Archive for the ‘Note informative’ Category

Fate ammoino

giugno 12, 2019

L’ammoino sembra una parola banale che indica confusione, movimento, agitazione nell’idioma napoletano. In realtà, almeno nel passato, era un termine tecnico codificato nella terminologia della marina del regno di Napoli. L’uso di questo termine gridato a tutti i marinai significava che stava per salire a bordo della nave una autorità importante, come un ammiraglio per una ispezione per esempio, e che di conseguenza tutti si dovevano muovere spostandosi. Chi stava in coperta doveva andare in sottocoperta e viceversa, chi stava a poppa doveva andare a prua e viceversa, insomma bisognava dare la sensazione di una grande dinamica, di un grande lavoro in corso, in cui ciascuno andava dove sapeva di andare a fare quello che sapeva di fare.

In fondo questa immagine di quanto accadeva, questa filosofia di comportamento se si vuole fare bene attenzione la si può riscontrare anche nella società di oggi, in tante situazioni in tanti ambienti.

Parliamo di noi e della nostra società, del momento che stiamo vivendo. Il governo dice facciamo i mini bot, documenti senza alcun valore legale, equivalenti ai conti che si lasciavano una volta dal droghiere per poi pagare non appena si aveva disponibilità per farlo, anche allo scopo di abituare i cittadini alla esistenza di un’altra moneta al di là dell’euro e per far capire che di quest’ultimo se ne potrebbe fare a meno.

Il governo dice anche tassiamo le cassette di sicurezza, per fare capire che queste cassette sono tante e che gli italiani potrebbero con i loro averi e tesori ripagare senza problemi i debiti accumulati dallo Stato. Dice anche che si potrebbe se non bastasse intervenire sui conti correnti attivi nelle banche, il cui totale sembra sia il doppio del valore del debito statale appunto.

Ma il governo non si ferma, dice che vuole ridurre le tasse introducendo la flat tax al 15%. Fa circolare voci che il provvedimento potrebbe riguardare solo i redditi sino a 50mila euro o 60mila euro o forse tutti i redditi. E poi dice che vuole aumentare il salario minimo per tutti in modo da aumentare automaticamente tutti gli stipendi e i salari.

Ma le voci fatte circolare, le ipotesi che lo staff dei consulenti dei capi del governo e in particolare di quello che fa capo alla Lega e che ricicla in questo ruolo venditori di polizze, vecchi commercialisti, esperti che hanno affinato le loro teorie economiche nei peggiori bar del Giambellino non si fermano, a dimostrazione che la fantasia non manca, le ipotesi sono tante e che al governo nessuno poltrisce e che si sta studiando intensamente nell’interesse del popolo italiano. Costoro amano la parola popolo e molto meno quella di cittadini.

Infatti, si prospetta un condono fiscale per tutti più o meno tombale, magari anche un condono edilizio per semplificare la vita alla burocrazia, il taglio dei contributi assistenziali a vari settori della economia del paese, una azione senza esagerare contro la evasione fiscale, la eliminazione dei contributi ai media, l’estensione della cosiddetta quota cento e cioè l’abbassamento dell’età pensionabile per ampie categorie, il non aumento dell’Iva e si lascia intravedere, infine, lo studio avanzato di molte belle sorprese per il popolo che avrà nei prossimi anni benefici di grande significato.

Non si sa quante di queste cose saranno effettivamente messe in pratica e non si sa quando e come. Non si dice cosa si farà in concreto, ma si dice quello che si vuole fare e si pensa che nell’epoca della realtà virtuale questo dovrebbe bastare a tutto il popolo che in effetti è confuso e continua ad applaudire sommerso dalla bellezza e dalla forza delle argomentazioni governative.

Ecco che si può affermare senza possibilità di smentita che questa fase somiglia tanto e perfettamente al famoso ammoino della marina napoletana. Un termine che torna di moda e che rappresenta proprio il nostro momento come meglio non potrebbe essere.

Gianni Di Quattro

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Le Coseguenze

maggio 17, 2019

 

La parola vuole indicare ciò che può succedere “dopo” una certa azione o situazione personale o collettiva. E questo vale anche per il governo di un paese che va giudicato, almeno così dovrebbe essere, per quello che fa o non fa e per quello che succede o può succedere dopo di lui quando magari un altro governo composto persino da altre forze politiche lo sostituisce. Non è semplice prevedere quello che succederà giudicando il lavoro di un governo in generale perché tante sono le variabili, ma qualche volta può essere semplice, addirittura lampante.

Ecco, il governo che in questo momento è al potere nel nostro paese è così trasparente nei suoi modi e nelle sue azioni che può essere giudicato certamente, come tutti, per quello che sta facendo, ma soprattutto per quello che succederà dopo di lui date le premesse che sta piantando nel paese. Non ci possono essere dubbi in merito.

Dunque vediamo le conseguenze. Cancellare alcuni valori come, per fare qualche esempio grossolano ma importante, il merito o la competenza significa inevitabilmente da una parte inserire in apparati istituzionali e in posti di responsabilità del paese persone senza la professionalità necessaria con il rischio di decisioni e di attività completamente fuori da quello che sarebbe indispensabile e utile e dall’altra creare nel paese una atmosfera nella quale chiunque, a prescindere da preparazione e competenza appunto, può pretendere di avere accesso a qualunque posizione, a qualunque successo come altri e come è ideale per chi non ha alle spalle impegno, sacrificio, tempo impiegato a conoscere.

