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Il Punto

marzo 10, 2015

In questi ultimi venti anni molte volte abbiamo dato per tramontato l’astro Berlusconi;lo abbiamo fatto per le indubbie sue incapacità di guida di un grande paese occidentale,per le sue responsabilità penali rilevate in sede giudiziaria,lo abbiamo fatto quando,sollecitato da Napolitano,si è arreso ad un passo dal paese nel baratro.
Ma se c’è una data in cui è certa la fine di questa anomalia tutta italiana è certamente oggi.
Sulla riforma costituzionale che abolisce il bicameralismo perfetto,dopo che Fi e il suo leader al Senato avevano votato a favore,alla Camera con il solito incredibile e incomprensibile voltafaccia,hanno deciso di votare contro.
Ma questa volta è stato fatto con un distinguo che produce una spaccatura davvero insanabile tra il capo e i suoi sodali.
Una ventina di deputati di Forza Italia sono stati cofirmatari di una lettera nella quale specificano che avrebbero votato “no” solo per una forma di lealtà al gruppo e al capo,ma in completo disaccordo nella sostanza della riforma e denunciando un minus di democrazia nel gruppo stesso.
Non era mai successo,ma questa implosione segna la fine di una leadership che ha dipinto il paese per vent’anni come inaffidabile,caotico,corrotto,interessato più alle pruderie del capo del governo e alle sue vicende sessuali,che alla situazione politico morale.
Questa lettera dice che non c’è più fiducia in una linea politica incoerente e ondivaga;
non c’è più condivisione di una strategia che è diventata lo sport giornaliero del tentativo di sopravvivere.
Ora è facile prevedere che la destra moderata e conservatrice che faceva capo al movimento di Berlusconi si squagli e ingrossi rivoli di ribellismo nazionalistico e razzista;in parte subirà l’effetto calamita di una leadership forte e affermata come quella renziana;ma ancora una volta il paese sarà privato di una destra europea,liberale e conservatrice ,essenziale per il dibattito politico ma soprattutto per gli equilibri democratici assicurati da una sana alternanza di governo.
Ancora una volta gli interessi personali,gli egoismi di un satrapo,le sue intemperanze morali,i suoi incredibili voltafaccia sono stati interpretati dal popolo di destra come esempi su cui edificare la propria essenza,come i principi costituenti di una realtà politica da contrappore ad una sinistra sociale e progressista.
Ancora una volta l’esame di maturità del nostro paese è stato impedito dalla maschera di turno che è riuscita ad interpretare meglio i vizi piuttosto che le virtù del suo paese,a rispondere alla pancia della piccola borghesia corrotta e corruttrice pittosto che ad indicarle un traguardo etico e culturale su cui edificarne lo spirito politico.
Ancora una volta la coerenza di chi firma le leggi razziali con l’amante ebrea dentro al letto,ci condanna ad una arretratezza senza sconti.
Ma quando lo capiremo che le maschere servono solo a teatro mentre nella vita politica servono solo a farci ridere dietro?
Umberto C 

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gennaio 15, 2013

ULTIMO VIAGGIO
Alla fine di marzo del 2000 compio il mio ultimo viaggio in Bosnia accompagnato da Anja Guniak. Non ci sono collegamenti aerei diretti tra Roma e Sarajevo così decidiamo di utilizzare la linea aerea austriaca di Lauda; dobbiamo però fare scalo a Vienna e di lì prendere un volo in coincidenza per Sarajevo.
Quando atterriamo scopriamo che il nostro bagaglio è rimasto a Vienna; non possiamo però attendere e partiamo subito in auto per Mostar non senza aver prima ricevuto un piccolo kit di emergenza che contiene un minuscolo tubetto di dentifricio, una saponetta ed un pettine con una piccola spazzola per capelli (i miei pochi capelli sono tagliati cortissimi).
La città è in piena ricostruzione; si cerca, riuscendovi, di cancellare le ferite che la guerra ha lasciato sulle cose. Dai colloqui che ho rimangono però profonde le ferite nello spirito delle persone. Il tempo forse lenirà anche queste.
A Mostar incontro varie persone sia privatamente che in colloqui ufficiali; abbiamo un rapporto interpersonale eccellente ma mi rendo conto che ormai il mio ruolo è
esaurito. Dopo pochi giorni torno a Roma passando nuovamente per Sarajevo; qui mi fermo alcune ore ed incontro Goran, il ragazzo adottato a distanza da Miriam con la mediazione dell’ARCS; gli consegno un regalo da parte di Miriam; sono passati più di sei anni dall’inizio del suo rapporto con la nostra famiglia, è ormai un bel giovanotto dal volto aperto ed intelligente; insieme ad una sua zia ci fermiamo in un bar e trascorriamo insieme una mezz’ora, poi un altro suo congiunto mi accompagna all’aeroporto non senza prima farmi attraversare con l’auto i luoghi più provati della città indicandomeli e facendone sommariamente la storia.

