvione del 1966 che interessò gran parte dell’Italia settentrionale e centrale. Molti studenti si mossero come volontari per portare aiuto nelle aree più colpite, e questo primo movimento ed incontro spontaneo di giovani, provenienti da tutta Italia, contribuì a far sorgere in molti di essi lo spirito di appartenenza ad una classe studentesca prima sconosciuta.

La scintilla iniziale fu determinata da due situazioni di disagio per gli studenti universitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e della facoltà di Architettura di Torino. Nel primo caso l’università decise di raddoppiare le tasse universitarie mentre a Torino venne deciso il trasferimento alla Mandria, una sede periferica molto disagiata. Il 15 novembre 1967 entrambe le università vennero occupate e subito sgombrate dalla Polizia. I leader iniziali erano Mario Capanna e Pero in Cattolica e Bobbio con Viale a Torino.

Dopo tre giorni 30.000 studenti sfilavano per Milano fino all’arcivescovado e la rivolta si allargò a macchia d’olio. L’atteggiamento repressivo della polizia, sempre presente il “famoso” battaglione Padova della Celere, che intervenne sugli studenti come se fossero dei ragazzini viziati,[senza fonte] finì con il costituire il propellente per la diffusione della protesta.

Nel maggio del ’68 tutte le università, esclusa la Bocconi, erano occupate; nello stesso mese la contestazione si estese, uscendo dall’ambito universitario, un centinaio di artisti, fra cui Giò Pomodoro, Arnaldo Pomodoro, Ernesto Treccani e Gianni Dova occupano per 15 giorni il Palazzo della Triennale, ove era stata appena inaugurata l’esposizione triennale, chiedendo “la gestione democratica diretta delle istituzioni culturali e dei pubblici luoghi di cultura”.

Wikipedia

 

 

Presentazione

novembre 17, 2017

di Giuseppe Gioachino Belli

di Sandro Onofri

 

Per il ridotto di anni in cui è nata e si è consumata, la vicenda letteraria del Belli romanesco risulta senza dubbio straordinaria. Come un’impetuosa e improvvisa deflagrazione nel mare cheto di una biografia quanto mai grigia. E’ sorprendente infatti come il poeta romano, che per quarant’anni aveva stiracchiato una vita monotona, a stento tirata avanti decorosamente grazie a un matrimonio che certo non fu per amore, sbadigliando negli ambienti della cultura papalina e nelle serate dell’Accademia Tiberina, prima di consumarsi nella febbre reazionaria e feroce degli ultimi anni abbia conosciuto una parentesi di esaltazione poetica così intensa, tutta vissuta in privato e coltivando teorie e sogni liberali se non, a tratti, addirittura giacobini. […]

 

E.B.

Un pensiero al giorno

novembre 17, 2017

 

” Eravamo pronti

   per qualsiasi cosa

   una qualsiasi cosa. “

 

Andrea Di Consoli

Oggi accadeva

novembre 17, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1944          17          novembre            E.Romagna

Cippo commemorativo dell’eccidio di Ferrara.

Ferrara – Un evidente segno delle difficoltà incontrate dalla lotta è l’arresto, avvenuto nella prima metà di ottobre,  dell’intero Cln provinciale: vengono subito fucilati Mario Agni, Mario Arnoldo Azzi, Giuseppe Franceschini, Gino Medini, Michele Pistani, Albero Savonuzzi e Antenore Soffritti.

 

Diario della Resistenza pag. 49

 

La storia

 

L’Eccidio di Caffè del Doro fu una strage nazi-fascista, avvenuta il 17 novembre 1944, nella quale sette antifascisti vennero uccisi dalle SS nei pressi del Caffè del Doro, alla periferia della città di Ferrara.

Si verificò ad un anno di distanza da un’altra strage nazi-fascista, ovvero l’Eccidio del Castello Estense (avvenuto il 15 novembre 1943) in cui undici cittadini erano stati uccisi dai fascisti nei pressi del fossato del Castello di Ferrara.

Questo l’elenco delle sette vittime.

Mario Agni, nato il 30 marzo 1919 a Bondeno, milite in servizio presso la Guardia Nazionale Repubblicana ferroviaria.

Mario Arnoldo Azzi, nato il 4 settembre 1919, medico, commissario politico dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) ferraresi, membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Ferrara. Azzi era riuscito a far fuggire un altro partigiano, Giuseppe D’Alema che si trovava a Ferrara per riorganizzare le fila dei partigiani. Il D’Alema era ormai braccato dai fascisti quando Azzi, dandogli la propria bicicletta, gli consentì di sfuggire alla cattura. Azzi per questo venne arrestato.