Impostare una politica autarchica o sovranista come si dice oggi sul piano politico, pretendendo che sul piano economico tale approccio non abbia alcuna rilevanza, soprattutto per un paese che è basato sulla trasformazione industriale, sulla innovazione e quindi sulla esportazione è presuntuoso specialmente in un mondo di oggi molto collegato se non globalizzato. E la conseguenza è certamente un siluro per il sistema industriale del paese, che almeno sino a questo momento rappresenta il secondo del nostro continente.

Non considerare la cultura e la formazione come elementi strategici della azione di un governo di questo paese può essere considerato cinico o frutto di grande ignoranza nel caso della cultura, mentre assolutamente delittuoso nel caso della formazione. La cultura è un asset importante del paese e serve non solo come strumento di aggregazione sociale, ma anche come punto fondamentale per impostare un politica basata sul turismo insieme alle bellezze naturali e sociali del paese. Come peraltro dimostrano importanti paesi come la Spagna e la Francia ad esempio. La formazione è la base per costruire un futuro, soprattutto per un paese che ha un livello di conoscenza formale e sostanziale tra gli ultimi posti in Europa e nel mondo e un sistema economico che boccheggia non solo per mancanza di investimenti ma anche per mancanza di competenze necessarie. Non capire tutto questo e non agire coerentemente significa conseguenze gravi e molto prevedibili.

Bloccare l’immigrazione invece di fare una politica ragionata e selezionata per un paese con un tasso di denatalità come il nostro e con una parte della popolazione in una fase di forte invecchiamento che la colloca al difuori dell’area attiva, è quasi sadomasochismo verrebbe da dire. Perché significa condannare il paese all’esaurimento nel giro di qualche decennio.

Ma tante altre sono le azioni del governo di questo paese che mettono lo stesso in una forte area di rischio proprio per le conseguenze facilmente individuabili anche da parte di chi non è un professionista degli studi dei flussi sociali o del futuro delle etnie nel mondo. Un discorso da non lasciare e da continuare, ci ripromettiamo di farlo perché fa ordine alle idee e serve per disegnare il futuro se la gente di questo paese continua nel suo entusiasmo verso chi la sta governando con la massima superficialità e cinismo allo stesso tempo.

Gianni Di Quattro

Opinioni(Un Fascismo senza Divisa)

maggio 10, 2019

 

Le persone avanti in età ricordano il fascismo, alcuni vagamente perché in quegli anni erano ancora piccoli. Ma ricordano le persone in divisa con la camicia nera, ricordano i bambini figli della lupa con la grande emme di latta sul petto e i ragazzi prima balilla, poi balilla moschettiere e infine, un traguardo desiderato lungamente, avanguardista. Ricordano i sabati e le atmosfere festive, il fatto che a scuola non si studiava ma si faceva ginnastica, negli uffici non si lavorava e dappertutto non ci si salutava stringendosi la mano, cosa abolita dal segretario del partito Starace, ma alzando il braccio destro verso il cielo con la mano aperta e cioè con il saluto fascista.

Erano i tempi in cui l’informazione era monopolizzata dal potere, la radio trasmetteva solo notiziari positivi e quando il paese era in guerra per le colonie dava notizia dei successi dei valorosi soldati italiani. Naturalmente nessun cenno alle crudeltà che i valorosi riuscivano a compiere nei paesi dove combattevano e dove conquistavano territori rendendo schiavi degli uomini.

Gli italiani erano pieni di orgoglio perché il Duce quasi giornalmente diceva loro che erano grandi, che la nostra cultura era al primo posto nel mondo, che i nostri confini erano protetti, che l’ordine e la sicurezza regnavano sovrani e che infine i treni arrivavano perfettamente in orario. Naturalmente si trascurava di dire che la cronaca nera era proibita e che i treni avevano dilatato il tempo di percorrenza.

Insomma per venti anni circa il popolo italiano, in gran parte ancora analfabeta e con problemi di comprensione tra una regione e l’altra perché solo la televisione molti anni dopo darà una mano per fare in modo che gli italiani si capissero tutti tra di loro, ha vissuto quasi felice pensando che meglio di come viveva non poteva anche se con le ristrettezze in cui era immerso ogni giorno di più. Il paese ha vinto in quel periodo persino due campionati del mondo di calcio, cosa che da molti è considerata come una vera prova di grandezza e di superiorità.

Poi tutto cominciò a crollare, la gente a morire in guerra che si faceva anche sul territorio patrio, chi aveva oro lo versava alla Patria, mancava il pane e la luce, non si parlava per paura, chi poteva si nascondeva. In molte città cadevano le bombe e ad un certo punto la farsa finì in una grande tragedia.