CONCLUSIONI
Conoscevo Mostar per averla visitata nel 1961 e poi nel 1971 come appendice di un paio dei numerosi viaggi fatti come turista in Jugoslavia.
Per quanto attento nel cercare di instaurare rapporti con la gente e non solo ad ammirare le bellezze naturali, artistiche, storiche di quel paese di fatto lo avevo sempre visto con l’occhio esterno del turista più che del viaggiatore non avendo mai avuto l’opportunità di godere così a lungo nel tempo dell’intimità con esseri umani allora percepiti come elemento di folclore e parte del paesaggio.
Ho avuto anche il modo di conoscere ed apprezzare una moltitudine di persone comuni, molto diverse tra loro, animate non da particolari virtù se non quella di guardare agli altri con spirito di partecipazione o meglio di condivisione degli eventi e dei problemi che la storia talvolta impone.
Considerando i fatti in una prospettiva filtrata da oltre un decennio di distanza dagli avvenimenti nei quali sono stato coinvolto in quegli anni constato che dentro di me è accaduta una piccola rivoluzione che mi porta a guardare con nostalgia ad un’esperienza resa purtroppo possibile dalla tragedia di una guerra.

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gennaio 14, 2013

Intanto con il direttore generale dell’ospedale San Giovanni dottor Luigi D’Elia si è pensato di organizzare la frequenza di alcuni medici bosniaci in divisioni specialistiche dell’ospedale con l’accordo dei vari primari.
I reparti dovrebbero ovviamente essere scelti dagli interessati a seconda delle specialità di appartenenza con turni di permanenza di 2-3 settimane.
Si definisce meglio il problema economico che riguarda soprattutto la copertura delle spese di viaggio ed i pernottamenti.
A Roma si è cercato di ottenere qualche aiuto dalla regione Lazio; come era in parte prevedibile inizia il balletto dello scaricabarile. Ognuno si dice d’accordo con l’iniziativa che viene apprezzata ma fa riferimento a qualcun altro per l’insorgere di insormontabili difficoltà. Tra gli assessori c’è chi si distingue in questa perdita di tempo.
Riesce finalmente a superare i vari ostacoli formali l’assessore al bilancio Angiolo Marroni, amico e compagno che conosco da molti anni e che, convinto dell’utilità dell’iniziativa, si impegna a fondo.
Quindi grazie all’impegno decisivo della regione Lazio si riesce così nell’intento e il progetto solidaristico si avvia.
Si occuperà dei viaggi e dell’affitto di un appartamento l’ARCS nella persona di Anja Guniak, una giovane serbo-bosniaca di Sarajevo che vive a Roma; per permettere la partecipazione dei medici bosniaci la più numerosa possibile vengono scelte le soluzioni più economiche che però lasceranno qualcuno degli ospiti meno soddisfatto, come verifico di persona quando sono oggetto di alcune lamentele.
Si organizzano in genere, con qualche eccezione, viaggi di piccoli gruppi di tre – quattro medici per turno avendo cura che i partecipanti appartengano sempre ai tre gruppi etnico-religiosi : croati, serbi e mussulmani; ciò con il fine forse illusorio di agevolare tra loro il riallacciarsi di un dialogo partendo da comuni interessi professionali.
Dei tanti colleghi bosniaci che ho così il modo di incontrare sia a Mostar che a Roma ricordo i volti e gli interessi, ma solo di alcuni rammento i nomi. Safet Omerovic dirigente sanitario di Mostar est, Diana Zelenica di Mostar ovest che giunge a Roma in gravidanza e che dopo qualche mese mi annuncia con un biglietto la nascita della piccola Petra che lei chiama la sua “sweetheart”, l’ortopedico Majrudin Kaciar di Tuzla.
Nel luglio del 1999, quando l’iniziativa si sta ormai concludendo, presso la sede della regione Lazio si svolge un incontro che ne analizza retrospettivamente il programma ed i suoi esiti.
L’operazione medici bosniaci nell’ospedalità romana ha comunque successo al di là delle nostre aspettative tanto che l’ambasciatore di Bosnia in Italia Miroslav Palameta ritiene di ringraziare formalmente con due belle lettere la regione Lazio e l’Ospedale San Giovanni.
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gennaio 11, 2013

