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Oggi accadeva

settembre 19, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1783         19           settembre           Francia

Joseph Michel Montgolfier

 

Alla presenza del re Luigi XVI i fratelli Montgolfier fanno innalzare l’aerostato detto <ad aria calda> nei giardini di Versailles. L’aerostato prenderà il nome di <mongolfiera>.

Da Tele-sette n° 38 del 21/09/2010

La storia

I fratelli Joseph Michel Montgolfier (Annonay, 26 agosto 1740Balaruc-les-Bains, 26 giugno 1810) e Jacques Étienne Montgolfier (Annonay, 6 gennaio 1745Serrières, 2 agosto 1799) sono stati gli inventori della mongolfiera, il pallone aerostatico che funziona con aria calda.

La loro invenzione fu il primo aeromobile a portare un essere umano in cielo. In seguito al successo dei loro esperimenti, furono nominati membri straordinari dell’Accademia delle scienze di Parigi ed il padre Pierre ricevette, come riconoscimento, il titolo nobiliare ereditario de Montgolfier dal re Luigi XVI nel 1783.

Il poeta neoclassico Vincenzo Monti scrisse in onore dei fratelli un’ode, paragonando la loro impresa a quella mitica degli argonauti.

I due fratelli nascono in una famiglia di ricchi fabbricanti di carta ad Annonay, un paese a sud di Lione (Francia). La mentalità di Joseph era tipica dell’inventore: geniale e sognatore, ma poco pratico negli affari e nelle faccende personali. Intelligente e creativo per natura, si ribellava all’istruzione rigida e formale—per due volte fuggì dalla scuola. Ciononostante, la sua spontanea curiosità gli permise da autodidatta di raggiungere un’eccellente formazione nelle allora emergenti scienze fisiche. Tornato infine in famiglia rimase comunque solo marginalmente coinvolto nelle attività industriali della cartiera.

Etienne (con questo nome Jacques-Etienne fu sempre più comunemente noto) aveva un carattere più regolare ed orientato agli affari di Joseph. Mandato inizialmente a Parigi perché si dedicasse agli studi di architettura, fu richiamato ad Annonay per prendere in mano gli affari di famiglia dopo l’improvvisa morte di Raymond nel 1772. Nei successivi 10 anni Etienne si dedicò ad introdurre delle innovazioni tecnologiche nell’industria familiare (la produzione della carta era un’attività ad alto contenuto tecnico nel XVII secolo), riuscendo a portare le più recenti novità nelle proprie fabbriche. Il suo operato gli meritò il riconoscimento da parte del governo francese, a cui seguì un finanziamento perché la fabbrica Montgolfier potesse essere presa a modello per le altre fabbriche di carta della nazione.

I primi esperimenti

Dei due fratelli, Joseph fu il primo a considerare la possibilità di costruire una macchina volante. Si ipotizza che un giorno osservando i panni posti ad asciugare sopra un fuoco notò che alcune parti ripetutamente si sollevavano verso l’alto.

Joseph iniziò a svolgere degli esperimenti specifici nel novembre del 1782, quando viveva ad Avignone. Come egli stesso riportò pochi anni più tardi, stava una sera davanti a un fuoco mentre rifletteva su una questione militare di attualità: un attacco alla fortezza di Gibilterra, che si era dimostrata imprendibile sia da terra che da mare. Joseph iniziò a pensare alla possibilità di un attacco dall’alto, con truppe sollevate in aria dalla stessa forza che innalzava le scintille del falò. Egli ipotizzava che all’interno del fumo vi fosse una qualche sostanza, un gas speciale (il “gas di Montgolfier”), dotato di una speciale proprietà che definì “lievità”.

Sulla base di questi ragionamenti, Joseph costruì un contenitore a forma di scatola (delle dimensioni di 1 x 1 x 1,3 metri) usando un sottile foglio di legno per i lati e un rivestimento superiore in tessuto leggero di taffettà. Sotto il contenitore accese un falò di carta. L’oggetto si sollevò rapidamente dal suo supporto fino a urtare il soffitto.

Joseph convinse poi il fratello a costruire un primo aerostato ad aria calda scrivendogli le seguenti poche, profetiche parole: “Presto, procurati una buona dose di taffettà e di corde, e ti mostrerò uno dei più sbalorditivi fenomeni al mondo!”. Da quel momento in poi i due fratelli lavorarono assieme al progetto.

I due fratelli costruirono un nuovo apparecchio, in scala, tre volte più grande (27 volte in volume). Nel suo primo volo,[1] il 14 dicembre del 1782, la spinta di sollevamento fu così forte che essi ne persero il controllo. L’aerostato volò per circa 2.000 metri. Dopo l’atterraggio, l’oggetto venne distrutto da quella che Etienne definì l’indiscrezione dei passanti.

Dimostrazioni pubbliche

Prima dimostrazione pubblica ad Annonay, 4 giugno 1783.

Stanti questi successi, i fratelli Montgolfier decisero di svolgere una dimostrazione pubblica del funzionamento dell’aerostato ad aria calda, e stabilire così la paternità dell’invenzione. Realizzarono quindi un apparecchio a forma di pallone sferico, realizzato con tela di sacco e tre strati interni di carta sottile. L’involucro sviluppava un volume interno di quasi 790 m3 d’aria e pesava 225 kg. Era composto da quattro parti (la cupola e tre segmenti laterali) tenute assieme da 1.800 bottoni. Una “rete da pesca” in cordame applicata all’esterno fungeva da rinforzo della struttura.

