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Oggi accadeva

luglio 20, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1944      20          luglio             Germania

Bundesarchiv Bild 146-1972-025-10, Hitler-Attentat, 20. Juli 1944.jpg

Quartier  generale di Rastenburg dopo l’attentato

 

Un gruppo di ufficiali organizzò un attentato per uccidere Hitler. L’esplosione di una bomba piazzata nel quartier generale di Rastenburg, nella Prussia orientale, uccise alcuni ufficiali, ma Hitler ne usci indenne. Gli ufficiali sospettati di aver preso parte al complotto furono fucilati.

Giorni di storia

La Storia

L’attentato del 20 luglio 1944 fu il tentativo organizzato da alcuni politici e militari tedeschi della Wehrmacht, e attuato dal colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, di assassinare Adolf Hitler: esso ebbe luogo all’interno della Wolfsschanze, il quartier generale del Führer, sito a Rastenburg, nella Prussia Orientale.

Lo scopo dell’attentato era quello di eliminare Adolf Hitler e, attraverso un colpo di Stato, instaurare un nuovo governo che avesse il compito di negoziare una pace separata con gli Alleati, allo scopo di evitare la disfatta militare e l’invasione della Germania. L’attentato fu pianificato sfruttando la possibilità che offriva il piano Valchiria (in tedesco: Walküre), ossia la mobilitazione della milizia territoriale in caso di colpo di Stato o insurrezione interna, opportunamente modificato dal colonnello von Stauffenberg. L’esplosione dell’ordigno uccise tre ufficiali e uno stenografo, tuttavia il Führer non morì, subì soltanto ferite più o meno lievi tra cui, a testimonianza del suo medico Erwin Giesing, un costante dolore all’orecchio destro, con sporadiche e copiose uscite di sangue dallo stesso.

Il conseguente fallimento del colpo di Stato portò all’arresto di circa 5 000 persone, molte delle quali furono successivamente giustiziate o internate nei lager. Lo storico britannico Ian Kershaw, in merito al numero totale di vittime, scrive di circa 200 persone «passate dalle mani del boia».

Premesse

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Il generale Ludwig Beck, uno tra i principali oppositori in ambito militare di Adolf Hitler e del regime nazista.

I militari, parzialmente soggetti al controllo della Gestapo e all’influenza del partito nazista, avevano espresso notevoli critiche al regime, in particolare durante gli avvenimenti svoltisi tra il 1933 e il 1938, quando i più alti membri delle gerarchie dell’esercito erano entrati in contrasto con Hitler. Il generale Beck rassegnò le dimissioni, ipotizzando già un possibile rovesciamento del regime di Hitler, ma anche altri importanti personaggi compirono lo stesso gesto in seguito all’Anschluss (l’annessione dell’Austria alla Germania) e allo scandalo Fritsch-Blomberg, che provocò l’allontanamento del generale Werner von Fritsch e del feldmaresciallo von Blomberg[4].

L’opposizione in ambito militare crebbe mano a mano che le sorti del conflitto volgevano a sfavore della Germania, allo scopo di favorire una pace separata con gli Alleati ed evitare così una possibile distruzione del paese. Queste idee in virtù del giuramento di fedeltà prestato, non si manifestarono mai apertamente, ma rimasero sommerse nello scontento degli ufficiali. Alcuni piani per un rovesciamento del regime atti a impedire a Hitler di scatenare una nuova guerra mondiale vennero preparati già nel 1938 e nel 1939, ma non furono portati a termine a causa dell’indecisione dei generali dell’esercito Franz Halder e Walther von Brauchitsch e della fallimentare strategia delle potenze occidentali nel contrastare la politica aggressiva del Führer.

Ai primi significativi dissensi al regime hitleriano in ambito militare, si andarono ad affiancare altri di tipo religioso, quali quelli del cardinale Clemens August von Galen e del vescovo Theophil Wurm che protestarono contro l’attuazione dei cosiddetti programma eutanasia e civile promossi da gruppi organizzati quali l’Orchestra Rossa e la Rosa Bianca. Questi movimenti iniziarono sommessamente a manifestarsi nel 1938, quando gruppi dell’Abwehr e dello Heer cominciarono a pianificare un rovesciamento del regime di Hitler; i primi che ipotizzarono tale opzione furono i generali Hans Oster e Ludwig Beck ed il feldmaresciallo Erwin von Witzleben, che stabilirono in seguito contatti con numerose autorità politiche come Carl Goerdeler e Helmuth James Graf von Moltke.

Nel 1942, anche a seguito dei primi insuccessi della Wehrmacht, il colonnello Henning von Tresckow membro dello Stato Maggiore del feldmaresciallo Fedor von Bock, formò un nuovo gruppo di adepti, che divenne presto il centro nevralgico della cospirazione. Tuttavia la notevole protezione di cui godeva Hitler rappresentava un evidente problema per la progettazione e l’attuazione di un attentato. Nel 1942 l’adesione del generale Friedrich Olbricht, che in qualità di capo del quartier generale dell’ufficio dell’esercito controllava un sistema indipendente di comunicazione delle unità di riserva in tutta la Germania, al gruppo di resistenza di Tresckow, gettò le basi per l’attuazione di un colpo di Stato.

Tra il 1942 e il 1943, Tresckow, all’epoca capo di stato maggiore dell’Heeresgruppe Mitte, aveva partecipato a tre infruttuosi tentativi. Il primo, avvenuto il 17 febbraio a Zaporižžja nel quartier generale dell’Heeresgruppe Süd, ma non realmente concretizzatosi a causa dell’opposizione del feldmaresciallo Erich von Manstein, il secondo, avvenuto il 13 marzo a Smolensk durante la visita di Hitler allo stato maggiore dell’Heeresgruppe Mitte, dove il colonnello Fabian von Schlabrendorff consegnò ad un ufficiale dello stato maggiore che viaggiava in aereo con il Führer un pacchetto, ufficialmente contenente alcoolici, provvisto invece di due piccole cariche esplosive sufficienti per fare precipitare l’aereo, che tuttavia non esplosero. Il terzo infine, avvenne il 21 marzo a Berlino, quando al colonnello Rudolf Christoph Freiherr von Gersdorff fu affidato l’incarico di accompagnare Hitler ad una mostra di materiale bellico catturato al nemico; Tresckow chiese a von Gersdorff se fosse disponibile a sacrificarsi facendosi saltare in aria mentre si trovava accanto a lui ma, dopo averne ricevuto l’assenso, la visita del Führer si svolse così rapidamente da non permettere il tempo di azionamento delle spolette, costringendo von Gersdorff ad uscire per disinnescarle.

La pianificazione dell’attentato

L’idea di un attentato ai danni del Führer nacque durante un incontro avvenuto nel settembre del 1943 tra il feldmaresciallo Günther von Kluge, il generale a riposo Ludwig Beck, il dottor Carl Friedrich Goerdeler ed il generale Olbricht, riunitisi presso l’appartamento di quest’ultimo[12]. Goerdeler fu sindaco di Lipsia e per un breve periodo commissario del Reich per il controllo dei prezzi. Fu uno dei maggiori oppositori alla politica del Führer, nonché fautore di una nuova forma di governo nella quale egli stesso avrebbe dovuto ricoprire la carica di Cancelliere, mentre il generale Beck, ex capo di stato maggiore dell’esercito, infatti aveva rassegnato le dimissioni dopo l’annessione dell’Austria perché non condivideva la politica aggressiva di Hitler, sarebbe dovuto divenire il nuovo Capo di Stato[6][13]. Il motivo della riunione risiedeva nella richiesta del feldmaresciallo von Kluge (comandante dal 16 dicembre 1941 al 27 ottobre 1943 dell’Heeresgruppe Mitte sul fronte orientale), di un incontro con il generale Beck per esprimere la sua preoccupazione sull’andamento della guerra e sull’impossibilità di proseguirla su due fronti, e in merito alla necessità di prendere una decisione per eliminare Hitler dalla scena politica e militare, ritenendo che questo avrebbe impedito la distruzione del paese e l’invasione sovietica della Germania.

Le condizioni per la realizzazione di un attentato tuttavia peggioravano sempre di più poiché Hitler non appariva quasi più in pubblico e raramente si recava a Berlino; egli infatti, dal 24 giugno 1941, due giorni dopo l’inizio dell’operazione Barbarossa, aveva spostato il suo quartier generale a Rastenburg, nella Wolfsschanze, spostandosi solo occasionalmente nella sua residenza estiva nell’Obersalzberg, il Berghof. Heinrich Himmler e la Gestapo inoltre nutrivano sospetti sulla possibilità di un complotto contro Hitler, sospettando un coinvolgimento da parte degli ufficiali dello Stato maggiore generale.

L’ingresso di Stauffenberg nei cospiratori

Il colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, esecutore materiale dell’attentato ad Hitler del 20 luglio 1944.

Nell’agosto 1943, Tresckow incontrò per la prima volta un giovane ufficiale, il tenente colonnello Claus Schenk von Stauffenberg; questi era stato gravemente ferito in Tunisia, perdendo la mano destra, due dita della mano sinistra e l’occhio sinistro. Il conte von Stauffenberg aveva un orientamento politico conservatore, nazionalista e cattolico e, dall’inizio del 1942, condivise il pensiero largamente diffuso tra gli ufficiali dell’esercito, che il proseguimento della guerra avrebbe portato la Germania al disastro e che Hitler avrebbe dovuto essere rimosso dal potere. Inizialmente i suoi scrupoli religiosi gli avevano impedito di giungere alla conclusione che l’assassinio sarebbe stato l’unico modo per raggiungere questo scopo ma cambiò idea dopo la sconfitta della 6ª armata a Stalingrado nel gennaio 1943, ed il conseguente fallimento della seconda offensiva estiva sul fronte orientale.