Ed ora ci sono forze politiche nate in un regime democratico che cercano di riprendere temi, modi di essere e rifermenti di quel periodo. Parlano di ordine e sicurezza, chiudono i porti e predicano l’autarchia che ora chiamano sovranismo, lanciano slogan che il fascismo di Mussolini utilizzava in modo copioso come noi tireremo diritto, la poltrona e le pantofole sono nemici dell’uomo, un popolo non è davvero libero se non ha libero accesso all’oceano. Adesso si dice la pacchia è finita, prima di parlare si faccia eleggere, prima gli italiani, insomma il senso soprattutto del ridicolo non si discosta molto.

In particolare queste forze politiche cercano di diffondere nella popolazione il principio che chi non è con me è contro di me (peste lo colga diceva il grande Amedeo Nazzari), nel senso che esistono solo amici e nemici, che il dialogo e il dibattito civile non esistono. Quindi la democrazia con i suoi valori di libertà e di rispetto è superata e da cancellare. E anche con le sue pastoie procedurali, con il parlamento che spesso fa perdere tempo, con continue chiamate alle urne (è vero che in questo modo tuttavia la gente ha l’impressione di partecipare), con i media che cercano di essere indipendenti e non si capisce perché.

Gli italiani di oggi sono i nipoti o pronipoti di quelli che c’erano durante il fascismo di Mussolini e non ne hanno idea di cosa era anche perché non si studia nei libri di storia a scuola (ed ora anche meno con i nuovi tagli alla materia considerata inutile e pericolosa). Per questo vedono con favore le forze politiche che remano contro la democrazia e per il ritorno di un regime fascista, anche se senza divisa e simboli esteriori.

Riusciranno i nostri eroi (gli italiani) ad evitare di ripiombare nel baratro dell’oscurantismo ideologico e sociale e nella miseria morale?

Gianni Di Quattro

La scomparsa degli Statisti

maggio 3, 2019

Il mondo è cambiato e tutto lo dimostra con grande evidenza. Nella politica i protagonisti che combattono per il potere e sono sugli scenari nazionali ed anche internazionali sono molto diversi dai protagonisti del passato. Gli statisti e cioè quelli che si occupano dello Stato e che vanno distinti dai politici perché questi ultimi non tutti possono esserlo, sono figure ormai in fase di esaurimento e ne sopravvive soltanto qualcuno da qualche parte sempre più isolato e quasi sempre sbeffeggiato. D’altra parte è diversa la gente, quelli che votano e che cercano quelli che dicono di fare non tanto l’interesse dello Stato e del paese quanto ciò che gli stessi cittadini gridano di volere.

Prendiamo ad esempio il caso dell’Ucraina, dove un comico senza alcuna esperienza politica, culturale, professionale è stato votato dal 73% dei cittadini di quel paese ed è diventato Presidente della Repubblica avendo come unica sua conoscenza quella del palcoscenico, quella di far divertire il pubblico. Costui si sta rivelando tuttavia un uomo interessante umanamente, perché preso il potere ha dichiarato apertamente che non ha progetti, non ha idee, non sa cosa si debba fare e che il suo lavoro sarà quello di andare in ufficio tutti i giorni feriali e di sbrigare con il massimo buon senso le pratiche e i problemi che arrivano sul suo tavolo, sul tavolo del Presidente. Ecco un simile protagonista un po’ di tempo fa non avrebbe potuto essere eletto, non sarebbe stato votato e non avrebbe fatto queste dichiarazioni.
Ma la stessa cosa si può dire del Presidente degli Stati Uniti, un uomo di affari che ha speculato tutta la vita con il gioco d’azzardo, le case di piacere e le compravendite di immobili, ed ora si trova a gestire il paese più potente del mondo e che con il suo potere può cambiare il corso degli eventi a livello mondiale. Una volta non sarebbe stato possibile, una simile situazione non sarebbe stata accettata dai cittadini compresi quelli più sprovveduti e fanatici.
La stessa cosa avviene in tanti paesi del mondo dove ex poliziotti, ex militari, uomini d’affari come Berlusconi in Italia, hanno preso o stanno prendendo il potere. Le Filippine, il Cile, il Brasile, l’Argentina, il Vietnam, solo per fare a caso qualche nome.
Che succede e che significa questo per il futuro?
È cambiata la concezione dello Stato e del suo funzionamento, morti i partiti che dislocavano sul territorio loro sezioni e punti di incontro per la gestione del consenso e per un rapporto continuo con i cittadini tra cui la raccolta di bisogni, gli input alle forze politiche in merito alle esigenze del paese sono portate avanti da gruppi di interesse, o lobbies come si chiamano con un termine internazionale, e sulla cui organizzazione, ruolo e funzionamento non esiste alcuna regolamentazione legislativa.
In altri termini è cambiata la democrazia, sono cambiate le funzioni degli organi istituzionali, la partecipazione dei cittadini è sempre di più assicurata tramite i social network e ci sono persino proposte in ballo per cui alcune forze politiche pensano di abolire il Parlamento sostituito appunto dai social.
Di conseguenza gli statisti non servono più, le istituzioni al più alto livello possono essere occupati da intraprendenti giovanotti che poi possono utilizzare consulenti provenienti dai vari settori della società sempre che dimostrino fedeltà al potere. Tutto l’apparato dello Stato si abbassa di livello professionale e si adegua alla mediocrità della società.
Il rischio? È evidente che quando si abbassa il livello, quando tutto diventa mediocre, la determinazione di chi vuole conquistare il potere possibilmente assoluto per introdurre un regime di tipo fascista, è molto più facile, ma molto più facile.
A qualcuno viene in mente una situazione che sta cavalcando l’attualità da qualche parte?