Il 5 giugno del 1783 l’aerostato fu fatto volare nella prima dimostrazione pubblica ad Annonay, di fronte a un gruppo di notabili degli “etats particulars”. Il volo coprì circa 2 km, durò 10 minuti e raggiunse l’altitudine stimata di 1.600-2.000 metri.

La notizia del successo raggiunse rapidamente Parigi. Etienne si recò nella capitale per tenere ulteriori dimostrazioni e per assicurare ai due fratelli la paternità dell’invenzione del volo. Etienne, avendo studiato a Parigi, aveva più familiarità con le abitudini e i costumi della città. Joseph, considerati i suoi modi originali e la sua timidezza, rimase presso la famiglia.

Vi era qualche preoccupazione sui possibili effetti di un volo in alta quota su degli esseri viventi. Esistono dei riferimenti a un bando emanato dal Re, Luigi XVI, che proibiva qualsiasi volo da parte di persone finché gli eventuali effetti sugli animali non fossero stati valutati (anche se non vi è evidenza diretta di un tale editto). È più probabile che fossero gli stessi inventori, prudentemente, a decidere di sperimentare il volo inizialmente solo su degli animali.

Il 19 settembre del 1783 l'”Aerostate Révellion” (come lo chiamò Etienne) fu fatto volare con a bordo i primi aeronauti viventi: una pecora, un’oca ed un gallo, collocati in un cesto appeso alle corde del pallone. Questa dimostrazione ebbe luogo di fronte a un’immensa folla raccolta nel palazzo reale di Versailles, presenti il Re Luigi XVI e la Regina Maria Antonietta. Il volo durò circa 8 minuti, coprì circa 3 km e raggiunse un’altezza di circa 500 metri; sarebbe potuto durare di più, ma l’aerostato era instabile, e perciò subito dopo il decollo si inclinò vistosamente su un lato, lasciando fuoriuscire dall’imboccatura una notevole quantità dell’aria calda contenuta all’interno. Gli animali, comunque, completarono il volo senza conseguenze.

Fra i primi a sopraggiungere sul punto di atterraggio vi fu Pilâtre de Rozier, che si era già candidato ad essere fra i primi aeronauti quando si fosse tentato il volo con uomini a bordo. (Pierre Montgolfier, padre degli inventori, aveva acconsentito che i figli lavorassero alla realizzazione degli aerostati invece di dedicarsi all’amministrazione delle cartiere di famiglia, a condizione che nessuno dei due tentasse di volare di persona).

Il volo con equipaggio umano

Un modello del pallone dei fratelli Montgolfier al London Science Museum.

A seguito del successo dell’esperimento di Versailles, e sempre in collaborazione con Réveillon, Etienne iniziò la costruzione di un aerostato da 1.700 m3, che potesse consentire il volo con un equipaggio. Il 21 novembre del 1783 Pilâtre de Rozier e il marchese d’Arlandes realizzarono il primo volo libero umano su un aerostato intitolato alla Regina Maria Antonietta (che tanto si era entusiasmata e prodigata a tale evento), coprendo in 25 minuti una distanza di circa 9 km a una quota variabile intorno ai 100 m di altezza, sui tetti di Parigi. La trasvolata fece notevole scalpore. Numerose iscrizioni celebrarono lo storico evento. Si produssero sedie con lo schienale a forma di aerostato, e orologi da tasca in smalto e bronzo con il quadrante iscritto in un pallone. I francesi meno benestanti potevano acquistare stoviglie decorate con immagini del volo. Solo uno dei fratelli Montgolfier (probabilmente Etienne) ebbe modo di volare su un aerostato, e solo una volta.

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Oggi accadeva

settembre 18, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

324        18         settembre            Asia Minore

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Costantino I

 

Nella battaglia di Crisopoli, Asia Minore, le truppe di Licinio vengono distrutte da quelle di Costantino I che resterà unico imperatore, ponendo fine alla tetrarchia e alla guerra civile.

Da Tele-sette n° 38 del 20/09/16

La storia

Flavio Valerio Aurelio Costantino, conosciuto anche come Costantino il Grande e Costantino I (in latino: Flavius Valerius Aurelius Constantinus; in greco antico: Κωνσταντίνος ο Μέγας, Konstantínos o Mégas; Naissus, 27 febbraio 274Nicomedia, 22 maggio 337), è stato un imperatore romano dal 306 alla sua morte.

Costantino è una delle figure più importanti dell’Impero romano che riformò largamente e nel quale favorì la diffusione del cristianesimo. Tra i suoi interventi più significativi, la riorganizzazione dell’amministrazione e dell’esercito, la creazione di una nuova capitale a oriente (Costantinopoli) e la promulgazione dell’Editto di Milano sulla libertà religiosa.

È considerato santo e “simile agli apostoli” dalla Chiesa ortodossa, da alcune Chiese ortodosse orientali e dalla Chiesa cattolica. Il suo nome non è però presente nel Martirologio Romano, il catalogo ufficiale dei santi riconosciuti dalla Chiesa cattolica.