Una volta terminata la convalescenza, venne contattato dai cospiratori, accettando di unirsi all’organizzazione; dopo avere ricevuto la nomina di capo di stato maggiore dell’esercito territoriale, sotto il diretto comando del generale Olbricht, rielaborò insieme a von Tresckow ed al maggiore Hans-Ulrich von Oertzen la strategia del colpo di stato, modificando radicalmente gli ordini di mobilitazione della riserva nel caso della morte di Hitler, in modo tale da poter agire contro le più alte personalità del Reich e le SS. La scelta su chi dovesse compiere materialmente l’attentato cadde proprio sul colonnello von Stauffenberg, in virtù dell’opportunità che questi aveva di avvicinare il Führer durante le riunioni alla “tana del lupi”.

La posizione di Rommel

Fin dai tempi della campagna del Nordafrica, Rommel si era sentito profondamente deluso dalle decisioni strategiche di Hitler. Ai suoi subalterni più fidati aveva proclamato che non si poteva vincere la guerra, che Hitler avrebbe dovuto fare largo ad altri capi militari e che le direttive di politica interna avrebbero dovuto seguire nuove direzioni. Questo scoramento durò fino all’arrivo di Rommel in Francia, dove giunse alla convinzione di dover porre fine alla guerra, ma in una condizione militare che mettesse al riparo la Germania dal rischio di un conflitto prolungato su più fronti. Il 15 maggio a Marly, vicino a Parigi, Hans Speidel (elemento di punta della ramificazione occidentale del complotto) si incontrò con Rommel e von Stülpnagel con cui discusse su come terminare il conflitto ad occidente. La soluzione più pratica sarebbe stata quella di iniziare dei negoziati di pace segreti con gli Alleati, ma solo prima che questi avessero dato il via all’invasione della Francia. Ciononostante Rommel proseguì con impegno i preparativi per combattere l’invasione, e nonostante fosse a conoscenza, e fosse in linea con la necessità di firmare una pace con gli Alleati, fu tuttavia molto probabile che il dibattito tra Rommel, Speidel e von Stülpnagel si fosse mantenuto su scala largamente teorica. In questo caso l’idea di un coinvolgimento di Rommel è molto credibile, ma altrettanto credibile è il suo netto rifiuto di ogni idea di uccidere Hitler.

Ma il 6 giugno 1944 gli Alleati sbarcarono in Normandia, e Rommel fu totalmente assorbito dalla battaglia che tre settimane dopo riconobbe perduta. Ogni possibile rovesciamento politico svanì, ma Rommel cercò ancora in diverse occasioni di persuadere Hitler che la situazione militare non offriva più alcuna garanzia, e solo una resa avrebbe evitato il peggio. Si può quindi affermare che Rommel fosse impegnato in una cospirazione ad occidente, ma se da una parte era convinto di dover cercare una soluzione avviando trattative di pace, dall’altra si espresse sempre energicamente contro l’attentato a Hitler. Secondo Rommel, se Hitler aveva agito in modo criminale, bisognava deporlo e procedere contro di lui per vie legali, mentre il suo assassinio avrebbe trasformato Hitler in un martire agli occhi del popolo tedesco. Molto probabilmente Rommel non era a conoscenza dei dettagli del piano di uccidere Hitler, e l’accusa di “conoscenza colpevole” con un coinvolgimento diretto, e soprattutto l’accusa di aver ideato l’attentato, sono da considerarsi infondate[21] Rommel era naturalmente a conoscenza che un certo numero di ufficiali stava discutendo di un piano per uccidere il Führer, e considerava il permanere in carica di Hitler il maggior impedimento alla pace, ma una partecipazione all’attentato, peraltro non condiviso, era per lui da escludersi.

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Oggi accadeva

luglio 19, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1943         19           luglio          Lazio

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Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura

 

E’ una storia apocalittica e misconosciuta quella dei due grandi bombardamenti aerei che il 19 luglio e il 13 agosto 1943 s’abbatterono su Roma. Nelle zone popolari del Tiburtino, Prenestino, Casilino, Tuscolano e Appio morirono non meno di 4.000 persone, interi blocchi di edifici furono spazzati via, fu colpita da una bomba da 200 chili la basilica patriarcale di San Lorenzo fuori le mura. Pio XII uscì dal Vaticano e corse a pregare sulle macerie; Vittorio Emanuele III venne invece accolto a sassate dalla folla e dovette tornare indietro.  Mussolini non ebbe il coraggio di farsi vedere nelle zone colpite. La guerra fascista era ormai perduta e le due devastanti incursioni su Roma dei B-17 Flying Fortress e dei B-24 Liberator ebbero l’effetto di accelerare al massimo la caduta del fascismo e l’uscita dell’Italia dal conflitto con la firma dell’armistizio.

 

Venti angeli sopra Roma

 

La storia

La basilica di San Lorenzo fuori le mura (detta anche San Lorenzo al Verano) è una chiesa di Roma, una delle Sette chiese, situata all’inizio del tratto extraurbano della via Tiburtina. Nel XIX secolo fu costruito accanto alla basilica il primo cimitero comunale di Roma, quello del Verano. Fino alla metà del XIX secolo era considerata inoltre basilica patriarcale.

La basilica ospita la tomba di san Lorenzo (arcidiacono, martirizzato nel 258), dello statista Alcide De Gasperi e di cinque papi: san Zosimo, san Sisto III, sant’Ilario, Damaso II e il beato Pio IX.

La basilica di San Lorenzo fuori le mura (detta anche San Lorenzo al Verano) è una chiesa di Roma, una delle Sette chiese, situata all’inizio del tratto extraurbano della via Tiburtina. Nel XIX secolo fu costruito accanto alla basilica il primo cimitero comunale di Roma, quello del Verano. Fino alla metà del XIX secolo era considerata inoltre basilica patriarcale.

Storia

La primitiva basilica (Basilica maior) fu eretta nel IV secolo dall’imperatore Costantino I vicino alla tomba del martire Lorenzo, come altre basiliche cimiteriali della stessa epoca (San Sebastiano sulla via Appia, Sant’Agnese fuori le mura, Santi Marcellino e Pietro, presso Torpignattara). Proprio sopra la tomba fu contemporaneamente costruito un piccolo oratorio.

L’oratorio fu rimpiazzato da una nuova chiesa all’epoca di papa Pelagio II (579590). Per un certo periodo coesistettero dunque la Basilica maior costantiniana, che in un momento imprecisato fu dedicata alla Madonna, e una “basilica minore”, pelagiana. Tra il IX e il XII secolo, tuttavia, la basilica costantiniana fu probabilmente abbandonata.

Papa Onorio III, in occasione forse dell’incoronazione di Pietro II di Courtenay come imperatore latino di Costantinopoli, nel 1217, iniziò grandi lavori di ampliamento della basilica di Pelagio II: la chiesa fu prolungata verso ovest, abbattendo la vecchia abside, l’orientamento fu ribaltato e la vecchia basilica divenne il presbiterio rialzato della nuova chiesa, che presenta ancora oggi un pavimento più alto nella navata centrale.

La nuova basilica era decorata da affreschi che illustravano la vita di san Lorenzo e di santo Stefano, il primo martire cristiano, sepolto sotto l’altare maggiore insieme al santo titolare della chiesa.

La basilica di San Lorenzo fuori le Mura fu sede del patriarca latino di Gerusalemme dal 1374 al 1847, anno in cui Papa Pio IX ripristinò la sede a Gerusalemme.

La chiesa subì trasformazioni nel periodo barocco, ma le aggiunte furono eliminate con il restauro dell’architetto Virginio Vespignani tra il 1855 e il 1864. Il 19 luglio 1943, durante la seconda guerra mondiale, la chiesa fu gravemente colpita durante il primo bombardamento alleato su Roma. Dopo la distruzione bellica, la basilica fu ricostruita e restaurata con il materiale originale: i restauri, terminati nel 1948, permisero l’eliminazione di strutture aggiunte nel XIX secolo, tuttavia gli antichi affreschi della parte superiore della facciata erano irrimediabilmente perduti.

Nel 1957 furono effettuati saggi di scavo in corrispondenza del muro del cimitero del Verano: le indagini permisero di riconoscere i resti della basilica costantiniana: un grande edificio a circo, a tre navate separate da colonne. Scavi effettuati sotto la basilica hanno portato alla luce numerosi ambienti e cripte.

La chiesa è amministrata da frati cappuccini, ed è sede di parrocchia, istituita il 4 luglio 1709 con il decreto del cardinale vicario Gaspare Carpegna “De cuiuslibet statuta”. La parrocchia fu affidata in origine ai Canonici Regolari Lateranensi, ma nel 1855 passò ai cappuccini.

Descrizione

Esterno

La chiesa è preceduta da un piazzale, voluto da papa Pio IX, ove si trova una colonna sormontata dalla statua bronzea raffigurante San Lorenzo, opera di Stefano Galletti del 1865. Affiancano la chiesa, il monastero ed il campanile in stile romanico (XII secolo).

Interno del portico
Portico: monumento funebre a tegurio su colonnine

La facciata, in laterizio con tre finestre, è stata ricostruita dopo i bombardamenti del 1943. Essa era interamente ricoperta di mosaici, andati per la maggior parte perduti: sono rimasti alcuni frammenti, che riproducono Cristo Agnello e la Presentazione di Pietro di Courtenay a san Lorenzo.

Precede la facciata un portico, risalente al XIII secolo, sostenuto da sei colonne di spoglio con capitelli medievali ionici. Sotto il portico sono conservati alcuni sarcofagi; gli affreschi delle pareti, dello stesso periodo del portico, rappresentano storie tratte dalla Vita di san Lorenzo e dalla Vita di santo Stefano protomartire, e miracoli attribuiti ai due santi dopo la morte. Nella parete di sinistra è collocato il monumento funebre ad Alcide De Gasperi, opera di Giacomo Manzù. Il portale d’ingresso alla basilica è affiancato da due statue marmoree raffiguranti leoni, di epoca medievale. Infine, una lapide ricorda la visita di papa Pio XII il 19 luglio 1943, dopo il bombardamento alleato sul quartiere San Lorenzo.