Gianni Di Quattro

Dietro il litigio Niente!

aprile 29, 2019

 

Tutti sanno, vedono e capiscono che i due partiti che governano il nostro paese giornalmente litigano, nel senso che ogni giorno salta alla ribalta un tema, una occasione, una situazione che consente ai due capi del governo e dei partiti di esprimere posizioni politiche e personali spesso diametralmente opposte rispetto a quelle del suo concorrente omologo. Si fa riferimento ai due capi perché tutto ciò che sta intorno a loro sul piano umano, incluso il Presidente del Consiglio denominato il damerino, non ha alcuna influenza sullo scorrere degli eventi politici del paese.

Dunque il litigio è continuo ed impegna i cittadini che si interrogano su quello che succede e i media protesi a cercare di capire e spiegare la situazione. Questi ultimi esprimono giudizi e fanno previsioni quasi sempre inventate perché mancano obbiettivamente di elementi su cui impostare una logica di ragionamento e ricorrono inevitabilmente a quello che loro credono e alle loro posizioni di schieramento come succede per quasi tutti i media del paese. E recentemente anche per la televisione pubblica occupata massicciamente dalle forze di governo.

Ma, come spesso capita nella vita e come la storia ci insegna, la spiegazione di quello che succede, di questa situazione di conflittualità permanente tra i due partiti e i loro rispettivi leader, può essere molto più semplice di quello che analisti e osservatori di lungo corso cercano di ipotizzare. Niente diversità di progetti sociali, niente programmi diversi, niente posizioni ideologiche diverse, perché i due partner sono affratellati dalla voglia di avere e gestire il potere, voglia che aumenta giornalmente mano a mano che loro scoprono l’ebbrezza e il piacere di questo potere. Ed allora che significa questa litigiosità?

Significa un modo di comunicare, un modo di alzare una cortina fumogena sui problemi del paese e portarlo a discutere sull’ipotesi della eventuale caduta del governo o meno, soprattutto di distogliere lo sguardo dalle situazioni che peggiorano, di tentare di giustificare, infine, l’incapacità e la stupidità incolpando altri di quello che succede e che sta per avvenire, di volta in volta i governi passati, la Unione Europea, qualche paese che si dice che ci è nemico, la situazione internazionale dei dazi, gli imprenditori che boicottano o qualche altra persona o cosa che può ricevere inconsapevolmente le accuse del nostro governo in carica.

La verità è che dietro a questa litigiosità, dietro a questo teatrino dei pupi non c’è assolutamente niente. Il paese è abbandonato, il governo si occupa di cose poco importanti e che peraltro non riesce a risolvere, le cose importanti e vitali il governo non le capisce e fa finta di non capirle per non doverle affrontare. Una brutta storia politica, un momento di grande pericolosità per il futuro di quello che avrebbe potuto essere un grande paese.

Un manipolo di uomini mediocri che tengono in ostaggio il paese e che recitano questa litigiosità per far vedere che sono vivi e impegnati, un popolo che nella sua maggioranza non capisce e si abbandona come ha fatto altre volte nella sua storia dimenticando le solite e inevitabili tragedie finali. Questo il dramma del momento che si sta recitando!

Speriamo di cavarcela viene da dire, anche se le premesse sono proprio brutte, ma non abbandonare la speranza è un dovere umano prima di tutto. Un dovere che dovrebbe portare tutti a riflettere e a cercare di capire di più ed a salvaguardare di più il proprio futuro, perché è proprio questo in ballo.

Gianni Di Quattro

Riflessioni: Un fascismo può non essere il fascismo.

aprile 26, 2019

 

Il fascismo inteso come ideologia politica, come connotazione di un regime politico lo si deve a Benito Mussolini il quale, dopo averlo creato, lo ha gestito per un ventennio in Italia sino a portare il paese in una disgraziata guerra che ha aggiunto, dopo la tragica sconfitta, distruzione e miseria alle sue provate condizioni.

Evidentemente il regime fascista mussoliniano era inserito in una atmosfera dell’epoca, in una situazione europea e internazionale ed aveva tutta una serie di comportamenti morali, politici, criminali e formali che poteva consentirsi e che erano adatti appunto al momento.

Parlare del fascismo significa cercare di capire i principi che hanno regolato quel regime dittatoriale, cercare di valutare gli elementi che ne hanno costituito il suo modo di essere. Ed è quello che da tanti anni storici, analisti, politici e uomini dei pensiero democratico cercano di fare anche per capire come mai il popolo italiano sia caduto volontariamente in quel baratro che ha rappresentato mancanza di libertà, stenti e poi miseria e morte.

Bisogna cercare di farlo, ed è così per la verità che avviene, sfrondandolo di tutto l’apparato formale di cui Mussolini lo aveva rivestito dalla camicia nera ai vari simboli ed a tutto il resto.