Fonti

Le fonti primarie sulla vita di Costantino e sulle relative vicende da imperatore devono essere prese con le dovute cautele. La principale fonte contemporanea è costituita da Eusebio di Cesarea, autore di una Storia Ecclesiastica che non manca di esaltare la gloria e la nobiltà di Costantino in quanto imperatore cristiano, a cui fece seguito una Vita di Costantino che ne costituisce una vera e propria agiografia. Anche Lattanzio, nel suo De mortibus persecutorum, delinea in modo netto la distinzione fra il pio Costantino e il perverso Diocleziano. Distinzione forse non del tutto disinteressata, visto che Lattanzio, nato in Nordafrica da famiglia pagana e convertitosi al cristianesimo, dovette fuggire precipitosamente da Nicomedia, sede imperiale di Diocleziano, all’alba dell’ultima persecuzione contro i cristiani, nel 303. La stessa cautela deve valere per la Storia Nuova di Zosimo, pagano e anticristiano, che mostra evidenti pregiudizi in senso opposto. Infine, l’appendice alla storia di Ottato di Milevi sullo scisma donatista racchiude alcune lettere che Costantino avrebbe inviato ai cristiani del Nordafrica e che, se autentiche, potrebbero rivelare alcuni tratti del pensiero dell’imperatore riguardo alla questione cristiana.

La proclamazione di Costantino ad augusto era avvenuta secondo un principio dinastico, invece del sistema di successione per cooptazione che aveva cercato di instaurare Diocleziano. La crisi del sistema tetrarchico portò a una lunga serie di guerre civili. Si ebbero inizialmente quattro augusti (Galerio e Massimino Daia in Oriente, Licinio in Illirico e Costantino, nelle province galliche e ispaniche, mentre Massenzio, il figlio dell’antico collega di Diocleziano, Massimiano, restava come usurpatore a Roma, in Italia e in Africa).

Inizialmente Costantino si alleò con Massimiano, di cui aveva sposato la figlia Fausta e che era ansioso di recuperare un ruolo nella politica imperiale, in antagonismo con il figlio Massenzio. Tuttavia, grazie alla stessa moglie Fausta, Costantino scoprì il piano di Massimiano di ucciderlo alla prima occasione e lo costrinse a fuggire a Marsiglia dove il suocero si tolse la vita nel 310.

Alla morte di Galerio nel 311, Costantino si alleò con Licinio, mentre Massenzio con Massimino Daia. Costantino, ormai sospettoso nei confronti di Massenzio, riunito un grande esercito formato anche da barbari catturati in guerra, oltre a Germani, popolazioni celtiche e provenienti dalla Britannia, mosse alla volta dell’Italia attraverso le Alpi, forte di 90.000 fanti e 8.000 cavalieri. Lungo la strada, Costantino lasciò intatte tutte le città che gli aprirono le porte, mentre assediò e distrusse quante si opposero alla sua avanzata. Egli, dopo aver battuto due volte Massenzio prima presso Torino e poi presso Verona, lo sconfisse definitivamente nella battaglia di Ponte Milvio, presso i Saxa Rubra sulla via Flaminia, alle porte di Roma, il 28 ottobre del 312. Con la morte di Massenzio, tutta l’Italia passò sotto il controllo di Costantino.

Durante questa campagna sarebbe avvenuta la celebre e leggendaria apparizione della croce sovrastata dalla scritta In hoc signo vinces che avrebbe avvicinato Costantino al cristianesimo. Secondo Eusebio di Cesarea questa apparizione avrebbe avuto luogo proprio nei pressi di Torino.

 

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Oggi accadeva

settembre 17, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

2013         17         settembre          Toscana

Risultati immaginiCosta Concordia

 

 

La nave da crociera Costa Concordia, naufragata e incagliata sull’Isola del Giglio (GR) nel gennaio 2012, viene completamente raddrizzata dopo 19 ore di lavori.

Da Tele-sette n° 37 del 16/09/14

La storia

Costa Concordia è stata una nave da crociera della compagnia di navigazione Costa Crociere, naufragata il 13 gennaio 2012 all’Isola del Giglio.

Costruita dai cantieri navali della Fincantieri di Genova Sestri Ponente, fu varata il 2 settembre 2005.

La crociera di vernissage, di sei giorni e cinque notti, iniziò il 9 luglio 2006 dal medesimo scalo laziale e vide la nave salpare alla volta di Tunisi, proseguendo poi per La Valletta (Malta), Tripoli (Libia), Civitavecchia e giungendo infine nello scalo ligure di Savona, base operativa della compagnia crocieristica.

La “Grande crociera inaugurale” partì da quest’ultimo porto il 15 luglio alla volta di Barcellona, toccando successivamente Alicante, Gibilterra, Lisbona, Cadice, Malaga e Civitavecchia, attraccando di nuovo nel porto di Savona il 24 luglio, da dove iniziò il suo regolare servizio di crociere.

Il nome Concordia fa riferimento all’unità e alla pace fra le nazioni europee. I suoi tredici ponti avevano i nomi di altrettanti Stati europei (Olanda, Svezia, Belgio, Grecia, Italia, Gran Bretagna, Irlanda, Portogallo, Francia, Germania, Spagna, Austria e Polonia).

È uscita dal regolare servizio di navigazione dopo il naufragio subìto la sera del 13 gennaio 2012 presso l’Isola del Giglio, che ne ha causato la parziale sommersione. È poi stata smantellata a Genova.

La Concordia risulta essere la nave passeggeri di più grosso tonnellaggio mai naufragata.