Interno

La basilica è a tre navate, ed è composta dalle due basiliche costruite in epoca diversa, contigue ma non coassiali tra loro: quella pelagiana (VI secolo), rialzata e trasformata in presbiterio; e quella onoriana (XIII secolo), che costituisce il corpus principale dell’edificio.

Basilica onoriana

Interno

La basilica fatta costruire da papa Onorio III è a tre navate separate tra loro da 22 colonne di diverso formato e fattura. Si ipotizza che le colonne, assieme alle loro basi e alla trabeazione, provengano dall’antica basilica costantiniana.

Nella controfacciata è posto il monumento funebre del cardinale Guglielmo Fieschi, composto da un sarcofago del III secolo e da un baldacchino cosmatesco. Sempre dei Cosmati è il pavimento e i due amboni nei pressi dell’altare maggiore: accanto all’ambone di destra è un candelabro, sostenuto da due leoni e decorato a mosaico. La navata centrale era stata interamente affrescata nell’Ottocento da Cesare Fracassini: i restauri eseguiti dopo gli eventi bellici hanno conservato solo due affreschi, nella controfacciata e nell’arco trionfale (quello rivolto verso la basilica onoriana). La navata termina con l’altare detto della confessione, in posizione rialzata.

Nella navata di destra vi sono resti di affreschi medievali raffiguranti Santi e una Madonna col bambino. La navata termina con la “cappella di San Tarcisio, realizzata da Virginio Vespignani: in essa è conservata una tela di Emilio Savonanzi (1619), con la raffigurazione della sepoltura di San Lorenzo. La navata di sinistra, priva di opere pittoriche, termina con la “cappella sotterranea di Santa Ciriaca”, decorata nel XVII secolo: qui si trovano due monumenti funebri realizzati su disegno di Pietro da Cortona.

Dalla cappella di San Tarcisio, e dell’adiacente sagrestia, si accede al chiostro della fine del XII secolo, da cui, a sua volta, si scende nella catacomba di San Lorenzo.

Basilica pelagiana

Interno della basilica pelagiana verso l’arco trionfale, con il ciborio.

L’ampio presbiterio corrisponde alla navata centrale all’antica basilica fatta costruire da papa Pelagio II: esso è in posizione rialzata e vi si accede attraverso due rampe di scale. Al di sotto vi è la cripta (IV secolo), da cui è possibile venerare le tombe dei santi Lorenzo e Stefano protomartire. Nell’arco trionfale, rivolto verso la basilica pelagiana, vi sono mosaici del VI secolo raffiguranti Gesù tra santi e papa Pelagio.

Il pavimento cosmatesco, così come il suo innalzamento, è dovuto ai lavori fatti eseguire da papa Onorio. Il ciborio, opera dei Cosmati, risale al 1148, ed è composto da quattro colonne di porfido sormontate da una copertura a piramide. In fondo al presbiterio è la sede episcopale del 1254, decorata con mosaici. Dietro la sede è la “cappella di Pio IX“, opera di Raffaele Cattaneo della fine del XIX secolo, con mosaici che ritraggono momenti della sua vita: questa cappella era, in origine, il nartece della basilica pelagiana.

Le navate laterali del presbiterio sono sormontate da un matroneo, e sono inquadrate da 10 colonne, con capitelli corinzi e trabeazioni di reimpiego.

 

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Oggi accadeva

luglio 18, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1985        18         luglio          Calabria

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Giuseppe Piromalli

 

La Corte d’appello di Palmi (Rc) condanna  a undici ergastoli e 63 anni di reclusione Giuseppe Piromalli, capo della ‘Ndrangheta calabrese. A pene diverse sono condannati altri 51 imputati, tra i quali Giovanni Capelli e Antonio Melé che evadono dagli ospedali dove erano ricoverati.

Giorni di storia

La storia

Giuseppe Piromalli (Gioia Tauro, 1º marzo 1921Gioia Tauro, 19 febbraio 2005) è stato un criminale italiano È stato il capo dell’omonima cosca della ‘Ndrangheta.

Biografia

Diventa capo dei Piromalli alla morte, per cause naturali nel 1979, di suo fratello maggiore Girolamo Piromalli detto Don Mommo. È stato l’artefice insieme a Don Mommo della trasformazione della ‘Ndrangheta da organizzazione rurale a mafia imprenditoriale assumendo il controllo su diversi opere pubbliche nell’area di Gioia Tauro, in particolare nella costruzione del Porto di Gioia Tauro. Nel 1974 le imprese coinvolte nell’espansione del porto e nelle acciaierie a Gioia Tauro offrirono il 3% per essere lasciate in pace. I 3 capi di allora (Antonio Macrì, i fratelli Piromalli e i fratelli De Stefano) rifiutarono e vollero dei subappalti delle opere per controllarne i progetti.[1] I Piromalli così si aggiudicarono più della metà del valore di ben 3800 miliardi di dollari dei subappalti.

Latitanza, arresto e carcere

Negli anni ’80 viene accusato di essere il mandante dell’omicidio di uno ‘ndranghetista rivale e si dà alla latitanza. Fu catturato il 24 febbraio del 1984. Fu condannato a 11 ergastoli, ma la pena fu ridotta a un ergastolo. Nel 1986 fu condannato per associazione mafiosa. Nello stesso periodo si unì al partito radicale guidato da Marco Pannella che pubblicamente si batté contro il regime del 41bis per i mafiosi.[2][3]

Giuseppe Piromalli annuncia nel 1994 che avrebbe supportato Berlusconi al voto[4] e Tiziana Maiolo e Vittorio Sgarbi in quel periodo di campagna elettorale lo visitarono in carcere e denunciarono l’eccessivo potere dei magistrati.

Morte e successione

Successivamente ammalato di cancro fu rilasciato ai suoi familiari nel 2003 (stava scontando in carcere una condanna a 27 anni per omicidio e associazione per delinquere di tipo mafioso). Muore all’età di 83 anni il 19 febbraio 2005

Alla guida della cosca gli succede Giuseppe Piromalli Junior.

 

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Oggi accadeva

luglio 17, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1943         17            luglio            Lazio

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Aereo Liberator

 

Gli aerei alleati sorvolano Roma, non la bombardano, ma lanciano una pioggia di volantini con i quali ammoniscono: <State lontani dagli obiettivi militari>. Ma quali sono gli obiettivi militari? A Roma c’è il Vaticano, c’è il papa, c’è il Colosseo. Roma non sarà bombardata. E invece lo fu. Lunedì 19 luglio.

 

Pane Nero pag. 146

La storia

Il 17 luglio 1943 una squadriglia di caccia alleati sorvolava Roma. Dal cielo piovevano migliaia di volantini invitanti la popolazione a stare lontani dagli obiettivi militari (aeroporti, ferrovie). Fino ad allora la capitale, ma anche Firenze e Venezia, non aveva conosciuto incursioni aeree. Milano, Torino, Genova e numerosi centri avevano invece subito continui bombardamenti con decine e centinaia di morti e feriti, distruzione di case e monumenti (a Milano era stato colpito anche il duomo). La situazione si era aggravata dopo il 10 luglio, quando le truppe angloamericane erano sbarcate in Sicilia e si preparavano a risalire la penisola per giungere a Roma, mentre dalla Germania affluivano in numero crescente le divisioni corazzate tedesche. I bombardamenti massicci nel nostro Paese si sarebbero intensificati sempre più. Non solo nel Nord industrializzato ma anche nel Centro-Sud, compresa Roma, anche se la capitale era punto di riferimento e di richiamo per l’intera cristianità. Gli angloamericani consideravano però l’Italia il “ventre molle” dell’alleanza italo-tedesca e anche la capitale non doveva essere risparmiata. A Londra si era persuasi che gli attacchi, specie contro la capitale, avrebbero fatto crollare il morale degli italiani, sempre più stanchi della guerra, accelerando così la fine del conflitto.Gli Alleati ben sapevano degli incontri, dei contatti e anche delle pressioni di non pochi gerarchi fascisti sul re perché si arrivasse alla sostituzione di Mussolini. Incontri e contatti che il Vaticano non ignorava. I bombardamenti erano un elemento essenziale in questa strategia politica e militare. «Stiamo per invadere un Paese ricco di storia, di cultura, di arte come pochi altri. Ma se la morte di un bellissimo monumento può significare la salvezza di un solo nostro militare, ebbene si distrugga quel bellissimo monumento», aveva affermato con rudezza il generale Eisenhower. Cadevano così le speranze che, dall’inizio della guerra, avevano spinto la Santa Sede a operare per via diplomatica con l’Italia, con gli inglesi e poi con gli americani per ottenere il riconoscimento di Roma come città aperta e quindi al riparo di eventuali bombardamenti e azioni militari. L’impegno del Vaticano era diventato più pressante quando ormai le sorti della guerra sembravano segnate per il nostro Paese con angloamericani e tedeschi padroni del nostro territorio. Per essere città aperta occorreva però sia il consenso delle nazioni belligeranti sia lo spostamento effettivo dalla capitale, del quartiere generale militare e anche dello stesso governo. Ma in una conversazione privata del maggio 1943, Galeazzo Ciano, da febbraio ambasciatore presso la Santa Sede, dichiarava al cardinale Maglione, segretario di Stato, che «Mussolini non aveva alcuna intenzione di andarsene da Roma».In questo scenario di una Roma nuda, stremata, indifesa, alle 11,30 del 19 luglio una vera e propria tempesta di fuoco si abbatteva per più ore sulla capitale colpendo non obiettivi militari ma vasti quartieri popolari. «Un quadro di desolazione e di rovina», lo definiva in una sua lunga cronaca sulla “Stampa” lo scrittore Pier Angelo Soldini. Subito dopo la conclusione del bombardamento, papa Pacelli, con un ristretto numero di collaboratori (tra i quali Montini), si portava immediatamente «tra i fedeli della sua diocesi colpita dall’incursione aerea», come avrebbe scritto l’“Osservatore Romano” del 20 luglio. Era accolto da una folla immensa che riconosceva in Pio XII, unica autorità presente, il vero defensor civitatis (Mussolini era a Feltre per incontrare Hitler, il re sarebbe venuto nei giorni successivi, i gerarchi fascisti erano letteralmente spariti). Un ininterrotto bagno di folla tra i romani, che non volevano staccarsi da lui «nemmeno quando il papa – scrisse il quotidiano vaticano – riuscì a risalire nella sua vettura senza riuscire a impedire il continuo addensarsi di nuovi afflussi, sicché ad un certo punto la vettura rimase danneggiata e contorta da rendersi inservibile. Sua Santità dovette perciò discendere e non senza difficoltà recarsi a prendere posto in una piccola automobile privata e in essa avviarsi verso Porta Maggiore e raggiungere quindi il Vaticano».L’episodio con le stesse parole dell’“Osservatore Romano” si ritrova nella quarta pagina della “Stampa”, che scrive di un papa «veramente emozionato dinanzi alle rovine di quella che fu la basilica di san Lorenzo», di un Pio XII che, incurante del terreno reso impraticabile dalle rovine, si inginocchiava recitando con i presenti il De profundis e pronunciava poi brevi parole accolte col grido altissimo di «Viva l’Italia!». Mentre Vittorio Emanuele III avrebbe dichiarato a Mussolini, dopo la sua visita al quartiere distrutti, che «la gente era muta… l’ho sentita quasi ostile». Il 20 luglio Pio XII inviava una dura protesta al presidente degli Stati Uniti, Roosevelt: «Abbiamo dovuto essere testimoni della scena straziante della morte che ci viene gettata dal cielo e colpisce senza pietà case non sospettabili uccidendo donne e fanciulli». Ma intanto i giorni del regine si avviavano alla fine. Il 25 luglio il Gran consiglio avrebbe sfiduciato Mussolini. Il re affidava a Badoglio la guida del governo. Il 13 agosto un secondo bombardamento colpiva Roma. Il giorno dopo, unilateralmente, il governo italiano dichiarava la capitale città aperta.

