Archive for the ‘Oggi accadeva:’ Category

Oggi accadeva

novembre 20, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1975        20         novembre            Spagna

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Francisco Franco

Dopo 2 mesi di agonia muore il < generalissimo > Francisco Franco Bahamonde, per quarant’anni dittatore di Spagna.

 

Giorni di Storia n° 10

La storia

Francisco Paulino Hermenegildo Franco y Bahamonde, solitamente abbreviato in Francisco Franco e conosciuto anche come il Generalísimo Franco o il Caudillo de España (Ferrol, 4 dicembre 1892Madrid, 20 novembre 1975), è stato un generale, politico e dittatore spagnolo.

Fu l’instauratore, in Spagna, di un regime dittatoriale noto come falangismo o franchismo, parzialmente ispirato al fascismo. Rimase al potere dalla vittoria nella guerra civile spagnola del 1939 fino alla sua morte nel 1975

La presa del potere

100 Pesetas con l’effige di Francisco Franco

Franco era nazionalista e anticomunista, con una concezione rigida e conservatrice della religione e una visione chiara della storia della Spagna. Secondo la sua interpretazione i secoli passati erano stati dominati dalla lotta perenne tra forze tradizionali, religiose e patriottiche, e gruppi antinazionali legati alla Massoneria. In seguito al successo elettorale del Fronte popolare, il 19 febbraio 1936, Franco venne allontanato dal Paese e inviato nelle isole Canarie. Il 23 giugno dalle Canarie il generale Franco inviò al presidente del consiglio Santiago Casares Quiroga una lettera protestando per il trattamento tenuto nei confronti degli ufficiali dell’esercito considerati di destra che erano stati sostituiti con altri di tendenza repubblicana. La lettera non ottenne risposta da Quiroga che semplicemente la ignorò. Secondo quanto poi detto dallo stesso Franco la lettera aveva come obiettivo di portare ad un accomodamento in modo da scongiurare il “pronunciamento”. Franco, che fino a quel momento aveva tentennato, si schierò decisamente con i futuri insorti.

Quando il 13 luglio José Calvo Sotelo fu assassinato da un commando degli “Asaltos”, Franco si unì quindi a un gruppo di generali, guidati da José Sanjurjo e Emilio Mola, con cui preparò l’Alzamiento del 18 luglio 1936. Franco era alla guida dell’esercito di ribelli che entrò in Spagna sbarcando dal Marocco. Il 24 luglio fu nominato membro della Giunta di difesa nazionale e divenne comandante delle forze nazionaliste del Sud. Il 29 settembre, fu ufficialmente dichiarato Generalísimo de los ejércitos de Tierra, Mar y Aire e capo dello Stato e dal 30 gennaio 1938 fu anche capo del governo (Junta tecnica del Estado).

Franco con Heinrich Himmler

Una sanguinosa guerra civile, nella quale fu sostenuto dalla Germania nazista e dall’Italia fascista, proseguì per tre anni. Una volta vinta la guerra, nell’aprile 1939, il Generalísimo assunse la guida definitiva della Spagna, instaurando un apparato dittatoriale che represse con fermezza ogni opposizione al regime esaltando i valori del cattolicesimo nazionale (Dio, Patria e Giustizia). Franco non si allineò agli altri fascismi nelle leggi antisemite e fece accogliere un gran numero di ebrei in fuga dall’Europa invasa dai tedeschi.

Nel 1940 Franco si incontrò con Hitler a Hendaye e l’anno seguente con Mussolini a Bordighera, ma nonostante le pressioni di tedeschi e italiani, scelse di mantenere la Spagna neutrale e decise solo di inviare volontari contro l’Unione Sovietica (la cosiddetta División Azul). Nel 1942, su richiesta del dittatore tedesco, Franco decise di cambiare il fuso orario della Spagna, adeguandolo a quello della confinante Francia: da allora, gli iberici vanno un’ora avanti del tempo solare in inverno e due d’estate per l’ora legale.