2012

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Naufragio della Costa Concordia.

Luogo dell’incagliamento sull’Isola del Giglio42°21′53.5″N 10°55′16.46″E

La sera del 13 gennaio 2012 alle 21:45:05, la nave, in navigazione da Civitavecchia a Savona per una crociera nel Mediterraneo con partenza da Civitavecchia e scali previsti a Savona, Marsiglia, Barcellona, Palma di Maiorca, Cagliari, Palermo, urtò il più piccolo degli scogli de Le Scole, situato a circa 500 metri dal porto dell’Isola del Giglio: l’incidente provocò uno squarcio di 70 metri nello scafo.

A seguito del danno, Costa Concordia sbandò progressivamente sul lato di dritta (ovvero di destra), sino a sommergersi abbattendosi sul lato dritto, appoggiandosi al fondale e restando in larga parte emergente. Mentre 4200 persone furono tratte in salvo (in prevalenza mediante le lance di salvataggio, e alcune centinaia, rimaste bloccate a bordo dopo il rovesciamento, mediante motovedette ed elicotteri). Vi furono 32 morti, dei quali 30 corpi furono recuperati tra il momento del naufragio e la fine del marzo 2012; i resti degli ultimi 2 dispersi furono rinvenuti rispettivamente uno nell’ottobre 2013, dopo le operazioni di raddrizzamento per la rimozione della nave, l’altro il 3 novembre 2014, durante le operazioni di smantellamento della nave nel porto di Genova.

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Oggi accadeva

settembre 16, 2017

 

A cura di Ennio Bocanera

2009         16        settembre          Afghanistan

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Kabul –  Colpiti due blindati, 6 paracadutisti della Folgore morti, feriti altri quattro militari. In seguito ad un attentato terroristico dei talebani con autobomba di 150 chili di tritolo.

Repubblica del 18/09/2009

La storia

17 settembre, Kabul, secondo una prima ricostruzione un’auto carica di esplosivo (150 kg) è riuscita ad infilarsi tra due mezzi Lince del 186º Reggimento della Brigata Folgore e detonare. Gli occupanti del primo mezzo sono morti sul colpo, mentre è deceduto anche un occupante del secondo mezzo. Erano quattro caporal maggiore, un sergente maggiore e il tenente che comandava i due Lince. Sono inoltre morti 4 poliziotti e 20 civili afghani:

  • Roberto Valente, sergente maggiore, 187º Reggimento della “Folgore”.
  • Matteo Mureddu, primo caporal maggiore, 186º Reggimento della “Folgore”.
  • Antonio Fortunato, tenente, 186º Reggimento della “Folgore”.
  • Davide Ricchiuto, primo caporal maggiore, 186º Reggimento della “Folgore”.
  • Giandomenico Pistonami, nato ad Orvieto il 15 maggio 1983, primo caporal maggiore del 186º Reggimento della “Folgore”.
  • Massimiliano Randino, primo caporal maggiore, 183º Reggimento “Nembo” della “Folgore”.

Il 21 settembre 2009, giornata di lutto nazionale, sono stati celebrati i solenni funerali di stato nella Basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, che sono stati presieduti dall’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi. Alle esequie solenni hanno partecipato anche i quattro militari rimasti feriti nell’attacco: il primo maresciallo dell’Aeronautica Felice Calandriello, i primi caporalmaggiori della Folgore Rocco Leo, Sergio Agostinelli e Ferdinando Buono.

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Oggi accadeva

settembre 15, 2017

 

 

A cura di Ennio Boccanera

2008          15        settembre          Stati Uniti

Lehman Brothers, la diaspora dei banchieri, oggi ai vertici dei grandi gruppi mondiali

La sede della banca Lehman Brothers

La banca d’investimenti Usa, Lehman Brothers, fondata nel 1850 chiede la procedura di fallimento a causa di debiti per oltre 600 miliardi di dollari dando il via alla crisi economica.

Da Tele-sette n° 37 del 14/09/2010

La storia

Lehman Brothers Holdings Inc., fondata nel 1850, è stata una società attiva nei servizi finanziari a livello globale. La sua attività si concretizzava nell’investment banking, nell’equity e fixed-income sales, nelle ricerche di mercato e nel trading, nell’investment management, nel private equity e nel private banking. Era uno dei primari operatori del mercato dei titoli di stato statunitense.

Tra le sue principali controllate Lehman Brothers Inc., Neuberger Berman Inc., Aurora Loan Services, Inc., SIB Mortgage Corporation, Lehman Brothers Bank, FSB, e il Gruppo Crossroads. Il quartier generale mondiale della società è sito a New York, e sedi secondarie locali si trovano a Londra e Tokyo, oltre a uffici locali situati in tutto il mondo.

Il 15 settembre 2008 la società ha annunciato l’intenzione di avvalersi del Chapter 11 del Bankruptcy Code statunitense (una procedura che si attua in caso di fallimento) annunciando debiti bancari per 613 miliardi di dollari, debiti obbligazionari per 155 miliardi e attività per un valore di 639 miliardi. Si tratta della più grande bancarotta nella storia degli Stati Uniti. La società è ancora esistente, fino al completamento della procedura di bancarotta.

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Oggi accadeva

settembre 14, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

2003           14         settembre           E.Romagna

Mappa di localizzazione: Italia

 

Una lunga scossa di terremoto del 5° grado della scala Richter colpisce il bolognese fino a Imola e all’Appennino. Paura e danni, ma non si registrano vittime.