Così isolando i principi ispiratori e guida del fascismo è possibile definire fascista qualsiasi regime si ispiri agli stessi principi e comportamenti. Così è stato fascista il regime del Generalissimo Franco in Spagna (che ha mantenuto anche simboli e formalismi almeno nei suoi primi venti anni), quello di Peron in Argentina, quello di Pinochet in Cile e in tanti altri posti nel mondo in tutti i suoi continenti.

Naturalmente i vari regimi di ispirazione fascista ci dicono che quel regime è ripetibile con o senza gli stessi fronzoli e che è sempre lo stesso anche se riesce ad adattarsi magnificamente al paese, ai tempi che scorrono, alle dimensioni e persino ai contesti internazionali vigenti.

Anche i suoi principi guida rimangono fedeli all’originale e sono basati su schemi semplici e semplicistici che prevedono il potere concentrato nelle mani di pochi, le masse popolari regolate ed ubbidienti salvo severi sistemi di correzione e di invito a rientrare nei ranghi nel caso di deviazioni anche involontarie, i diritti non più considerati diritti ma semplicemente possibili elargizioni concesse dal sistema di potere di volta in volta e secondo le circostanze, una società divisa a compartimenti dove ciascuno può giocare solo nel suo ruolo, un sistema economico dirigista e un sistema di welfare concesso secondo meriti e posizioni sociali. Naturalmente questi regimi fascisti hanno bisogno di agire in ambienti autarchici o sovranisti come oggi si dice, per controllare i canali di relazioni internazionali da un punto di vista culturale e politico oltre che da un punto di vista economico naturalmente.

È dunque evidente che chi pensa e lavora per istaurare un regime autarchico, forte, concentrato e assoluto dove la democrazia rimane solo per alcuni aspetti formali ma senza incidere nella gestione del potere, i diritti sono interpretati e declassati, sviluppa un sistema di collaboratori di grande mediocrità professionale e persino intellettuale ma dotati di grande fedeltà al capo e alle sue idee, dove soprattutto la società è considerata immobile e diretta dal potere, pensa a un regime di tipo fascista.

Non vuol dire, in altri termini, che pensa alla restaurazione del fascismo di Benito Mussolini, ma vuol dire che pensa ad un regime definito fascista perché recepisce le idee di base di quella vecchia e disastrosa esperienza italiana.

E così che l’obiettivo del nostro attuale ministro degli interni si può definire come quello di istaurare un regime fascista a giudicare dai suoi comportamenti, dalle sue dichiarazioni, dalla scelta dei suoi collaboratori ed alleati e contando sul consenso di gran parte del popolo italiano che pare sorridergli in maniera sfacciata e che la dice lunga sul valore di questo popolo. Tanto per capire, per precisare e per chiamare le cose con il loro nome.

Gianni Di Quattro

La Caduta degli equivoci

aprile 24, 2019

È un equivoco uno uguale uno, perché è giusto dirlo con riferimento al voto che ognuno può mettere nell’urna quando si vota, ma non lo si può dire con riferimento al lavoro da svolgere in un apparato istituzionale, in un ente, dovunque e soprattutto quando c’è di mezzo l’interesse di tutti i cittadini. Questa attività, infatti, richiede professionalità e competenza, altrimenti il rischio, anche in buona fede, è quello di mandare in rovina l’istituzione per cui si lavora e, in definitiva, il paese.

È un equivoco che i due partiti al governo hanno idee diverse su alcuni temi. In generale fanno finta di essere sul punto di una crisi per gestire le relazioni con la gente, con il popolo come usano dire e che peraltro continua per questo a concedere loro la massima fiducia espressa nei continui sondaggi. Soprattutto i due partiti sono uniti da un grande interesse comune, quello verso il potere che rappresenta il collante più forte e solido. E questo si può notare, ad occhio nudo, giornalmente nei loro comportamenti istituzionali.

È un equivoco che la democrazia diretta possa un giorno cancellare la democrazia rappresentativa o parlamentare. Soprattutto quando il rapporto con i cittadini è gestito da una società privata con interessi privati senza controllo pubblico per decidere di cose pubbliche. Se dovesse avvenire un giorno vuol dire che non saremo più in democrazia, ma dentro ad un sistema pilotato da uno o più gruppi di potere collegati.

È un equivoco immaginare un futuro positivo per un paese dove la cultura, il merito, il rispetto, i diritti personali e la democrazia effettiva non trovano spazio. Il comportamento dell’attuale governo nei confronti della scuola, della cultura, dei diritti personali dei cittadini autorizza le più pessimistiche delle previsioni.

È un equivoco sostituire una politica proiettata a creare lavoro con una politica rivolta alla assistenza. Non può avere successo perché il paese senza lavoro è un paese avviato verso il fallimento economico, ma soprattutto perché rappresenta un sistema di disgregazione sociale e di forte attentato ai valori sociali comuni, un paese che non può avere accesso alla felicità. Come dimostra il successo molto limitato, e forse si può dire fallito, del provvedimento del governo in merito al tanto vantato (da un punto di vista elettorale) reddito di cittadinanza.