UN’ALTRA MISSIONE
MEDICI BOSNIACI A ROMA
A luglio torno a Mostar. A Spalato mi attende un giornalista fiorentino che lavora per radio Capodistria, con lui c’è una giovane bosniaca che studia a Trieste che funge da interprete ed un altro ragazzo; a noi si unisce Francesco Ajello, vice responsabile della ricostruzione di Mostar. Il ritardo che avevamo accumulato fin dalla partenza da Fiumicino aumenta; da una parte Ajello attendeva che un’auto dell’Unione Europea lo venisse a prendere, ma non si è visto alcuno (il responsabile lo incontriamo all’hotel Ero dopo mezzanotte e ci ha fatto perdere altro tempo profondendosi in inutili scuse), dall’altro doveva essere “sdoganata” la salma di un piccolo bosniaco di undici anni morto a Firenze dove era stato ricoverato in ospedale nel tentativo di risolvere un suo grave problema di salute. Attendiamo a lungo con il papà del piccolo finché scopriamo che il furgone era partito da solo con tutti i documenti compreso il visto del padre che si getta all’inseguimento.
Finalmente recuperiamo anche noi un’auto e partiamo godendo di una serata chiara lasciandoci affascinare dai monti e dal cielo prima della Dalmazia e poi dell’Erzegovina.
Perdiamo altro tempo quando Anastasia, la giovane bosniaca, accortasi che seguiamo la strada di Imotski si ricorda che lì vive sola la nonna che non vede da cinque anni; ci fermiamo ed a questo punto inizia un balletto di inviti a salire in casa e di rifiuti vista l’ora tarda finché verso le 23 accettiamo alcuni piccoli dolci fatti in casa; li assaggiamo rimanendo fuori della porta e finalmente ripartiamo.
Nella conca di Mostar arriviamo che è buio pesto, c’è un caldo umido ed il cielo è coperto come quando siamo partiti da Roma.
Nonostante la pace tenga abbastanza bene ogni tanto si sente un’esplosione che viene attribuita alle cause più varie; certo armi e munizioni, come in qualsiasi altra situazione simile, sono a disposizione di chiunque ed un controllo stretto è per ora impossibile. Stanotte verso l’una si è sentito chiarissimo un lungo sibilo e poi un’esplosione; ieri sera a cena abbiamo sentito una lunga raffica di mitra che è stata attribuita a qualche festeggiamento.
Il nuovo ufficio dell’ARCS è al centro di Mostar ovest come anche la casa nella quale dormo.
Con Enzo Piperno abbiamo pensato di organizzare delle brevi permanenze in strutture sanitarie romane di medici bosniaci al fine di promuoverne il reinserimento in un circuito di rapporti professionali. Con noi opera un giovane medico, Massimo Germani, che ha sostituito Pino Annunziata ormai impegnato stabilmente nell’OMS.
Incontriamo responsabili di varie amministrazioni cercando di trovare la via formale per far loro richiedere alla regione Lazio un contributo per realizzare l’obiettivo che ci eravamo prefissi.
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gennaio 10, 2013