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luglio 16, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1942           16             luglio             Urss

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Stalingrado 1942

 

Appunti del maresciallo Ciuikov: giungemmo a Stalingrado, al comando del fronte. Là fummo informati che, dopo l’insuccesso della nostra offensiva a Kharkov, il nemico erapassato al contrattacco dalla zona di Izium-Barvenkovo e aveva raggiunto la linea Cerniscevskaia-Morozovski-Cernisckovski, sulla quale era fermato dalle avanguardie della 62° armata, e stava rioganizzandosi per una successiva offensiva. Sulla riva occidentale del Don, lungo la linea Kletskaia-Kalmykov-Surovikino-Pestcerski, la 62° armata si preparava alla difesa. Il suo comando si trovava sulla sponda orientale del Don, nel khutor (frazione di villaggio) di Kamysci, a 60-80 km. dalle truppe.

 

La battaglia di Stalingrado pag. 14

 

La storia

Con il termine battaglia di Stalingrado (in russo: сталинградская битва?, traslitterato: Stalingradskaja bitva, in tedesco Schlacht von Stalingrad) si intendono i duri combattimenti svoltisi durante la seconda guerra mondiale che, tra l’estate del 1942 e il 2 febbraio 1943, opposero i soldati dell’Armata Rossa alle forze tedesche, italiane, rumene ed ungheresi per il controllo della regione strategica tra il Don e il Volga e dell’importante centro politico ed economico di Stalingrado (oggi Volgograd), sul fronte orientale.

La battaglia, iniziata nell’estate 1942 con l’avanzata delle truppe dell’Asse fino al Don e al Volga, ebbe termine nell’inverno 1943, dopo una serie di fasi drammatiche e sanguinose, con l’annientamento della 6ª Armata tedesca rimasta circondata a Stalingrado e con la distruzione di gran parte delle altre forze germaniche e dell’Asse impegnate nell’area strategica meridionale del fronte orientale.

Questa lunga e gigantesca battaglia, definita da alcuni storici come “la più importante di tutta la Seconda guerra mondiale”, segnò la prima grande sconfitta politico-militare della Germania nazista e dei suoi alleati e satelliti, nonché l’inizio dell’avanzata sovietica verso ovest che sarebbe terminata due anni dopo con la conquista del palazzo del Reichstag e il suicidio di Hitler nel bunker della Cancelleria durante la battaglia di Berlino.

Operazione Blu

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: operazione Barbarossa, seconda battaglia di Char’kov e operazione Blu.

L’avanzata tedesca durante l’operazione Blu, dal maggio al novembre 1942

Nella primavera del 1942 Adolf Hitler era fermamente deciso a riprendere l’iniziativa sul fronte orientale dopo il brusco fallimento della battaglia di Mosca a causa della controffensiva dell’Armata Rossa durante il rigido inverno russo.[14] Freddo, ghiaccio e neve, uniti ai potenti e inaspettati contrattacchi sovietici avevano notevolmente indebolito la Wehrmacht che, pur mantenendo la sua coesione e avendo evitato una rotta “napoleonica” (secondo Hitler grazie alla sua risolutezza e alla sua decisione di ordinare la resistenza sul posto alle truppe), non disponeva più delle forze sufficienti a sferrare una nuova offensiva generale paragonabile all’operazione Barbarossa dell’estate precedente.

Il 5 aprile 1942 Hitler emanava la fondamentale Direttiva 41 con la quale definiva sin nei dettagli tattici lo sviluppo previsto della nuova grande offensiva delineando, in realtà in modo abbastanza nebuloso, gli obiettivi geostrategici dell’operazione Blu (Fall Blau in tedesco) da cui si aspettava un successo decisivo. L’offensiva tedesca, che avrebbe impegnato due gruppi di armate, oltre 1 milione di soldati con circa 2 500 carri armati, supportati da quattro armate satelliti rumene, italiane e ungheresi (altri 600 000 uomini circa). sarebbe stata scatenata nella Russia meridionale con lo scopo di conquistare i bacini del Don e del Volga, distruggere le importanti industrie di Stalingrado (nodo di comunicazioni ferroviarie e fluviali e centro produttivo meccanico importantissimo) e quindi puntare fino ai pozzi petroliferi del Caucaso, assicurando alla Germania le risorse energetiche sufficienti per proseguire la guerra. Tale ambiziosa direttiva si basava principalmente sull’errato assunto da parte di Hitler di un presunto esaurimento irreversibile, materiale e morale, dell’Armata Rossa dopo le enormi perdite subite nella campagna 1941-42.

Soldati tedeschi nella steppa con l’appoggio di uno StuG III

L’operazione, inizialmente prevista per i primi di maggio, subì notevoli ritardi a causa della aspra resistenza sovietica nell’assedio di Sebastopoli, della necessità di eseguire alcune operazioni preliminari di rettifica del fronte e di opporsi ad alcuni prematuri e inefficaci tentativi offensivi sovietici (seconda battaglia di Char’kov). Di fatto, dopo questi successi tedeschi che costarono oltre 400 000 perdite ai sovietici[23] e favorirono notevolmente il successo iniziale dell’operazione Blau, l’offensiva iniziò il 28 giugno nella regione di Voronež e il 30 giugno in quella del Donec. Il successo tedesco, favorito anche da grossi errori di informazione e di pianificazione di Stalin e dello Stavka fu immediato e portò al rapido sfondamento generale del fronte russo meridionale. In realtà le ambiziose manovre di accerchiamento ideate da Hitler e dai suoi generali riuscirono solo in parte anche a causa dei tempestivi ordini di ritirata diramati da Stalin per evitare nuove catastrofiche sconfitte, ma i guadagni territoriali furono notevoli e rapidissimi. Mentre la ritirata sovietica in direzione del Don, di Stalingrado e del Caucaso rischiava di degenerare in rotta, i due gruppi d’Armate tedeschi procedevano verso est (Gruppo d’armate B del generale Maximilian von Weichs) e verso sud (Gruppo d’armate A del feldmaresciallo Wilhelm List) occupando in successione Voronež, Millerovo e Rostov. Mentre le truppe di Hitler procedevano nell’assolata steppa estiva, le truppe di appoggio satelliti italiane, rumene e ungheresi si schieravano progressivamente per difendere i fianchi allungati sul Don. A metà luglio la 6ª Armata tedesca, punta di diamante del Gruppo d’armate B, si avvicinava alla grande ansa del Don e affrontava le nuove truppe sovietiche affrettatamente impegnate da Stalin per frenare l’avanzata tedesca verso il Don e il Volga. Stalingrado, per la prima volta dall’inizio della “Grande Guerra Patriottica“, era realmente minacciata e aveva così inizio la grande battaglia.

Prima fase della battaglia

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L’avanzata tedesca verso il Volga (luglio-settembre 1942)

Friedrich Paulus, comandante della 6ª Armata tedesca

La marcia su Stalingrado

Secondo la storiografia sovietica la battaglia di Stalingrado iniziò il 17 luglio 1942; in questa data il raggruppamento offensivo tedesco del generale Friedrich Paulus, il comandante in capo della potente 6ª Armata entrava in contatto nella grande ansa del Don con le forze sovietiche che Stalin aveva raggruppato con grande difficoltà, essendo provenienti dalle riserve strategiche dello Stavka, schierate molto lontane dal settore meridionale del fronte orientale, per sbarrare l’accesso al Volga e alla città che portava il nome del dittatore.

Fin dall’inizio le forze sovietiche (62ª Armata, 63ª Armata e 64ª Armata) pur in parte disorganizzate e demoralizzate dalla vista delle masse di truppe in rotta e dalla fiumana dei civili in fuga, dimostrarono combattività e cercarono, con i loro scarsi mezzi, di frenare le apparentemente inarrestabili colonne corazzate tedesche le quali peraltro, come le forze sovietiche, avevano seri problemi di rifornimenti di carburante con conseguente necessità di alcune pause dell’avanzata.