È un equivoco pensare ad una forma di autarchia o di sovranità come si dice di questi tempi come soluzione dei problemi di un paese. La tecnologia, internet e i ruoli della comunicazione, la globalizzazione dell’economia e della finanza, il livello di vita raggiunto nei paesi occidentali non lo consentono come forse è stato possibile una volta. Non si può fare una politica estera racchiusi in se stessi, non si può pensare ad un bilancio positivo del paese senza esportazione ed esportazione significa relazioni, non si possono fermare i fenomeni migratori in aumento dai paesi in guerra o distrutti dalla fame verso i paesi con livelli di vita superiori bloccando porti o schierando l’esercito ai confini, soprattutto quando questi confini sono indifendibili per la loro vastità.

È un equivoco pensare di risolvere i problemi del paese facendo da parte del potere quello che dice il popolo. Questo si chiama populismo e procura certamente il consenso elettorale, ma non rappresenta il bene del popolo. Ci vogliono quelli che una volta si chiamavano statisti, cioè quelli che individuavano l’interesse del popolo e cercavano di realizzarlo a prescindere dal parere del popolo stesso. Ora non importa come si chiamano o si fanno chiamare, ma è questa gente che il popolo, se vuole andare avanti, deve cercare di individuare e cui dare mandato.

Gianni Di Quattro

Olivetti Elea 9003 Una storia Italiana

aprile 22, 2019

Seconda Parte

Questa tipologia di lavoro era allora completamente sconosciuta e in ambito Olivetti si è dovuta creare e sviluppare su due direttrici,

la prima costituita dal corredo per il funzionamento dell’elaboratore dove la base logica del sistema operativo, derivato dall’Elea, diventerà, in seguito, un patrimonio che sarà implementato su tutte le apparecchiature elettroniche prodotte negli anni successivi.

L’altra riguardante la formazione del personale, per la stesura dei programmi per la gestione dei servizi degli utenti, costituita sia da personale specializzato della Olivetti che da quello dei clienti.

La visione di un illuminato imprenditore può aprire nuovi settori di attività dove i giovani possono cimentarsi e realizzare soluzioni innovative in competizione con le realtà internazionali, questo è il sentimento di gratitudine di chi ha operato in quel contesto.

Aldo Rozza

Olivetti Elea 9003, Una storia Italiana

aprile 15, 2019

Nella storia del progetto ELEA della Olivetti ci sono testimonianze dirette dei singoli protagonisti che hanno documentato con particolare partecipazione ogni dettaglio dell’evoluzione dello stesso dalle fasi iniziali fino alla sua realizzazione.

Quello che emerge come prima impressione è il coinvolgimento e la determinazione con cui un piccolo gruppo di giovani laureati sotto la guida dell’ing. CHOU, trentenne, sia riuscito ha portare a termine una operazione unica nel suo genere in un paese dove non erano disponibili conoscenze, esperienze e componentistica elettronica in questo settore.

La visione di Adriano Olivetti di avviare questa iniziativa in un settore industriale nuovo di cui non si conoscevano le sue potenzialità, e che era in via di sviluppo negli USA, dimostra come una visione imprenditoriale possa creare sviluppo, lavoro e nuova cultura industriale coinvolgendo consistenti risorse umane ad acquisire nuove professionalità.

L’estro, l’inventiva e la determinazione del gruppo di progetto riuscirono a superare le difficoltà che sorgevano di giorno in giorno e di portare a termine la realizzazione del primo elaboratore elettronico italiano che con orgoglio possiamo definire una pietra miliare esempio di quanto sia determinante investire sui giovani e dare loro la possibilità di esprimere le loro capacità.

Da sottolineare che l’Elea disponeva di istruzioni con funzionalità specifiche non attive su altri calcolatori della concorrenza, e riguardavano la lettura indietro dei nastri magnetici che permettevano di eliminare i tempi morti di riavvolgimento, inoltre altre specifiche prestazioni di cui una particolare e brillante nella sua operatività riguardava l‘ordinamento degli indirizzi dei record, costituendi i file, antesiniana delle funzionalità introdotte con l’uso delle informazioni su disco.

L’attività conseguente alla realizzazione dell’ELEA fu quella di formare i primi nuclei per la manutenzione del sistema e delle unità periferiche connesse, quali unità a nastro magnetico, stampanti, lettori e convertitori di schede o banda perforata.

Questa attività all’inizio fu determinante in quanto i componenti elettronici avevano una affidabilità ridotta, gli interventi erano frequenti e l’individuazione degli errori richiedeva un alto livello di conoscenza della funzionalità dell’Elea .

Mi ha sempre meravigliato l’abilità con cui i tecnici accedevano ai volumi dei disegni del sistema e procedevano logicamente alla individuazione degli errori, non erano stati ancora sviluppati i programmi di diagnosi che hanno reso molto semplice le modalità di riparazione.

L’Elea era stato realizzato ma era nudo non aveva ancora gli strumenti per operare cioè i programmi (il software) per farlo funzionare.

Su questo aspetto va focalizzata l’attenzione che è finora rimasta nell’ombra e non emersa in modo significativo e riguarda la stesura dei programmi per il funzionamento dell’Elea sia quelli che potremmo definire di sistema (oggi i sofisticati sistemi operativi) e quelli riguardanti le procedure degli utilizzatori.

Mi debbo ora riferire alla esperienza personale, quando all’inizio del 1960, terminato il servizio militare di leva, rientrai presso una grande azienda di prodotti elettrici dove lavoravo nelle sale prova e collaudo.