 

Giorni di Storia 2003

La storia

L’epicentro del sisma (ottavo grado della scala Mercalli)
è stato individuato nell’Appennino tosco emiliano
Terremoto in Emilia Romagna
Nessun danno, ma tanta paura
La scossa avvertita anche in Lombardia, nel Veneto e nel Friuli
Evacuate quindici persone dai comuni di Monghidoro e Loiano

ROMA – Dal centro al nord est, ieri notte mezza Italia, è stata investita da una violenta e lunga scossa di terremoto. Epicentro del sisma è stato l’Appennino tosco emiliano. I comuni più vicini all’epicentro sono quelli di Monghidoro, Loiano, Monzuno e Castel del Rio, in provincia di Bologna e di Firenzuola, in provincia di Firenze. La scossa, di magnitudo 5.0, pari al settimo-ottavo grado della scala Mercalli, è stata sentita anche ai piani alti delle case in Veneto, Friuli e Lombardia. Lo sciame sismico si è protratto per tutta la notte. Alla scossa principale, infatti, sono seguite circa 40 repliche. Intanto, dopo le prime verifiche agli stabili, a Monghidoro e Loiano cinque nuclei familiari (circa una quindicina di persone) sono stati evacuati e sistemati provvisoriamente nelle case mobili della Cavet, nei cantieri dell’ Alta Velocità.

Erano le 23.43 quando la terra ha tremato. In tutto il centro nord ci sono stati attimi di paura e sono partite centinaia di telefonate ai vigili del fuoco. Pochi per fortuna i danni. Per tutta la notte la Protezione civile è rimasta in contatto con i comuni dove il sisma si è fatto sentire più intensamente per stabilire se vi siano stati feriti o danni alle cose. Ma all’ispettorato regionale dei vigili del fuoco di Bologna fino a mezzanotte e mezza non erano giunte segnalazioni di danni causati dal terremoto. La centrale operativa ha continuato nella notte a monitorare la situazione tramite le proprie caserme e i distaccamenti. Ora si tratta di vedere se e quante case sono state danneggiate risultando magari pericolanti. Per questo sono state costituite tre squadre operative di valutatori che sono al lavoro nei centri danneggiati dal sisma per verificare lo stato degli edifici. Gli accertamenti riguardano in particolare Loiano, Monghidoro, Pianoro, S.Benedetto, nel bolognese, e Castel del Rio, Fontanelice, Casalfiumanese, nell’imolese.

A Bologna la gente si è riversata nelle strade rimanendovi alcune ore nel timore di nuove scosse. Alla Festa nazionale dell’ Unità, al Parco Nord di Bologna, la scossa è stata avvertita da alcune persone che si trovavano nei locali della direzione, ma il programma è andato avanti lo stesso. E sempre a Bologna, la centrale del 118 ha avuto alcune richieste di intervento per malori o per slogature che si sono procurate persone che sono scivolate mentre scendevano di corsa le scale. Nessuna segnalazione di feriti invece dalle zone appenniniche del bolognese.

Secondo ulteriori informazioni giunte alle stazioni dei carabinieri, un’abitazione che risultava già lesionata a Monteacuto Vallese sarebbe parzialmente crollata, senza danni alle persone. In Appennino le pattuglie dell’Arma sono impegnate soprattutto a rincuorare i residenti allarmati dalle scosse.

(15 settembre 2003)

Giornale “La Repubblica”

Oggi accadeva

settembre 13, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1990         13          settembre         Lazio

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Giancarlo Pajetta

 

Muore a Roma Giancarlo Pajetta. Nato a Torino nel 1911, è entrato prestissimo nelle file del Pci. Passati in carcere gli anni del fascismo, è tra i protagonisti della lotta di liberazione. Deputato dal 1948.

 

Giorni di storia

La Storia

La vita e la politica

Gian Carlo Pajetta con Nicolae Ceaușescu

Nato in una famiglia benestante, fratello di Giuliano, da genitori che, pur non essendo iscritti al partito, si dichiaravano comunisti (il padre Carlo era avvocato e la madre Elvira Berrini era maestra elementare), fin da giovane espresse le sue idee antifasciste, frequentando il Liceo Classico Massimo D’Azeglio di Torino e si iscrisse al Partito Comunista d’Italia. Per questo fu espulso per tre anni da tutte le scuole d’Italia nel 1927 e condannato a due anni di reclusione, che rappresentarono per lui, ancora minorenne, una prova durissima.

Pajetta, da giovane, si formò intellettualmente leggendo i classici del movimento operaio ed alcuni autori anarchici. Nei soggiorni di prigionia studiò le lingue, lesse Einaudi, Gaetano De Sanctis, Gentile, Croce, Volpe, oltre a Verga e ai romanzieri francesi e russi dell’Ottocento.

Nel 1931 andò in esilio in Francia e con lo pseudonimo di “Nullo” divenne segretario della federazione giovanile comunista, direttore di Avanguardia e rappresentante italiano nell’organizzazione comunista internazionale.