Dalla finestra della mia stanza al terzo piano vedo Mostar est che inizia a poche decine di metri; sotto i miei occhi sono le rovine di case accanto alle quali passava la linea del fronte. La libertà di circolazione è ormai garantita anche se viene usata ancora con molta cautela. Poco oltre l’hotel Ero è in fase di avanzata realizzazione la ricostruzione del vecchio ponte austriaco che portava verso la stazione di Mostar est.
Per caso, proprio alla fine della mia missione, incrocio l’auto di Pino Annunziata che sta tornando a Zeniza da Spalato; si ferma e ci salutiamo molto calorosamente.
Nei momenti liberi accompagno l’architetto Carbognin di Verona con cui sto lavorando; giriamo tutti e due imbacuccati per difenderci dal freddo pungente ed io gli faccio da cicerone illustrandogli quel che so di Mostar. Ormai sono un esperto. Girando abbiamo scoperto parecchie nuove scritte inneggianti a Tito, le fotografo arricchendo la mia collezione di quelli che chiamo i Mostar graffiti.
Proprio durante questo soggiorno Rosaria Cacace mi presenta una simpatica giornalista americana della quale non ricordo il nome, ma ho ben chiaro nella memoria il suo aspetto, snella e con i capelli rossi. Ci invita entrambi a cena a casa sua secondo una consuetudine che accomuna gli stranieri che sono residenti a Mostar. Infatti chi si trattiene nella città per periodi relativamente lunghi spesso ha cercato un alloggio privato dove incontra amici e conoscenti in un clima del tutto informale nel quale si possono introdurre anche discorsi di lavoro in modo molto più disteso, meno controllato. Arriviamo nella sua abitazione situata a mezza costa sulle alture di Mostar ovest, non lontano dal ristorante “La stella”, dal nome curiosamente italiano, che Enzo mi aveva fatto conoscere durante la mia prima missione. Entriamo dopo esserci tolte le scarpe, come spesso si usa da queste parti secondo antichi modi orientali. La padrona di casa ci riceve con molta cordialità e dopo alcuni convenevoli ci disponiamo attorno al tavolo per la cena. I discorsi procedono lievi, i problemi sono lontani, si parla del fascino della Neretva, si raccontano aneddoti e curiosi ricordi di vita anche lontani.
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gennaio 9, 2013

Marzo 1996
A Mostar la situazione è nettamente migliorata.
Come sempre mi alzo presto dopo una nottata tranquilla ma tormentato dal freddo sentendo fuori soffiare la “bura” . La casa dove alloggio è nuova, appena ricostruita dal proprietario e quindi pulitissima, ma manca il riscaldamento. Passo la notte sotto un piumone con due coperte calzando un berretto, indossando una sciarpa ed i calzini; la cosa ha francamente del comico. Al mattino faccio colazione con un giovane di Spalato per metà italiano che fa da guida ad un giornalista americano. Alle 7 e trenta telefono a Procacci ed a Quaglio pensando di iniziare subito a lavorare, ma mi rendo subito conto di averli buttati giù dal letto; con la voce un po’ impastata e con gentilezza che percepisco controllata mi dicono che ci saremmo incontrati all’hotel Ero alle 10. Nell’attesa passeggio; fa molto freddo e tira un gran vento, ma non c’è una nuvola. Arrivo all’hotel Ero intirizzito; durante tutto il percorso passo la borsa da una mano all’altra per riscaldarle alternativamente infilandole in tasca. Incontro, come programmato, Procacci e Quaglio; mi hanno trovato una sistemazione all’hotel Ero dove posso godere di una stanza ben riscaldata e di un comodo bagno ad essa annesso.
Nello stesso hotel lavoro per l’EUAM che mi ha incaricato con un contratto di cinque giorni ben retribuito in marchi tedeschi di redigere un capitolato di gara molto dettagliato per poter attrezzare le strutture di laboratorio con suppellettili adeguate. Il lavoro, come programmato, lo posso concludere nel tempo previsto. Il compenso lo destino all’acquisto di “cose” necessarie nella situazione nella quale stiamo operando. La gara, cui partecipano diverse ditte, soprattutto tedesche ed italiane, si conclude con un’aggiudicazione al minor prezzo vista la sostanziale equivalenza dei prodotti. Verrò poi a sapere che le autorità sanitarie di Mostar, evidentemente soddisfatte, si rivolgeranno autonomamente alla stessa ditta per necessità successive.