« Non più un passo indietro! »

Relitti di T-34 russi; le perdite sovietiche all’inizio della battaglia furono fortissime

La città di Stalingrado era di fondamentale importanza strategico-economica per l’Unione Sovietica: la sua perdita avrebbe intaccato in modo rilevante le risorse industriali e avrebbe compromesso i collegamenti con il Caucaso e i suoi vitali bacini petroliferi.[32] Per Stalin inoltre costituiva un motivo di propaganda bellica e di prestigio personale giacché era intitolata a lui; il dittatore sovietico era anche convinto del possibile rischio di un crollo morale dell’Armata Rossa e dell’intero paese nel caso di ulteriori ripiegamenti senza combattere e dell’abbandono di terre della Russia “profonda”. Per queste ragioni, dopo le iniziali ritirate estive, Stalin diramò il famoso prikaz n. 227 del 28 luglio con cui esortava alla resistenza sul posto e ordinava di rafforzare la disciplina e la lotta contro i “seminatori di panico”. Il dittatore si impegnò quindi con grande energia in una difesa ad oltranza di Stalingrado e della regione Don-Volga, richiamando tutte le forze disponibili. A tale scopo decise di impiegare i suoi migliori generali, inviando prima sul posto Aleksandr Michajlovič Vasilevskij e quindi a fine agosto spedendo anche Georgij Konstantinovič Žukov, e sostituendo continuamente i comandanti sul campo alla ricerca di nuovi uomini più capaci.

I panzer tedeschi avanzano apparentemente inarrestabili

Il Fronte di Stalingrado, inizialmente al comando del maresciallo Semën Konstantinovič Timošenko, passò così prima all’incapace generale Vasilij Gordov e quindi venne assegnato all’esperto e duro generale Andrej Ivanovič Erëmenko; mentre alla 62ª Armata, nucleo principale delle difese sovietiche, il generale Anton Lopatin venne sostituito a partire dal 12 settembre, quando già l’armata era stata respinta dentro Stalingrado, con il generale Vasilij Ivanovič Čujkov.

Le prime fasi della battaglia furono caratterizzate da tenaci sforzi difensivi sovietici, che vennero costantemente superati dalle forze tedesche dopo duri scontri, e da alcuni tentativi di contrattacco delle limitate forze corazzate sovietiche disponibili che vennero schiacciati, con pesanti perdite, dalle manovre delle Panzer-Division tedesche (24. e 16. Panzer-Division). Il generale Paulus fece piena mostra delle sue qualità di professionista estremamente preparato e di stratega meticoloso e intelligente: a fine luglio le difese sovietiche nella grande ansa del Don erano ormai state disperse o distrutte e le truppe rimaste tentavano di ripiegare combattendo a est del Don, mentre la situazione si aggravava ulteriormente con il profilarsi della minaccia da sud proveniente dalla 4. Panzerarmee del generale Hermann Hoth, che Hitler aveva dirottato dalla sua iniziale destinazione nel Caucaso per accelerare le operazioni contro Stalingrado da cui il Führer si aspettava un decisivo successo strategico e propagandistico.

Durante la prima settimana di agosto il generale Paulus rastrellò metodicamente la regione a ovest del Don e si riorganizzò per attraversare il fiume puntando quindi su Stalingrado mentre il generale Hoth, già a est del fiume, progredì verso nord a partire dalla regione di Kotel’nikovoAbganerovo sempre in direzione della città, frenato dalla tenace difesa delle truppe sovietiche.

Agosto e settembre, la battaglia nelle rovine di Stalingrado

Un comandante di panzer della 24. Panzer-Division osserva l’orizzonte: Stalingrado è in vista

Stalingrado, la “città fatale” sulle rive del Volga

Paulus osserva il profilo della “città di Stalin”; accanto a lui (a sinistra nella foto) il generale Walther von Seydlitz-Kurzbach
« Stalingrado non è più una città. Di giorno è un’enorme nuvola di fumo accecante. E quando arriva la notte i cani si tuffano nel Volga, perché le notti di Stalingrado li terrorizzano. »
(Diario di un soldato sovietico[31])

La fase più drammatica della battaglia dal punto di vista sovietico ebbe inizio il 21 agosto 1942: in quella giornata la 6ª Armata del generale Paulus conquistava teste di ponte a est del Don e lanciava le sue forze corazzate concentrate in una puntata diretta nel corridoio Don-Volga in direzione di quest’ultimo fiume nella regione settentrionale della città. Il 23 agosto 1942 la 16. Panzer-Division del generale monco Hans-Valentin Hube, dopo aver superato una debole resistenza, irrompeva improvvisamente sul Volga a nord di Stalingrado tagliando fuori in questo modo la città dai collegamenti da nord.[38]

La guerra si manifestò per la prima volta agli abitanti di Stalingrado in tutta la sua drammaticità nel pomeriggio di quello stesso 23 agosto, quando la Luftwaffe eseguì il primo massiccio e devastante bombardamento a tappeto, colpendo duramente la popolazione civile. La coraggiosa difesa contraerea di un gruppo di ragazze-soldato rappresentò un primo segnale della volontà di battersi delle truppe.  La popolazione era rimasta in gran parte bloccata dentro la città, sia a causa della rapidità dell’avanzata tedesca, ma anche per la volontà di Stalin di non autorizzare una evacuazione per non scatenare il panico e per dare un segnale di ottimistica tenacia.

Nella notte tra il 23 e il 24 agosto, Stalin intervenne personalmente telefonando al generale Erëmenko (passato al comando del Fronte di Stalingrado dal 9 agosto) spronandolo brutalmente a resistere, a contrattaccare e a non farsi prendere dal panico. Dietro la maschera di risolutezza, il dittatore sovietico era probabilmente consapevole della drammaticità della situazione, ma in quelle stesse ore egli continuò a mostrare ottimismo durante i burrascosi incontri al Cremlino direttamente con Winston Churchill, giunto a Mosca anche per comunicare al suo alleato l’infausta notizia che non ci sarebbe stato alcun secondo fronte in Europa nel 1942, e che quindi l’Unione Sovietica avrebbe dovuto resistere da sola.

Nei giorni successivi Stalin richiamò a sud dalla regione di Mosca il generale Žukov per organizzare immediati e frettolosi contrattacchi (con truppe e mezzi inadeguati) a nord della testa di ponte tedesca sul Volga nella speranza di allentare la pressione nemica sulla città; questi contrattacchi, sferrati a più riprese alla fine di agosto e ancora a settembre, fallirono tutti con sanguinose perdite di uomini e mezzi. Le colline a nord di Stalingrado si trasformarono in un cimitero di carri armati sovietici distrutti dagli anticarro tedeschi. In questo modo, tuttavia, Stalin riuscì almeno a impedire un’estensione della testa di ponte verso sud e il centro della città, creando problemi ai tedeschi e al generale Paulus, anch’egli alla ricerca di rinforzi ed equipaggiamenti di rincalzo.

Nei primi giorni di settembre, la situazione sovietica peggiorò ulteriormente con la comparsa da sud della 4ª Armata corazzata del generale Hoth che, con una abile manovra di aggiramento, superò le precarie difese sovietiche, si collegò il 4 settembre con le truppe della 6ª Armata in avanzata frontale da ovest verso Stalingrado e raggiunse a sua volta il Volga a sud della città. Ora la 62ª Armata (di cui Čujkov avrebbe assunto il comando il 12 settembre) si trovava, gravemente indebolita, isolata da nord dai panzer di Hube, da sud dalle truppe di Hoth, attaccata frontalmente dal grosso della 6ª Armata di Paulus e con le spalle al Volga. In questa fase lo spazio occupato dai sovietici a ovest del fiume era appena di alcuni chilometri.

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Oggi accadeva

luglio 15, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1917         15           luglio         Veneto

Fanteria - 141° e 142° reggimento, brigata Catanzaro

Fanteria – 141° e 142° reggimento, brigata Catanzaro

1 marzo 1915

 

Sul fronte italiano la brigata < Catanzaro > si ribella ai metodi repressivi usati dagli alti comandi per il mantenimento della disciplina. Nel mese di marzo era stato tenuto nascosto l’ammutinamento della brigata < Ravenna >. Fino a settembre  si verificano oltre cento episodi di < disfattismo >, diserzione, ammutinamento.

Giorni di Storia n° 14

La storia

La rivolta della brigata Catanzaro, avvenuta il 15 luglio 1917 a Santa Maria La Longa, fu il più grave episodio di ammutinamento all’interno del Regio Esercito durante la prima guerra mondiale e l’unico in cui sia avvenuta una vera e propria rivolta organizzata.

Antefatti

La brigata ”Catanzaro”, composta da due reggimenti, il 141° ed il 142°, era un’unità che si era distinta nei combattimenti dal suo dispiegamento nel luglio del 1915. Durante la terza battaglia dell’Isonzo, sul monte San Michele, tra il 17 ed il 26 ottobre 1915 perse quasi la metà degli effettivi.[2] impiegata duramente sul Carso, durante la Strafexpedition il 141º Reggimento, subì gravi perdite, ad esempio il 3 giugno 1916, perse, in un solo giorno, il 38% degli effettivi, con 333 morti.