Nel 1933 fu inviato in missione segreta a Parma con l’obiettivo di convincere alcuni membri del fascismo ad abbandonare il regime, ma fu scoperto dalla polizia fascista il 17 febbraio dello stesso anno: fu quindi condannato a ventun anni di carcere per “attività eversiva”. Dopo alcuni trasferimenti carcerari (a Roma fu detenuto con l’amico Ercole Pace), venne liberato a seguito della caduta del fascismo il 23 agosto del 1943 e, successivamente, prese parte alla Resistenza partigiana, entrando a far parte, con Luigi Longo, Pietro Secchia, Giorgio Amendola e Antonio Carini, del Comando generale delle brigate d’assalto Garibaldi .

Nel 1944 fu nominato, insieme a Ferruccio Parri ed Alfredo Pizzoni, presidente del Comitato di Liberazione Nazionale dell’alta Italia: da questa posizione intavolò trattative diplomatiche con gli alleati anglo-americani e con il futuro Presidente del Consiglio dei ministri Ivanoe Bonomi. Divenne anche Capo di stato maggiore (ovvero vice-comandante nazionale) delle forze militari partigiane.

Nel 1947 fu il protagonista dell’occupazione della Prefettura di Milano in seguito alla rimozione del prefetto Ettore Troilo, da parte del ministro degli interni Mario Scelba. Nel 1948 entrò nella segreteria nazionale del partito, del quale fu il responsabile esteri (membro, tra l’altro, del Consiglio di Presidenza del Comitato Italia-Vietnam), e ne fece parte fino al 1986, anno in cui fu destinato all’incarico, molto più defilato, di presidente della commissione di garanzia.

Fu deputato al Parlamento nazionale dal 1946 fino alla morte, e al Parlamento europeo dal 1984. Morigerato nella vita privata (viveva in un piccolo appartamento di un anonimo condominio di via Monteverde), in Parlamento e sui giornali dell’epoca, Pajetta era noto per la veemenza e la causticità dei suoi discorsi: fu lui che nella primavera del 1953 – durante la discussione della cosiddetta legge truffa – entrò a Montecitorio con una riga di sangue che scorreva dal capo, lamentando che un cordone di “celerini di Scelba schierato davanti alla Standa di via del Corso” aveva impedito il passaggio di alcuni deputati socialisti e comunisti verso la Camera, e che alla sua esibizione del tesserino di parlamentare avevano risposto manganellandolo. Fino agli anni sessanta capitò spesso che alla Camera, nella foga della discussione, saltasse fuori dal suo banco per andare ad “invadere” le postazioni altrui ed era perciò considerato anche una figura “pittoresca” della politica italiana di allora. Grande era anche la sua capacità oratoria che gli permetteva, con una sola battuta, di mettere in ridicolo il discorso degli avversari politici. Per questo era l’uomo di punta del PCI durante le messe in onda di Tribuna Politica, alle quali parteciperà assiduamente, contribuendo a rendere celebri alcune puntate di quella storica trasmissione RAI.

Nel 1956 fu inviato dal partito a Mosca insieme a Celeste Negarville.

Fu più volte direttore de l’Unità e, per breve tempo, del periodico politico-culturale Rinascita. Esponente della corrente riformista rappresentata da Giorgio Amendola prima e Giorgio Napolitano poi, fu uomo di vivace intelligenza, di grande abilità dialettica e molto amato dai militanti (come si vide, da ultimo, nella grande partecipazione di popolo al suo funerale). Fu sempre assolutamente leale verso il partito, inteso come entità collettiva rappresentata dai suoi dirigenti, anche quando le sue opinioni personali divergevano dalla linea politica espressa dai segretari, prima Palmiro Togliatti e poi Enrico Berlinguer: di quest’ultimo tenne comunque l’orazione funebre, quando la sua morte improvvisa lasciò il partito stordito e in angoscia (i militanti erano allora milioni), proprio perché universalmente riconosciuto come l’uomo che in quel momento ne rappresentava meglio la storia e l’unità.

Enrico Berlinguer in primo piano; alle sue spalle Pajetta, Pietro Ingrao e Ugo Pecchioli (di profilo); in ultima fila, a sinistra Achille Occhetto, a destra Davide Lajolo, detto Ulisse

Nella sua veste di responsabile delle relazioni estere con i “partiti fratelli”, fu inviato al congresso del PCUS del 1980 a Mosca ad esprimere il dissenso del PCI dalla politica di Breznev in Afghanistan ed in Polonia, ed in quella circostanza la sua allocuzione fu fatta tenere non nella sala del Congresso al Cremlino bensì nella Casa del Sindacato, dinanzi ad una gelida platea che non applaudì.

Fu lui ad accogliere il segretario del MSI Giorgio Almirante a Botteghe Oscure quando il leader missino volle andare a rendere omaggio alla camera ardente di Berlinguer, provocando una certa sorpresa tra l’immensa folla che attendeva di entrare.

Quattro anni dopo, alla morte di Almirante nel 1988, fu lui stesso a rendere omaggio alla camera ardente dello storico avversario politico, suscitando anche in questo caso una certa sorpresa. Al momento della scelta del successore di Berlinguer, Pajetta era considerato ormai troppo anziano per partecipare alla guerra di successione (ed inoltre egli era molto caro al popolo del PCI ma pochissimo al suo gruppo dirigente) ed inutile fu la sua opposizione al progetto di Achille Occhetto, ovvero la trasformazione del PCI in Partito Democratico della Sinistra.