Giuseppe Franceschini, nato il 23 gennaio 1910 a Ostellato, commerciante.

Gigi Medini, nato il 30 giugno 1915, medico chirurgo presso l’ospedale Sant’Anna (viene ricordato con una lapide all’interno della vecchia struttura dell’ospedale stesso).

Michele Pistani, nato il 29 novembre 1896 a Ferrara, ragioniere presso il Comune di Ferrara.

Alberto Savonuzzi, nato il 25 maggio 1914 a Ferrara, avvocato.

Antenore Soffritti, nato il 19 dicembre 1912 in servizio presso la Guardia Nazionale Repubblicana ferroviaria

I sette antifascisti vennero arrestati tra il 7 e il 26 ottobre del ‘44 su ordine del capo dell’Ufficio politico della Questura di Ferrara, Carlo De Sanctis, noto per la ferocia e cinismo con cui conduceva gli interrogatori. Tutti subirono sevizie e torture. La mattina del 17 novembre alle 5 e 30 vennero prelevati dal carcere da sottufficiali delle SS, fatti salire su un camion messo a disposizione della Questura e guidato da un autista delle SS, D’Agostino. Portati appena fuori dalla città in direzione Pontelagoscuro vennero fatti scendere nei pressi del Caffè del Doro dove una bomba aveva fatto un cratere e vennero tutti uccisi con un colpo di rivoltella alla nuca. Esecutore materiale fu il maresciallo Gustav Pustowka delle SS. Il giorno del massacro sui registri del carcere accanto ai nomi dei sette antifascisti fu apposta la scritta “Deportati in Germania”.

Del gruppo avrebbe dovuto far parte anche Carlo Zaghi, giornalista e storico antifascista, ma il suo nome venne tolto all’ultimo momento dall’elenco per intervento del Prefetto di Ferrara, Altini.

Zaghi venne trasferito alle carceri di Padova e più tardi scriverà sugli eventi di quella giornata nel libro “Terrore a Ferrara durante i 18 mesi della Repubblica di Salò” sottolineando come

« fino allora le esecuzioni di detenuti politici arrestati in Ferrara e provincia dagli organi della polizia repubblichina erano prerogativa esclusiva di dette autorità, che prelevavano, arrestavano, fucilavano in piena autonomia, senza chiedere il permesso a nessuno. (…) Con l’eccidio di Caffè del Doro si cambia tattica. I detenuti vengono affidati dalla Questura al braccio secolare della Germania nazista: cioè le SS, abituate da sempre ad andare per le spicce e a considerare eccessivi gli scrupoli giuridici formali e burocratici delle pubbliche autorità fasciste. »
(Carlo Zaghi, 1992)

Fu solamente nell’agosto del 1945 che venne rintracciato l’autista D’Agostino il quale indicò il luogo dove erano stati sepolti.

Il 29 agosto 1945 si celebrarono i funerali.

Il processo contro i responsabili dell’eccidio iniziò il 2 ottobre dello stesso anno presso la Corte d’Assise Straordinaria di Ferrara. Per il De Sanctis fu gravissimo “l’elenco dei capi di accusa: 23 omicidi, 300 casi di torture, 500 cittadini costretti in schiavitù nei campi di concentramento tedeschi. E cioè: di avere cagionato la morte di Azzi e compagni compilando a tale scopo denuncia alle SS germaniche esageratamente grave nei confronti di tali persone, mettendo a disposizione di dette SS il torpedone della Questura di Ferrara”. “L’istruttoria fu condotta con la più scrupolosa obiettività e la maggior diligenza” dal Pubblico Ministero Antonio Buono che nella sua requisitoria sottolineò che “in tutti gli imputati vi è una uniforme costante complicità ed una smania di superarsi alla presenza delle vittime mano a mano che le torture si aggiungevano alle torture”. Il P.M. rifiutò la perizia psichiatrica al de Sanctis perché “Voi non siete un malato di mente – ma possedete un’astuzia raffinata ed agite coscientemente. Un delitto è sempre un sovvertimento psicologico ma egli (il De Sanctis n.d.r) è l’uomo dall’ira pallida”. Il Pubblico Ministero chiese e ottenne per il De Sanctis e altri quattro, Domenico Apollonio, Luigi D’Ercole, Giulio Valli, e Mario Balugani la condanna a morte il 4 ottobre 1945. Presidente della Corte era il dottor Giovanni Vicchi. La Cassazione il 12 febbraio 1946 annullò la sentenza e la pena fu ridotta in seguito all’amnistia. Il cippo marmoreo che ricorda il massacro è posto nei pressi del Caffè del Doro. Ma il luogo esatto dove avvenne la strage è nel campo adiacente dove adesso c’è una casa colonica.

Wikipedia