La decimazione della Catanzaro

Il 26 maggio 1916 mentre due battaglioni del 141º reggimento tenevano la prima linea sul Monte Mosciagh sull’altopiano d’Asiago, gli altri due stavano nelle immediate retrovie, ai piedi del monte, pronte al rinforzo della linea, in caso di attacco.[4] Verso le sette di sera, in concomitanza con una forte grandinata, gli austriaci attaccarono la linea italiana, presi di sorpresa, i soldati si ritirarono verso le seconde linee, alcuni sbandarono nei boschi circostanti. La maggior parte fu radunata subito e spedita al contrattacco, ma alcuni tornarono al reggimento solo la mattina seguente. Tra gli 86 rientrati in ritardo furono fucilati, due giorni dopo, il 28 maggio, i quattro più alti in grado (un sottotenente e tre sergenti) e otto soldati estratti a sorte, su ordine del comandante del reggimento, il colonnello Attilio Thermes, gli altri furono sottoposti a corte marziale. I fucilati furono gettati in una foiba sulle pendici del monte Sprunk, dove il reggimento si era ritirato sotto la pressione dell’offensiva austriaca La corte ne assolse 7 poiché appurò che non avevano partecipato allo sbandamento, questi soldati erano tra quelli scampati al sorteggio.[4] Gli altri vennero condannati a due soli anni di reclusione, in quanto la corte marziale giudicò che avessero agito sotto momentanea infermità mentale.[6] Thermes fu il primo ufficiale a ricevere un encomio da parte di Cadorna, dall’inizio delle ostilità, pubblicato nell’Ordine del giorno del 22 giugno 1916.[7]

Le fucilazioni sommarie senza processo, frequenti durante la prima guerra mondiale all’interno del Regio esercito, furono scarsissime negli altri eserciti belligeranti (a parte gli imperi orientali, ottomano e russo, dove i dati relativi alle esecuzioni non sono disponibili), mentre le decimazioni furono una prerogativa solo italiana.[8] Dopo l’episodio della 141ª, Cadorna istituzionalizzò le decimazioni con una circolare del primo novembre 1916, prescrivendola per i reati più gravi, qualora non fosse stato possibile identificare i responsabili.[8] Almeno altri sette casi di decimazioni sono state accertate durante gli anni di guerra.[8]

Nell’inverno ’16-’17 la brigata assistette alla fucilazione sommaria di un soldato accusato di diserzione.[5] I primi di giugno, mentre il 142º reggimento della Catanzaro si accingeva a ripartire per la prima linea i soldati si ribellarono urlando e sparando in aria, l’immediato intervento degli ufficiali riportò immediatamente la calma.[9]Per questa breve rivolta, un soldato venne processato dalla corte marziale e condannato a morte, ma, in cambio dei nomi di presunti sobillatori, ottenne il rinvio della pena.[9] L’autorità militare, per individuare certamente i soldati che incitavano i compagni alla rivolta, inserì nella brigata carabinieri travestiti da soldati.[9]Il 14 luglio 1917, il giorno precedente alla rivolta, i carabinieri infiltrati nelle compagnie furono ritirati poiché era stata scoperta la loro vera identità, il comando di brigata affidò ai carabinieri con rinforzi di cavalleggeri il compito di effettuare nove arresti fra i soldati l’indomani mattina.[9]

La rivolta della Catanzaro

La sera del 15 luglio 1917, la brigata Catanzaro era di stanza a Santa Maria La Longa per un periodo di riposo dopo 40 giorni in prima linea sul fronte del Carso, contro le fortificazioni dell’Ermada.[2] Il 141º reggimento ed il 142° ricevettero, a sera, l’ordine che gli annunciava l’immediato ritorno in linea, i soldati, provati dalla durezza degli scontri, si ribellarono armati, sparando contro gli alloggiamenti degli ufficiali, uccidendone alcuni.[5]

I soldati ribelli si impossessarono di tre mitragliatrici, e solo l’intervento di ingenti forze, carabinieri, cavalleggeri e una sezione d’artiglieria mobile, riportarono l’ordine al mattino, arrestando i soldati ribelli.[5] Il bilancio della notte di rivolta ammonta 3 ufficiali e 4 carabinieri uccisi.[5][10] Durante la rivolta, alcuni soldati spararono contro la villa della famiglia Colloredo, che abitualmente ospitava Gabriele D’Annunzio, in quel momento assente, poiché presso un campo d’aviazione per preparare una nuova missione.[5]

La mattina dopo, 28 soldati, di cui 12 sorteggiati all’interno della 6ª compagnia del 142°, furono fucilati contro il muro del cimitero. La responsabilità per la decimazione della 6ª compagnia fu assunta direttamente dal comandante del VII corpo d’armata, il generale Adolfo Tettoni, mentre per quei soldati ribelli colti in flagrante, appartenenti ad entrambi reggimenti, 141° e 142°, l’ordine fu dato dal comandante della 45ª divisione, generale Galgani.[11] I superstiti furono tradotti in prima linea, sotto scorta armata ma, durante il tragitto, alcuni gettarono le munizioni, venendo puniti con altre 10 fucilazioni sommarie.

Dei superstiti, 132 soldati, vennero inviati successivamente a corte marziale, che comminò 4 condanne a morte, eseguite nel settembre dello stesso anno.

Le cause della rivolta, per il comandante della III° armata, il Duca D’Aosta, erano da ricercare nello scontento dei soldati della brigata Catanzaro per il prolungato impiego sul fronte del Carso e per la disparità di trattamento rispetto ad altre brigate che usufruivano di turni al fronte più agevoli, invece, il rapporto sugli stessi eventi del comandante del VII° corpo, generale Tettoni, imputava alla propaganda socialista ed ai giornali che riportavano le notizie dalla Russia le principali cause della rivolta.Entrambi consideravano una delle cause minori la soppressione delle licenze per i soldati siciliani, numerosi nella brigata, dovuta all’alto numero di disertori nell’isola.

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Oggi accadeva

luglio 14, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1789          14          luglio         Francia

La presa della Bastiglia

 

La popolazione di Parigi insorta da 2 giorni, sequestra migliaia di fucili all’Hotel des Invalides e assalta la prigione della Bastiglia, simbolo del potere del re.

 

Da Tele-sette n° 28 del 14/07/15

 

La storia

La presa della Bastiglia, avvenuta martedì 14 luglio 1789 a Parigi, fu un evento storico della Rivoluzione francese che culminò con la cattura della Bastiglia (simbolo dell’Ancien Régime) da parte dei cittadini francesi. L’avvenimento, sebbene di per sé poco importante sul piano pratico, assunse un enorme significato simbolico a tal punto da essere considerato l’inizio della Rivoluzione.

La convocazione degli Stati Generali a Versailles il martedì 5 maggio 1789 per cercare di sanare la difficile crisi politica, sociale ed economica in cui versava la Francia, animò nei mesi seguenti il dibattito politico che si estese fino ai salotti e alle piazze della capitale, a tal punto da indurre il re Luigi XVI a schierare i suoi soldati attorno a Versailles, Parigi, Sèvres e Saint-Denis. Sabato 11 luglio il Ministro delle Finanze Jacques Necker venne destituito dal re, essendosi guadagnato l’inimicizia di parte della corte per aver manifestato in parecchie occasioni delle idee filo-popolari.

Venne inoltre eseguita una riorganizzazione a livello generale mediante diverse sostituzioni: Victor-François de Broglie, Roland-Michel Barrin de La Galissonière, Paul François de Quelen de la Vauguyon, Louis Auguste Le Tonnelier de Breteuil e Joseph Foullon de Doué furono nominati per sostituire Louis Pierre de Chastenet de Puysegur, Armand Marc de Montmorin-Saint-Hérem, César-Guillaume de La Luzerne, François-Emmanuel Guignard de Saint-Priest e Necker.

Prise de la Bastille.jpg

12 luglio

Domenica 12 luglio, la popolazione di Parigi, che da mesi viveva in uno stato di miseria e con la paura che una grave carestia colpisse da un momento all’altro il Paese, venne a conoscenza della destituzione di Necker e organizzò una grande manifestazione di protesta, durante la quale furono portate delle statue raffiguranti i busti di Necker e del Duca d’Orléans. Camille Desmoulins, secondo François-Auguste Mignet, aizzò la folla salendo su un tavolo con la pistola in mano ed esclamando: «Cittadini, non c’è tempo da perdere; la dimissione di Necker è l’avvisaglia di un San Bartolomeo (massacro in cui Carlo IX aveva ordinato di sterminare gli Ugonotti) per i patrioti!

Proprio questa notte i battaglioni svizzeri e tedeschi lasceranno il Campo di Marte per massacrarci tutti; una sola cosa ci rimane, prendere le armi!». Alcuni soldati tedeschi (l’esercito di Luigi XVI comprendeva anche reggimenti stranieri, più obbedienti al re rispetto alle truppe francesi), ricevettero l’ordine di caricare la folla, provocando diversi feriti e distruggendo le statue. Il dissenso dei cittadini aumentò a dismisura e l’Assemblea Nazionale avvertì il re del pericolo che avrebbe corso la Francia se le truppe non fossero state allontanate, ma Luigi XVI rispose che non avrebbe cambiato le sue disposizioni.

13 luglio

La mattina di lunedì 13 luglio, quaranta dei cinquanta ingressi che permettevano di entrare a Parigi vennero dati alle fiamme dalla popolazione in rivolta. I reggimenti della Guardia francese formarono un presidio permanente attorno alla capitale, sebbene molti di questi soldati fossero vicini alla causa popolare. I cittadini cominciarono a protestare violentemente contro il governo affinché riducesse il prezzo del pane e dei cereali e saccheggiarono molti luoghi sospettati di essere magazzini per provviste di cibo; uno di questi fu il convento di Saint-Lazare (che fungeva da ospedale, scuola, magazzino e prigione), dal quale vennero prelevati 52 carri di grano.

In seguito a questi disordini e saccheggi, che continuavano ad aumentare, gli elettori della capitale (gli stessi che votarono durante le elezioni degli Stati Generali) si riunirono in Assemblea elettorale al Municipio di Parigi e decisero di organizzare una milizia cittadina composta da borghesi, che garantisse il mantenimento dell’ordine e la difesa dei diritti costituzionali (due giorni dopo, con Gilbert du Motier de La Fayette, venne denominata Guardia Nazionale). Ogni uomo inquadrato in questo gruppo avrebbe portato, come segno distintivo, una coccarda con i colori della città di Parigi (blu e rosso). Per armare la milizia, si cominciò a saccheggiare i luoghi dove si riteneva fossero custodite le armi.