La firma di Pajetta era costantemente presente sulla stampa comunista, sia su l’Unità che su Rinascita. Ma fu solo negli anni ottanta, alla fine della sua carriera politica, che, liberato (pur controvoglia) dagli impegni politici pressanti, cominciò a scrivere libri, dalla forte caratterizzazione autobiografica. Pajetta morì all’improvviso la notte del 13 settembre del 1990 nella sua casa di Roma, di ritorno da una Festa dell’Unità, prima di vedere la fine del suo partito.

Il suo funerale fu accompagnato dalle note de L’Internazionale e di Bandiera Rossa e la sua bara fu seguita da una bandiera rossa con falce e martello, proprio come lui stesso aveva sempre immaginato. Alla cerimonia parteciparono circa 200.000 persone, tra cui pure il suo tradizionale rivale, anche nel campo della politica estera, Giulio Andreotti. Miriam Mafai, giornalista e scrittrice, è stata per gran parte della sua vita la sua compagna, dal 1962 fino alla morte.

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Oggi accadeva

settembre 11, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1973          11          settembre        Cile

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Salvator Allende

 

Il golpe guidato dalle forze militari cilene, capeggiato dal generale Pinochet, mette fine nel sangue al governo democraticamente eletto di Salvator Allende. Su <Rinascita> appaiono le riflessioni di Berlinguer sui fatti del Cile che porteranno alla formulazione del compromesso storico.

 

Giorni di Storia n° 15

La storia

« È possibile che ci annientino, ma il domani apparterrà al popolo, apparterrà ai lavoratori. L’umanità avanza verso la conquista di una vita migliore. »
(Salvador Allende, estratto dall’ultimo discorso alla radio, durante il golpe dell’11 settembre 1973)

Salvador Guillermo Allende Gossens (IPA: [salbaˈðoɾ ɡiˈʝeɾmo aˈʝende ˈɣosens]; Valparaíso, 26 giugno 1908Santiago del Cile, 11 settembre 1973) è stato un politico cileno, primo Presidente marxista democraticamente eletto nelle Americhe e, secondo alcuni, al mondo.

Allende venne eletto il 4 settembre 1970 e fu Presidente del Cile dal 3 novembre 1970 fino alla destituzione violenta a seguito del golpe militare appoggiato dagli Stati Uniti, avvenuta l’11 settembre 1973, giorno della sua morte.

Laureatosi in medicina all’Universidad de Chile, ne fu allontanato e venne inquisito per motivi politici alla fine degli studi. Nel 1933 partecipò alla fondazione del Partito Socialista del Cile. Successivamente eletto deputato del Parlamento cileno nel 1937; quindi nel 1943 venne scelto come segretario dei socialisti e ricoprì la carica di Ministro della Sanità e delle Politiche Sociali; infine nel 1945 divenne senatore e nel 1966 Presidente del Senato. Nel 1970 ottenne la vittoria elettorale, come candidato dichiaratamente marxista, oltre che socialista democratico, alla carica di Presidente della Repubblica del Cile, quindi presiedette un governo di coalizione tra socialisti, comunisti, radicali e cattolici di sinistra.

L’11 settembre 1973, un golpe organizzato dall’esercito cileno causò la sua morte in circostanze drammatiche – probabilmente suicida – nel palazzo presidenziale a Santiago del Cile, portando al governo il generale Augusto Pinochet che instaurò una dittatura militare. I suoi sostenitori si riferiscono a lui come Compañero Presidente (“Compagno Presidente”) e alcuni lo annoverano tra i pochi rivoluzionari non violenti.

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Oggi accadeva

settembre 10, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1994         10          settembre            Lombardia

milano settembre 1994

Milano 10 settembre 1994

Guerriglia a Milano tra polizia e autonomi, al termine di una manifestazione di solidarietà con il centro sociale Leoncavallo.

 

Giorni di storia n° 35

 

Oggi accadeva

settembre 9, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1973         9          settembre            Jugoslavia

Novella Calligaris 1968.jpg

Novella Calligaris

A Belgrado, Novella Calligaris, 19 anni, vince la gara degli 800 stele libero ai campionati mondiali di nuoto. E’ la prima atleta azzurra a stabilire un record mondiale di nuoto .

 

Da Tel-sette n° 36 del 06/09/2011

La storia

 

Novella Calligaris (Padova, 27 dicembre 1954) è un’ex nuotatrice e giornalista italiana.

È stata la prima fra gli atleti italiani a vincere una medaglia olimpica nel nuoto e a stabilire un primato mondiale, negli 800 m stile libero.

Carriera sportiva

La Calligaris comincia a nuotare giovanissima, e ottiene i primi successi e il suo primo titolo italiano a soli tredici anni, nel 1968. La sua corporatura minuta (1,67 m di altezza per 48 kg di peso) dovrebbe svantaggiarla, ma sopperisce con una tecnica natatoria eccellente e con un carattere grintoso e determinato, portata al successo da Costantino Dennerlein detto “Bubi”. Nelle gare italiane non ha avuto in carriera nessuna seria concorrenza, vincendo titoli a un ritmo che non s’era mai visto prima: 10 nel 1969, 13 nel 1970, 14 nel 1971 e nel 1972 e 13 nel 1973.

Sempre nel 1968, il 21 luglio a Malaga stabilisce il suo primo primato italiano negli 800 m stile libero. Da allora a fine carriera si è migliorata oltre 80 volte; è stata primatista in tutte le distanze dello stile libero dai 100 ai 1500 m per quasi tre anni dal 1970 al 1973, inoltre ne ha migliorati nei 200 m farfalla, nei 200 e 400 m misti lo è stata dal 1970 al 1978, e in nazionale nelle staffette 4 × 100 m stile libero e mista.