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gennaio 8, 2013

NOVEMBRE 1995
A metà novembre torno a Mostar.
Condivido il viaggio con persone assai interessanti; al momento della partenza a Fiumicino incontro una dottoressa di Bologna, Francesca Ferrari, che ha la mia stessa destinazione; è preoccupata perché qualche minuto prima di giungere all’aeroporto aveva subito il furto del passaporto e della patente. Con qualche difficoltà riesce comunque a partire. Questa collega, 50 anni, ha un aspetto matronale e mi dice di avere cinque figli; è vissuta negli ultimi 15 anni in molti paesi africani e del Sud America operando nell’ambito della cooperazione con particolare riguardo ai problemi sanitari. Durante il viaggio e poi a Mostar mi racconta molte cose delle sue esperienze compresi alcuni aneddoti gustosi su Maria Pia Fanfani come dirigente della Croce Rossa; mi dice che quando operava nel Ciad ebbe modo di incontrare la signora Fanfani che per le sue funzioni visitava la regione; in una circostanza chiese che in ricordo del suo viaggio due gemellini si chiamassero l’una Maria Pia come lei e l’altro Amin Torè; l’aneddoto ha le caratteristiche di una storiella ma è comunque divertente e Francesca me ne garantisce l’autenticità.
A Mostar incontro, condividendo poi con loro lo stesso tetto,un funzionario ARCI di Milano ed un ex deputato di Rifondazione ed attualmente consigliere comunale di Milano; si chiama Franco Calamida, di professione chimico; la cosa che mi sorprende è che condividiamo alcune amicizie tra cui quella con Felice Piersanti, medico e primario di medicina di laboratorio presso il CTO a Roma. Il mondo è proprio piccolo. Con loro c’è una certa Maria moglie di un mostarino che vive in Italia cui ho affidato alcuni vestiti invernali che ho portato qui; sicuramente conoscendo bene la lingua ed ancor meglio le persone ed i loro bisogni sa a chi consegnare queste cose.
Le giornate sono molto intense e qualche volta emergono opinioni diverse e nascono alcuni conflitti; ci sono però anche momenti di distensione e lo spirito generale è vivace.
Con Francesca Ferrari ci vediamo frequentemente, ci scambiamo qualche confidenza sui nostri figli e quando le racconto la passione per la musica di Massimo mi propone di cedermi un sassofono che i suoi non utilizzano più. Me lo consegnerà al ritorno.
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gennaio 7, 2013