14 luglio

La Bastiglia
(stampa di inizio Ottocento)

La mattina di martedì 14 luglio, gli insorti attaccarono l’Hôtel des Invalides con l’obiettivo di procurarsi delle armi; si impossessarono di circa ventottomila fucili[1] e qualche cannone, ma non trovarono la polvere da sparo. Per impadronirsi della polvere decisero di assalire la prigione-fortezza della Bastiglia (vista dal popolo come un simbolo del potere monarchico), nella quale erano tenuti in custodia solamente sette detenuti. Gli elevati costi di mantenimento di una fortezza medievale così imponente, adibita all’epoca a una funzione limitata come quella di carcere, portò alla decisione di chiudere i battenti e probabilmente fu per questo motivo che il 14 luglio gli alloggi della prigione erano praticamente vuoti. La guarnigione della fortezza era composta da 82 invalidi (soldati veterani non più idonei a servire in combattimento), ai quali il 7 luglio si aggiunsero 32 Guardie svizzere; il governatore della prigione (figlio del precedente governatore) era Bernard-René Jourdan de Launay.

Pierre-Augustin Hulin prese la guida degli insorti gridando: «Amici, siete buoni cittadini? Sì lo siete! Allora marciamo verso la Bastiglia».[2] Una folla sempre più numerosa raggiunse la fortezza chiedendo la consegna della prigione. Launay trovandosi circondato, pur avendo la forza per respingere l’attacco,[3] cercò di trovare una soluzione pacifica ricevendo alcuni rappresentati degli insorti, invitandoli a pranzo e negoziando con loro.[4] La trattativa si protrasse per lungo tempo mentre all’esterno la folla continuava ad aumentare fino a quando, verso le 13:30, le catene del ponte levatoio vennero tagliate ed il ponte sbatté violentemente sull’altro lato del fossato, coinvolgendo un insorto che ne uscì con entrambe le gambe fratturate; avendo così via libera, gli insorti riuscirono a penetrare nel cortile interno, scontrandosi con la Guardia svizzera. Ci fu un violento combattimento che causò diversi morti (gli uomini del regio esercito, accampati nel vicino Campo di Marte, non intervennero).

Launay preso prigioniero dagli insorti
(stampa di inizio Ottocento)

Cercando di evitare un massacro reciproco, Launay ordinò ai suoi uomini di cessare il fuoco. Tra le testimonianze dell’accaduto c’è quella del capitano della Guardia svizzera, Luigi De Flue, che raccontò: «Appena Launay vide la situazione dall’alto delle torri sembrò perdere completamente la testa; senza consultare nessuno del suo stato maggiore o della guarnigione, fece dare da un tamburo il segnale di resa».[5] Launay inviò una lettera agli assedianti dove riportava le condizioni di resa, ma queste vennero rifiutate. Il governatore, capendo che i propri uomini non avrebbero potuto resistere ancora a lungo,[6][7] decise di capitolare, permettendo agli insorti di penetrare nella Bastiglia. Alcuni resoconti riportano che la Guardia svizzera, priva di ordini, continuò a fare fuoco sugli assalitori finché il capitano Luigi De Flue non trattò direttamente la resa per i propri uomini, salvandoli dal popolo inferocito.[8]

Gli insorti riuscirono così a occupare la prigione-fortezza; le guardie trovate morte vennero decapitate e le loro teste furono infilzate su pali appuntiti e portate attraverso tutta la città. Il resto della guarnigione fu fatta prigioniera e condotta al Municipio ma lungo la strada, in piazza de Grève, Launay fu preso dalla folla e linciato. Uno degli insorti lo decapitò e infilzò la testa su una picca.[9]

Incisione delle teste decapitate di Flesselles e de Launay.

I prigionieri trovati all’interno della fortezza e rilasciati furono sette: quattro falsari, due malati mentali e un libertino.[10] Dopo la liberazione i quattro falsari fecero perdere le proprie tracce mentre gli altri prigionieri liberati furono portati in trionfo per la città,[11] ma i due malati mentali, il giorno dopo, furono rinchiusi nell’ospizio di Charenton.[12] Fino a pochi giorni prima nella Bastiglia vi era stato rinchiuso anche il marchese Donatien Alphonse François de Sade, che infiammò gli animi dei suoi concittadini descrivendo, con particolari raccapriccianti e fantasiosi, le torture che lì si eseguivano; venne trasferito al manicomio di Saint-Maurice il 4 luglio.

I prigionieri della Bastiglia al 14 luglio 1789
  1. Jean Bechade, nato nel 1758
  2. Jean de La Correge, nato a Martaillac nel 1746
  3. Bernard Laroche de Beausablon, nato a Terraube en Guienne nel 1769
  4. Jean-Antoine Pujade, nato a Meilhan nel 1761
  5. Jacques-François-Xavier de Whyte, Conte de Malleville, nato a Dublino nel 1730
  6. Claude-Auguste Tavernier, nato a Parigi il 29 dicembre 1725
  7. Charles-Joseph-Paulin-Hubert de Carmaux, Conte de Solages, nato a Tolosa il 18 dicembre 1746, morto ad Albi il 9 ottobre 1824

Ritornando al Municipio la folla accusò il prévôt des marchands (carica corrispondente a quella di un sindaco) Jacques de Flesselles di tradimento; durante il viaggio, che lo avrebbe portato a Palais-Royal per essere processato, fu assassinato e poi decapitato.

Il caso del Conte di Lorges

In quanto nessun prigioniero liberato alla Bastiglia risultava essere stato precedentemente imprigionato per motivi politici, si sentì il bisogno di inventare un prigioniero più rappresentativo al fine di rendere l’avvenuta liberazione più mirabile agli occhi dell’opinione pubblica. Sfruttando l’imponente barba bianca di uno dei prigionieri (Jacques-François-Xavier de Whyte, Conte de Malleville) ci si inventò la figura fittizia del Conte di Lorges (realmente esistito circa un secolo prima e incarcerato nella Bastiglia per aver assassinato un prete)[

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Oggi accadeva

luglio 13, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1709          13          luglio           Germania

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Colonia un profumiere italiano Gianbattista Farina fonda la Casa di Profumi più antica del mondo, che produrrà la famosa Eau de Cologne, invenzione del fratello Giovanni Maria.

 

Da Tele-sette n° 28 del 13/07/2010

La storia

13 Luglio 1709: la più antica fabbrica (tuttora esistente) di profumo

Da 300 anni produce la fragranza per antonomasia: l’Eau de Cologne. Tutto comincia il 13 Luglio 1709, proprio a Colonia, quando un immigrato italiano, Giovanni Battista Farina, fratello del profumiere italiano Giovanni Maria Farina, fonda quella che è tuttora la più antica fabbrica di profumo del mondo: ufficialmente (dai registri dell’epoca) la “Johann Maria Farina gegenüber dem Jülichs-Platz GmbH” (letteralmente Giovanni Maria Farina di fronte allo Jülichs-Platz), più comunemente conosciuta nella forma abbreviata “Farina gegenüber”. Ma ancor più conosciuta per il suo inconfondibile marchio – il tulipano rosso – che contraddistingue ancora oggi la “vera” Eau de Cologne da tutte le imitazioni.
Attualmente l’azienda è diretta dal quinto pronipote del fondatore, che rappresenta l’ottava generazione della famiglia Farina. Un’altra inconfondibile caratteristica dell’Eau de Cologne originale è la classica forma dei flaconi in cui è stata venduta per secoli: una bottiglia verde e stretta, denominata “rosolio”, con tappo in sughero. Questi flaconi sono stati usati in esclusiva fino a tutto il 1832. Poi qualche accomodamento con il moderno “packaging” si è reso necessario.
La formula originale della storica fragranza pare sia stata inventata dal fratello del fondatore, Giovanni Maria Farina, e da un suo socio, che inizialmente chiamò tale essenza “Eau Admirable”. Alla base vi era un innovativo processo di distillazione che prevedeva una miscela di oli eterici uniti ad un’alta percentuale di alcool etilico, e naturalmente materie prime pregiate, per lo più provenienti dall’Italia, come il Bergamotto, che davano al profumo dei fratelli Farina un bouquet inconfondibile ed apprezzato sia dalle donne che dagli uomini. Perfino i militari, infatti, ed in particolare gli ufficiali francesi impegnati nella Guerra dei Sette Anni, sul fronte del Reno, ritenevano l’Eau de Cologne un bene indispensabile del proprio equipaggiamento (come le parrucche, la cipria ed altri beni di lusso), ed inoltre ne facevano dono alle mogli ed alle amanti. Già nel 1747, in una lettera datata 9 Aprile, lo stesso Farina poteva giustamente affermare che la sua “Acqua” era ormai conosciuta in tutta Europa.
Il segreto di tale successo era indubbiamente la freschezza e la vellutatezza della fragranza prodotta a Cologna, una “leggerezza” che la distingueva nettamente dai profumi ben più “pesanti” diffusi in quell’epoca (per lo più a base di cannella, legno di sandalo o muschio). Lo stesso Giovanni Maria descrisse così la sua “ creazione” al fratello Giovanni Battista: “Il mio profumo è come un mattino italiano di primavera dopo la pioggia: ricorda le arance, i limoni, i pompelmi, i bergamotti, i cedri, i fiori e le erbe aromatiche della mia terra. Mi rinfresca e stimola sensi e fantasia”.
Ogni confezione di prodotto era accompagnata da un foglietto, autografato dal produttore, con istruzioni per l’uso dell’Acqua di Colonia, nel quale si affermava che il liquido poteva essere utilizzato non solo per la profumazione esterna del corpo, ma se ne poteva fare anche un uso orale, interno, per l’igiene dei denti, per curare l’alitosi e molte altre malattie contagiose.
In breve tempo la fama del prodotto, ed i suoi attestati di qualità, si diffusero in tutta Europa, anche fra le principali corti regnanti. La fabbrica di Cologna divenne quindi fornitrice ufficiale di quasi tutte le Case Reali del continente. Fra i suoi clienti italiani più famosi del tempo figurano il conte di Cavour, Vittorio Emanuele II, il principe Amedeo di Savoia, e Umberto I. Anche Goethe fu un assiduo cliente dell’Eau de Cologne.

Telesanterno

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Oggi accadeva

luglio 12, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

2010          12          luglio         Veneto

La centrale a idrogeno di Fusina (Imagoeconomica)

 

 

 

 

Fusina centrale a idrogeno

 

 

Entra in funzione a Fusina (Ve) la prima centrale elettrica al mondo alimentata a “idrogeno”. Ha una potenza di 16 magawatt e può dare energia a 20mila famiglie.