I primi anni con la nazionale

Ha esordito in nazionale maggiore al torneo “Sei Nazioni” di Stoccarda dell’aprile 1968. In seguito è stata convocata per i Giochi Olimpici di Città del Messico, dove come stileliberista ha nuotato 200, 400 e 800 m. A 14 anni ottiene il primo record europeo ai campionati italiani estivi dell’agosto 1969; pochi giorni dopo partecipa ai campionati europei giovanili di Vienna dove vince le sue prime medaglie, bronzo nei 400 e argento negli 800 m stile libero. Poche settimane dopo è ancora primatista europea nei 1500 m, risultato stabilito a Roma. L’anno dopo ai campionati europei di Barcellona nuota nelle finali di 200, 400, 800 e 4 × 100 m stile libero, vincendo “solo” un bronzo negli 800.

Nel 1971 ha migliorato i primati europei nei 400, 800 e 1500 m stile libero avendo la concorrenza in quelle gare delle nuotatrici olandesi e di quelle della Germania est. Ad ottobre partecipa ai Giochi del Mediterraneo di Smirne vincendo ori nei 200 m misti, nei 400 m e nella staffetta 4 × 100 m stile libero più un argento nei 100 m stile.

1972 – 1973: i Giochi olimpici e i campionati mondiali

Novella Calligaris nel 1972

Novella Calligaris nel 1972

Ai Giochi Olimpici di Monaco di Baviera del 1972 conquista le prime medaglie olimpiche in assoluto del nuoto (sia femminile che maschile) italiano: il 30 agosto nei 400 m stile libero in batteria ha il miglior tempo con 4’24″14 e si supera nella finale in cui arriva seconda in 4’22″44, preceduta da Shane Gould. il 31 agosto nuota nei 400 m misti le batterie e la finale arrivando terza in 5’03″99; il 2 settembre nuota la batteria degli 800 m stile libero col secondo miglior tempo di 9’02″96 e il giorno dopo giunge terza in finale con 8’57″46. Tutti i tempi citati in questo paragrafo sono anche primati europei. I successi olimpici la renderanno popolare al grande pubblico, ma la sua carriera non si ferma lì.

Ad aprile del 1973 la nazionale partecipa alla prima coppa latina dove Novella vince sei ori, ma l’appuntamento più importante dell’anno sono, all’inizio di settembre, i primi campionati mondiali di nuoto, pallanuoto, tuffi e nuoto sincronizzato di Belgrado. Novella inizia il 4 con i 200 m misti: terzo tempo in battera, in finale è superata per il podio dalla statunitense Kathy Heddy, 2’23″842 contro 2’24″075 (in questi campionati i tempi sono presi al millesimo di secondo). Ha sofferto per un ascesso ad un dente nella notte tra il 5 e il 6 prima della gara dei 400 m misti: nonostante ciò ha nuotato il secondo tempo in batteria e in finale ha vinto la medaglia di bronzo con 5’02″029. Il giorno dopo nuota i 400 m stile libero arrivando ancora sul podio, terza in 4’21″798, primato europeo. Finalmente il 9 settembre 1973, nella gara degli 800 m stile libero, Novella stacca tutte le rivali e diventa campionessa, battendo il record del mondo con il tempo di 8’52″973.

Gli ultimi anni

Nel 1974 nuota in primavera ancora la coppa latina vincendo cinque gare, quindi ai campionati europei ottiene una medaglia di bronzo nei 400 m stile libero e una d’argento negli 800 m, ultimi successi di una carriera che conclude quell’anno non ancora ventenne. Nella sua pur breve carriera agonistica la Calligaris ha vinto anche 71 titoli italiani nel nuoto e battuto, oltre al primato del mondo degli 800 m stile libero, 21 europei.

La prima atleta italiana a vincere una medaglia mondiale dopo Novella è stata Lorenza Vigarani ai mondiali di Roma del 1994; è stata la sola donna italiana ad ottenere medaglie olimpiche nel nuoto fino alla medaglia d’argento conquistata da Federica Pellegrini ad Atene 2004 nei 200 m sl. Dopo il ritiro dall’attività agonistica ha ricoperto incarichi nel CONI e in altre federazioni sportive.

Nel 1986 è stata inserita nella International Swimming Hall of Fame, la Hall of Fame internazionale del nuoto. Il 26 febbraio 2006 è stata portatrice della bandiera olimpica nel corso della Cerimonia di chiusura dei XX Giochi olimpici invernali Torino 2006.

Vita pubblica

Dopo la carriera sportiva ha collaborato con i più importanti quotidiani italiani tra cui il Corriere della Sera dove ha esordito nel 1975. Dal 1976 collabora con la Rai come giornalista. Oggi, in particolare per RaiNews24 si occupa da specialista di grandi eventi sportivi e di varie rubriche di cultura e politica sportiva. Fin dagli anni ottanta ha intrapreso la carriera nella comunicazione integrata e marketing internazionale per grandi aziende italiane ed estere.

Nelle elezioni politiche del 1994 si è candidata alla Camera dei deputati nelle liste proporzionali della Liguria per il Patto Segni senza tuttavia risultare eletta.

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