In quella primavera intercettai un annuncio della Olivetti che ricercava personale da inserire nel settore di programmazione riguardante i calcolatori elettronici; non sapevo di che cosa si trattasse ma poteva essere appetibile la mia ultima formazione di perito in elettronica industriale e non mi piaceva la conduzione ottocentesca del personale dove lavoravo.

Risposi all’annuncio ed ebbi un colloquio con un selezionatore che mi illustrò lo schema del corso di 5 settimane che prevedeva un test ogni venerdì mattina e se l’esito era positivo avrei proseguito il lunedì successivo.

Nel colloquio avevo percepito una atmosfera aziendale nuova ed un entusiasmo e dinamicità per le prospettive future completamente diverso da dove lavoravo.

Decisi di accettare l’offerta di partecipare al corso di programmazione, certamente contribuì a tale decisione la grande disponibilità di lavoro che avevamo noi giovani nel periodo del boom anni 60. Essere liberi di scegliere è connesso alle disponibilità famigliari e opportunità esterne.

L’insegnante era Marisa Bellisario, il corso in via Baracchini a Milano; partimmo in una ventina ed il gruppo si assotigliò gradualmente di oltre la metà, non eravamo certo i più intelligenti ma la nostra logica mentale risultava adatta a quel tipo di lavoro.

Il livello di scolarità era quello di diplomati, la prima generazione di famiglie con estrazione sociale operaia, ed aver raggiunto quel traguardo era motivo di gratificazione e rappresentava una apertura sociale.

In sostanza per i più non c’erano risorse famigliari per proseguire gli studi universitari.

Al gruppo formatosi alla fine del coerso fu affidato il compito di impostare delle soluzioni per risolvere gli inconvenienti funzionali riguardanti fermi macchina, nastri magnetici rovinati dal trascinamento meccanico la cui funzionalità era limitata , errori della stampante; altro aspetto riguardava come controllare la sequenza della gestione dei programmi e modalità di guida agli operatori che gestivano le fasi operative.

Si mettevano a punto criteri ed indirizzi su come gestire l’ELEA, tale indirizzo derivava da Elserino Piol, Direttore della Divisione Elettronica, che avendo acquisito una esperienza diretta di programmatore sulle macchine tabulatrici della Bull aveva toccato con mano le difficoltà insite nella funzionalità delle stesse.

Iniziammo a mettere a punto piccole routine e incontrammo subito enormi difficoltà sull’Elea, disponibile nello stabilimento a Borgo Lombardo, in quanto era dotata di consolle a leve e si operava manualmente carattere per carattere con enormi difficoltà nell’individuare i normali errori nella compilazione dei programmi. Era una lotta continua per avere accesso all’unica macchina disponibile, operativa 24 ore per tutti i giorni della settimana.

L’atmosfera che si respirava nel gruppo era particolarmente collaborativa e questa condivisione permise di consolidare soluzioni e criteri che furono adottati nella stesura dei programmi,

esempio: numerazione dei record, fotografia della memoria (Back up), programma di verifica del funzionamento unità periferiche, routine di recupero dei dati su nastro, ecc.

In quel periodo operava, in Via Baracchini, un folto gruppo di programmatori stavano realizzando i programmi per alcuni clienti, Monte dei Paschi, Marzotto ed erano in grosse difficoltà, nella messa a punto dei programmi , perché non disponevano di programmi automatici di supporto( quelli sopra indicati ).

Dopo un mese di attività Elserino Piol ci disse che era indispensabile realizzare una serie di programmi per automatizzare i processi operativi che permettessero di superare il collo di bottiglia in cui ci trovavamo nella prova dei programmi.

Si doveva realizzare un programma automatico che svolgesse queste funzioni; ci siamo resi conto successivamente della genialità dell’idea di Piol, in sostanza se si riusciva a trovare la soluzione si aprivano le porte ad un nuovo settore di autodiagnosi che si sarebbe sviluppato negli anni successivi.

Individuate le modalità logiche, la stesura del programma e la messa a punto fu realizzata nell’arco di un mese superando le difficoltà derivanti dalla limitata disponibilità della memoria e da quel momento la messa a punto dei programmi sull’ELEA non è stato più un problema per i programmatori.

In un quadro generale è opportuno sottolineare che il limitato spazio di memoria, allora disponibile, comportava difficoltà costanti per i programmatori, al giorno d’oggi sembra ridicola questa limitazione, inoltre particolare attenzione era necessaria nel prevedere i ripristini e le ripartenze in quanto nella fase iniziale l’elaboratore era soggetto a fermi durante l’arco della giornata.

Altra attività di sviluppo del software ha riguardato la stesura di programmi automatici di ordinamento delle informazioni.

Tale processo è insito i quasi tutte le procedure informatiche dove si possono mettere in sequenza le stesse, in funzione delle finalità da perseguire.

In un processo elaborativo gli ordinamento degli archivi o dei dati è molto consistente. Per evitare la compilazione dei singoli programmi si mise a punto un compilatore automatico in grado di gestire la totalità delle richieste in tal senso.