 

Da Tele-sette n° 28 del 07/07/2012

 

La storia

La centrale ad idrogeno di Fusina è entrata in servizio il 12 luglio 2010, nell’omonima località veneziana.[1] Con un investimento di circa 50 milioni di euro, è stata resa attiva la prima centrale ad idrogeno al mondo di livello industriale, con una potenza installata di 15MW.[2]

Caratteristiche

Tra le sue caratteristiche peculiari vi è il fatto di essere la prima alimentata totalmente con l’idrogeno per un consumo previsto è di 59 milioni di tonnellate all’anno e sufficiente per generare 60 GWh di elettricità, idonei a soddisfare il bisogno di 20000 famiglie. Questa scelta consentirebbe, secondo le stime più accreditate, un risparmio di anidride carbonica, pari a 17000 tonnellate all’anno.[3] Il progetto prevede anche la produzione di idrogeno dalla gassificazione del carbone con stoccaggio geologico dell’anidride carbonica. La centrale è integrata nel polo petrolchimico di Porto Marghera, dal quale preleva l’idrogeno, prodotto di scarto del cracking dell’etilene. Una tubatura di 4km provvede a convogliare l’idrogeno dagli impianti in cui viene prodotto, alla centrale. Lo sfruttamento dell’idrogeno avviene per combustione diretta in un impianto a ciclo combinato. La combustione avviene in una turbina a gas da 12MW e i fumi di scarico ad alta temperatura vengono invece utilizzati per produrre vapore da inviare ad uno degli scambiatori rigenerativi della vicina centrale Palladio (centrale a carbone composta da varie unità: 2 da 350 MW, 2 da 170 MW e 1 da 190 per una potenza installata complessiva di 1200MW). Questa configurazione permette di poter disporre di ulteriori 3MW senza gli oneri della costruzione di una nuova turbina a vapore.[4]

Il progetto Hydrogen Park

La centrale fa parte di un progetto più ampio che si propone di convertire l’area di Porto Marghera in un polo tecnologico per le energie rinnovabili, per conseguire questo obiettivo l’Unione Industriali di Venezia ha costituito nel 2003 il consorzio “Hydrogen Park”.[5]

Promotori

La centrale è sorta per una iniziativa mista che vede ENEL e unione degli industriali di Venezia tra i promotori, sostenuti dalla Regione Veneto e dal Ministero dell’Ambiente.

Wikipedia

Oggi accadeva

luglio 11, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1979         11          luglio         Lombardia

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Giorgio Ambrosoli

 

Giorgio Ambrosoli, incaricato di liquidare il Banco Ambrosiano, è ucciso a Milano dopo essere stato interrogato dai giudici di New York che indagano sul fallimento della Franklin National Bank di Sindona. Ad ucciderlo William Arico, un killer che affermerà in sede di processo di essere stato assoldato da Sindona.

Giorni di storia

 

La storia

Giorgio Ambrosoli (Milano, 17 ottobre 1933Milano, 11 luglio 1979) è stato un avvocato italiano.

Fu assassinato l’11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività Ambrosoli stava indagando, nell’ambito dell’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana dello stesso Sindona.

Nato da una famiglia borghese di forte impronta cattolica e conservatrice, figlio dell’avvocato Riccardo Ambrosoli (impiegato all’ufficio legale della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde) e Piera Agostoni, dopo aver ricevuto “un’educazione fondata su una robusta fede cattolica”[1], frequentando il Liceo classico “Manzoni” di Milano, Ambrosoli si lega a un gruppo di studenti monarchici e finisce per militare nell’Unione monarchica italiana[2]. Seguendo le orme del padre, nel 1952, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano e, dopo il conseguimento della laurea nel 1958, con una tesi in diritto costituzionale sul Consiglio Superiore della Magistratura e l’esame da procuratore, inizia l’attività professionale nello studio dell’avvocato Cetti Serbelloni.[3]

Nel 1962 sposa, nella chiesa di San Babila a Milano, Anna Lori. Dal matrimonio nasceranno tre figli: Francesca (nel 1968) Filippo (nel 1969) e Umberto (nel 1971). Dopo alcuni anni di attività, nel 1964, inizia a specializzarsi nel settore fallimentare delle liquidazioni coatte amministrative e viene chiamato a collaborare con i commissari liquidatori della Società Finanziaria Italiana.[4]

Il crack della Banca Privata

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Nel settembre 1974 fu nominato dall’allora governatore della Banca d’Italia Guido Carli commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, guidata sull’orlo del crack finanziario dal banchiere siciliano Michele Sindona, al fine di esaminarne la situazione economica prodotta dall’intricato intreccio tra la politica, alta finanza, massoneria e criminalità organizzata siciliana.[5]

I sospetti sulle attività del banchiere siciliano nascono già nel 1971, quando la Banca d’Italia, attraverso il Banco di Roma, inizia a investigare sulle attività di Sindona nel tentativo di evitare il fallimento degli istituti di credito da lui gestiti: la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria. L’allora governatore Guido Carli, chiaramente motivato dalla volontà di non provocare il panico nei correntisti, decide quindi di accordare un prestito a Sindona, anche in virtù della benevolenza dell’amministratore delegato dell’istituto romano Mario Barone. Quest’ultimo fu cooptato come terzo amministratore, modificando appositamente lo statuto della banca stessa, che ne prevedeva solo due: nel caso specifico, Ventriglia e Guidi.

Giorgio Ambrosoli

Tale prestito fu accordato con tutte le modalità e transazioni necessarie e fu incaricato il direttore centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, di occuparsi della vicenda. Le banche di Sindona vennero fuse e prese vita la Banca Privata Italiana di cui Fignon divenne vicepresidente ed amministratore delegato. Contro tutte le aspettative, Fignon andò a Milano a rivestire la carica e comprese immediatamente la gravità della situazione. Stese numerose relazioni, ricostruì le operazioni gravose e il sistema societario messi in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori e ne ordinò l’immediata sospensione. In effetti Sindona, falsificando le scritture contabili e usando la Fasco AG come uno schermo per le sue avventure finanziarie, aveva usato indebitamente la liquidità depositata presso le due Banche milanesi (Banca unione e Banca privata finanziaria) che all’epoca in cui venne nominato Ambrosoli erano state da poco fuse – anche se solo sul piano formale – nella Banca privata italiana, come mostra la Prima relazione del commissario liquidatore redatta da Ambrosoli nel 1975.[6]

Nel settembre del 1974, Fignon consegnò a Giorgio Ambrosoli la relazione sullo stato della Banca. Fignon continuò nel suo operato, tanto da essere citato anche nelle agende dell’avvocato Ambrosoli, che nulla poteva immaginare di ciò che sarebbe seguito. Ciò che emerse dalle investigazioni indusse, nel 1974, a nominare un commissario liquidatore che venne individuato nella figura di Giorgio Ambrosoli.

Le minacce e le pressioni

In questo ruolo, Ambrosoli assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, principiando dalla controllante societàFasco“, l’interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Nel corso dell’analisi svolta dall’avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili, oltre alle rivelazioni dei tradimenti e delle connivenze di ufficiali pubblici con il mondo opaco della finanza di Sindona.

Contemporaneamente a questa opera di controllo Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d’Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell’istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile.

Ambrosoli non cedette, sapendo di correre notevoli rischi. Nel 1975 indirizzò una lettera alla moglie in cui scrisse:[7]

« Anna carissima,è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell’Umi, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [… ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi […] Giorgio »

Nel corso dell’indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti di un’altra banca, la statunitense Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie. L’indagine, dunque, vide coinvolta non solo la magistratura italiana, ma anche l’FBI. Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite. Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere. Nella sua indagine sulla banca di Sindona, Ambrosoli poté contare solo su Ugo La Malfa come referente politico, mentre il maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre gli fece da guardia del corpo.

Nonostante le minacce di morte, infatti, ad Ambrosoli non fu accordata alcuna protezione da parte dello Stato. In Bankitalia, poté contare sul sostegno di Paolo Baffi, il governatore, e di Mario Sarcinelli, capo dell’Ufficio Vigilanza, ma solo fino al marzo del 1979, quando entrambi furono incriminati per favoreggiamento personale e interesse privato in atti d’ufficio nel corso di un’inchiesta sul mancato esercizio della vigilanza sugli istituti di credito legata al caso Roberto CalviBanco Ambrosiano. Entrambi furono però integralmente prosciolti in istruttoria nel 1981.[8] Baffi si dimise il 16 agosto 1979, lasciando l’incarico di Governatore a Carlo Azeglio Ciampi, mentre per Sarcinelli fu eseguito il mandato di arresto in carcere.[9]

In questo periodo Ambrosoli ricevette una serie di telefonate intimidatorie anonime nelle quali il suo interlocutore, indicato da Ambrosoli con il termine convenzionale di “picciotto“, per via del suo accento siciliano, gli intima, via via sempre più in maniera esplicita, di ritrattare la sua testimonianza resa ai giudici statunitensi che indagavano sul crack del Banco Ambrosiano, fino a minacciarlo di morte.[10] Solo nel 1997, nell’ambito del processo al senatore Giulio Andreotti, a Palermo, grazie alle rivelazioni del pentito Giacomo Sino, l’autore delle telefonate anonime fu identificato in Giacomo Vitale, massone e uomo d’onore, nonché cognato del boss mafioso Stefano Bontate[11]. In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979.

L’omicidio

La sera dell’11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, Ambrosoli fu avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto. Questi si scusò e gli esplose contro quattro colpi 357 Magnum. Ad ucciderlo fu il malavitoso statunitense William Joseph Aricò, la pistola l’aveva comprata da Henry Hill (Il pentito, sulla cui vita reale si basa il film di Martin Scorsese del 1990, Quei bravi ragazzi) che era stato dal 1974 al 1977 suo compagno di cella nel penitenziario di Lewisburg insieme a Robert Venetucci.[12] Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di Paolo Baffi (Banca d’Italia).