OTTOBRE 1995
Secondo consuetudine l’aereo delle Croatian Airlines è decollato da Fiumicino con circa un’ora di ritardo.
A Spalato mentre stavo cercando il mio contatto per poi raggiungere Mostar un tale dell’ONU mi confonde con un ambasciatore; nel bailamme generale, nella confusione dei molteplici soggetti internazionali presenti nei Balcani, nella confusione delle lingue talvolta si generano equivoci divertenti.
Incontrato il mio contatto, su un fuoristrada attraversiamo nella notte una strada che ormai conosco bene; il clima è molto meno rigido di quanto mi avevano segnalato, il cielo è sereno; per quante volte percorra queste strade la natura dei luoghi mi colpisce, mi affascina e mi sorprende sempre.
Il mio accompagnatore, un certo Bruno proveniente da Pordenone, mi racconta di essere stato a Knin poche settimane addietro e mi descrive la desolazione della città completamente vuota essendo stata abbandonata dai Serbi; a Roma in televisione avevo visto le carovane di questa gente che in decine di migliaia abbandonavano i luoghi abitati da secoli trascinandosi dietro a piedi, su camion o su carri trainati da cavalli e da buoi le loro cose diretti verso oriente. Spettacolo comune a tutti gli esodi in massa ed allo spostamento di popoli. Rivendicavano un’autonomia che Tujiman, vecchio generale titino ed ora leader dei nazionalisti croati, non era disposto a concedere giungendo a rimproverar loro un vecchio appello fatto all’Italia nei primi anni ’40, quando vennero ridefiniti i confini dell’area con la creazione della provincia di Lubiana e l’annessione all’Italia del tratto nord-occidentale della Dalmazia, al fine di non essere annessi allo stato croato di Ante Pavelic.
La situazione comunque è molto migliorata anche se essendo la zona ancora formalmente in stato di guerra alcune autorità possono più facilmente commettere abusi grandi o piccoli. Ad esempio nel Centro di Educazione Permanente creato dall’ARCS e da Medicos del Mundo per conto dell’EUAM possono accedere solo due addetti al giorno dei sei impiegati mostarini previsti; e ciò senza spiegazioni di sorta ma solo come provvedimento di polizia. Dà forse fastidio a qualcuno che il Centro possa operare come ponte interetnico ed interreligioso.
Ad est per problemi logistici che mi dicono insormontabili debbono tenere i malati di mente (in parte tali a seguito dei traumi provocati da questa guerra) in bunker illuminati artificialmente senza che possano vedere la luce naturale. Questo è uno dei problemi che si tenta di risolvere. Intanto si stanno muovendo in autonomia alcune regioni italiane che dopo aver offerto assistenza ai profughi ed essersi impegnate nel ricovero di malati affetti da patologie particolari si inseriscono nel processo della ricostruzione. E’ così che dalla Toscana giungono molti arbusti che debbono sostituire gli alberi da frutta distrutti; ho l’opportunità di incontrare una delegazione della regione Marche che intende intervenire con un primo investimento di un miliardo di lire. Sembra che si muovano con più agilità rispetto al Lazio e con un impegno economico assai maggiore cercando di coinvolgere inoltre anche i loro imprenditori locali.
Ciò è forse legato a problemi di equilibrio nei bilanci.
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gennaio 6, 2013

IL BAGNO TURCO

Durante i momenti nei quali non mi dedico ai problemi sanitari di Mostar insieme ad Enzo o a Pino girovaghiamo per la città che lentamente recupera una sua normalità. Io ho sempre con me la mia macchina fotografica e fisso le trasformazioni che subisce e cerco, durante le varie missioni, di fissare le immagini degli stessi luoghi documentandone la distruzione prima ed il progressivo recupero poi.
Con Darko, un giovane neurologo croato , decidiamo di visitare ciò che resta del bagno turco situato proprio al di là della riva sinistra del fiume di fronte all’hotel Neretva.
Darko è stato ingaggiato dall’ARCS come interprete dal serbo-croato all’inglese essendo anche capace di affrontare con competenza gli argomenti sanitari ed è per noi prezioso.
Ci muoviamo con cautela negli ambienti devastati; nei vasti seminterrati sono i rottami delle grandi caldaie destinate al riscaldamento dell’acqua; la tromba delle scale è un imbuto semibuio con l’ascensore inservibile; dalle pareti sporgono gradini smozzicati sui quali saliamo con notevole incoscienza stando attenti a muoverci, rasentando la parete per non precipitare; a terra ci sono insegne e tabelle spezzate che raccontano di attività pacifiche ed i loro prezzi: il barbiere, i massaggi …
Entriamo in grandi saloni moreschi; gli ambienti sono illuminati dalla luce che penetra oltre che dalle finestre senza infissi anche dalle vaste aperture provocate nelle pareti dalle cannonate; nel pavimento sono incassate vasche di varie dimensioni, una grande quasi come una piscina; sono rivestite di maioliche colorate qua e là scheggiate; i rubinetti e le altre attrezzature sono stati in gran parte portati via; non c’è quasi traccia di suppellettili.
Raggiungiamo il terrazzo di copertura ed osserviamo la città lungo le due rive del fiume; la distanza rende confuse le macerie e l’abitato sembra normale, solo gli edifici più vicini, i due grandi alberghi alle estremità del ponte Tito, distrutto e rabberciato con manufatti prefabbricati e tavole, appaiono in tutto il loro sfacelo.
Siamo soli io e Darko e ci facciamo qualche confidenza. Mi racconta della morte della fidanzata colpita casualmente mentre stavano passeggiando.
Commentiamo la distruzione del ponte simbolo della città da cui questa prende il nome, con cautela mi suggerisce che forse i mussulmani lo utilizzavano per rifornire di munizioni le loro truppe schierate nella piccola striscia di terra ancora nelle loro mani sulla riva destra della Neretva e questo potrebbe spiegare come il ponte sia diventato un bersaglio militare. Cambia poi discorso e mi chiede se posso aiutarlo a trovare un posto da medico in Italia. Ignora le quasi insormontabili difficoltà di un’operazione del genere che cerco di spiegargli lasciandolo palesemente deluso ed insoddisfatto.
Vengo successivamente a sapere quando torno a Mostar in successive missioni che probabilmente Darko è emigrato negli Stati Uniti.
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gennaio 5, 2013