I programmi realizzati per automatizzare processi elaborativi sono logicamente analoghi sui vari computer e vengono definiti Sistema Operativo e sono il frutto del lavoro di persone che individuano, in funzione delle prestazioni, le modalità con cui attivarle sul computer.

Fine prima parte

Aldo Rozza

Formazione e conoscenza anime dello sviluppo

marzo 23, 2019

Un governo e una politica che non si occupano, nei loro programmi, di incrementare la formazione e la conoscenza, portano inevitabilmente il paese ad un inesorabile declino ed isolamento.La scuola, i centri di ricerca e le università debbono essere i punti centrali di una politica culturale orientata allo sviluppo di una comunità nazionale.Non solo la formazione si deve orientare ai più alti livelli per formare una classe dirigente capace, ma anche a tutte quelle tecniche di tipo professionale che facciano crescere maestranze esperte nei vari settori produttivi, dell’industria, dell’agroalimentare,del settore terziario, dove spesso si riscontrano difficoltà e carenze nel reperire personale esperto in un mondo del lavoro ormai molto specializzato.

La formazione costituisce un elemento fondamentale per lo sviluppo di una società, ed in particolare in questo periodo può costituire un caposaldo su cui concentrare attività specifiche per lo sviluppo culturale e propedeutico per la formazione professionale.

Nelle aree settentrionali in particolare Lombardia, Veneto, Alto Adige la formazione è un retaggio lasciato dagli austriaci che si è consolidato nel tempo evolvendo in funzione delle necessità territoriali con un particolare orientamento verso i giovani offrendo loro la possibilità di inserirsi in modo efficace e professionale nel mondo del lavoro.

Questa tradizione costituisce a tutt’oggi un asse portante anche in alcune città ad esempio a Milano dove sono attive scuole serali estese a tutte le tipologie di insegnamento (ragionieri, periti, etc,) negli stessi plessi scolastici.

Sono a carico del comune i costi di gestione (riscaldamento, luce, pulizie serali, personale addetto e docente), il tutto organizzato e funzionante in modo eccellente e costituisce un sistema organizzativo esportabile in altre realtà territoriali.

Analogamente sono attivi corsi di formazione a carattere professionale dove si provvede ad acquisire manualità specifica nei singoli settori.

Nel sito della regione Alto Adige, dove questa attività è consolidata da tempo, si trovano corsi specifici sulle realtà territoriali che permettono di ottenere patentini per gruisti, per addetti alla gestione degli impianti di risalita, personale specializzato per i centri benessere degli alberghi.

In sostanza la formazione ha un orientamento specifico che supporta le esigenze locali in funzione delle politiche adottate dalle comunità per incentivare le attività imprenditoriali.

Questa eterogenea moltitudine di corsi estesa sulle varie strutture del territorio è il frutto di iniziative locali e costituisce un grande patrimonio che dovrebbe essere oggetto di una politica sulla formazione gestita su tutto il territorio nazionale.

Una visione strategica potrebbe orientare la formazione in aree con potenziale operativo ad esempio è noto che uno dei settori trainanti è costituito dalla moda

ed i nostri stilisti sono una leadership a livello mondiale.

La confezione di abiti ed accessori sono realizzate da maestranze con un alto professionalità artigianale particolarmente concentrate in alcune aree territoriali.

Queste risorse sono l’essenza ed il patrimonio di una tradizione storica per la specifica tipologia del lavoro che si è consolidata in Italia dal rinascimento (Firenze, Venezia ecc.) e sono contese dagli stilisti internazionali.

È una attività, prevalentemente femminile, che potrebbe essere oggetto di formazione in quelle aree che hanno meno opportunità di lavoro e costituire un nuovo bacino di utenza.

La formazione in questo settore è caratterizzata da una manualità che si può apprendere lavorando fianco a fianco come si faceva una volta nelle botteghe degli artisti.

In un mondo dove il lavoro ormai si crea con le nuove tecnologie ed investimenti nella ricerca dovremmo sfruttare al massimo le nostre realtà professionali dove rappresentiamo una leadership a livello mondiale in vari settori industriali

(rubinetteria, pompe idrauliche, meccanica di precisione, nautica, occhiali, etc) ed artigianali, ad esempio maestri cartari con brevetti di carta anti contraffazione o idrorepellente all’acqua e all’olio oppure maestri ceramisti o calzaturieri, ed inoltre il settore agroalimentare.

Questo enorme potenziale dovrebbe essere raccolto in un data base su tutto il territorio nazionale per impostare una politica sulla formazione e divulgazione delle attività lavorative con strategie a medio e lungo termine.

Ne consegue la necessità di un coordinamento per dare un indirizzo e modalità di intervento e di linee guida per orientare e semplificare gli operatori dei vari settori.

La formazione può rappresentare un trampolino di lancio per pianificare e sviluppare nuove iniziative, ad esempio lo stato olandese ha attivato da alcuni anni un progetto che ha coinvolto gran parte degli agricoltori locali che sono stati addestrati su metodologie di produzione innovative messe a punto degli istituti di agraria e sull’utilizzo di moderne apparecchiature tecnologiche predisponendo modalità operative per accedere ai finanziamenti, diventando attualmente il mercato di riferimento europeo per la produzione di pomodori e prodotti agricoli.

Aldo Rozza