NOSTALGIE

Ogni volta che torno a Mostar, nelle ore libere, Enzo mi fa visitare la città. Vedo luoghi devastati che anni addietro avevano suscitato la mia curiosità e gli interessi propri di un turista.
Ricordo che nel 1961 con mia sorella Franca e mio cugino Sergio con la moglie Gisella avevamo raggiunto Mostar con la nostra seicento in una giornata estiva calda, afosa ed immediatamente, prima ancora di occuparci del cibo, ci eravamo messi alla ricerca di un alloggio; tutti i posti però erano occupati da cineasti (mi sembra, se ben ricordo, che si trattasse della troupe di Lattuada che stava girando “la steppa”), così per dormire ci adattammo in una vecchia scuola utilizzando come giacigli reti senza materassi; al mattino avevamo le schiene martoriate con stampate sulla pelle le impronte della trama delle reti metalliche.
Allora vivevamo tutto con allegria; anche le piccole disavventure proprie di chi viaggia senza una precisa programmazione erano oggetto di scherzi e risate.
Diverso il ricordo che mi ha suscitato la visita dell’ampio cortile dove alcuni giornalisti italiani furono investiti da un’esplosione morendo nell’esercizio della loro professione.
Sono ricordati da una lapide.
Nel cortile osservo alcuni ragazzetti che giocano con le rovine della guerra utilizzando per le loro avventure le carcasse di alcune auto crivellate dai proiettili; fanno gli stessi giochi che facevo io quando, sfollato con la mia famiglia nel vicentino dal 1943 al 1945, assieme ad altri miei coetanei inventavamo avventure straordinarie, liberi di scorrazzare nei campi utilizzando in allegria gli scarti terribili ma per noi fantastici della guerra; e appena finita la guerra, diminuita la tensione negli adulti e con essa la già modesta sorveglianza sui ragazzi, la disponibilità di vari residuati divenne ancora maggiore e con essa la varietà delle nostre avventure, spesso assai pericolose. Uno dei giochi più gettonati era quello di scavare una piccola buca sul terreno e di infilarci della balestite che ricavavamo da proiettili inesplosi che aprivamo forzando l’estremità del bossolo di ottone; si dava poi fuoco alle sottili strisce giallastre di esplosivo che chiamavamo “spaghetti” che venivano coperte da un barattolo di latta; la piccola esplosione lanciava in alto il barattolo, cosa che era lo scopo del gioco. Lo stesso si otteneva utilizzando del carburo su cui si versava un po’ d’acqua od in alternativa veniva bagnato dalla pipì di uno di noi.
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