Sincero e devoto cattolico e rigido anticomunista, Pio XII nel 1953 gli concesse l’Ordine supremo del Cristo, massima onorificenza vaticana.

Morte

Dopo aver guidato 12 governi, l’8 giugno 1973 lasciò la carica di primo ministro a Luis Carrero Blanco, che però fu ucciso in un attentato del gruppo terroristico indipendentista dell’ETA il successivo 20 dicembre; al suo posto, Franco nominò Carlos Arias Navarro.

Franco in vecchiaia soffrì della malattia di Parkinson, che lo accompagnò dunque fino alla morte avvenuta il 20 novembre 1975, esattamente 39 anni dopo il decesso di José Antonio Primo de Rivera. Lo storico Ricardo de la Cierva sostenne però di essere stato informato della sua morte già la sera del 19 novembre.

È sepolto nella Valle de los Caídos, non lontano dal Monastero dell’Escorial, di Madrid.

Franco è venerato come santo dalla scismatica Chiesa cattolica palmariana.

Ducato di Franco

Il 26 novembre 1975, all’indomani della sua morte, re Juan Carlos I di Spagna creò il “ducato di Franco“, con granducato di Spagna, insignendone la figlia Carmen Franco, I duchessa di Franco, e i suoi eredi.

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novembre 18, 2017

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Palazzo della Triennale occupato

 

A Torino viene occupata la facoltà di architettura. A Trento la facoltà di sociologia è paralizzata da uno < sciopero attivo > con conferenze e dibattiti che durano tutto il mese.

 

Giorni di Storia n° 15

La storia

La presenza di giovani operai a fianco degli studenti fu la caratteristica anche del Sessantotto italiano, il più intenso e ampio tra tutti quelli dell’Europa occidentale assieme a quello francese. In Italia la contestazione fu il risultato di un malessere sociale profondo, accumulato negli anni sessanta, dovuto al fatto che il cosiddetto boom economico aveva giovato perlopiù alla borghesia e non era stato accompagnato da un adeguato aumento del livello sociale ed economico delle classi meno abbienti.

L’esplosione degli scioperi degli operai in fabbrica si saldò con il movimento degli studenti che contestavano i contenuti arretrati e parziali dell’istruzione e rivendicavano l’estensione del diritto allo studio anche ai giovani di condizione economica disagiata, i prodromi di quello che diverrà il sessantotto inizieranno a palesarsi nel 1966. La contestazione fu attuata con forme di protesta fino ad allora sconosciute: vennero occupate scuole e università e vennero organizzate manifestazioni che in molti casi portarono scontri con la polizia (si veda la manifestazione per la prima della Scala di Milano nella quale alcuni manifestanti chiesero la collaborazione della stessa polizia che, “doveva starsene a proteggere persone simbolo del consumismo”[senza fonte]).

Il 24 gennaio 1966 avvenne a Trento la prima occupazione di una università italiana ad opera degli studenti che occuparono la facoltà di Sociologia. L’occupazione sarà ripetuta lo stesso anno in ottobre, protestando contro il piano di studi e lo statuto, che entrambi erano in fase di elaborazione e proponendone stesure alternative. Questa occupazione si concluse a causa dell’alluvione del 1966 che interessò gran parte dell’Italia settentrionale e centrale. Molti studenti si mossero come volontari per portare aiuto nelle aree più colpite, e questo primo movimento ed incontro spontaneo di giovani, provenienti da tutta Italia, contribuì a far sorgere in molti di essi lo spirito di appartenenza ad una classe studentesca prima sconosciuta.

La scintilla iniziale fu determinata da due situazioni di disagio per gli studenti universitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e della facoltà di Architettura di Torino. Nel primo caso l’università decise di raddoppiare le tasse universitarie mentre a Torino venne deciso il trasferimento alla Mandria, una sede periferica molto disagiata. Il 15 novembre 1967 entrambe le università vennero occupate e subito sgombrate dalla Polizia. I leader iniziali erano Mario Capanna e Pero in Cattolica e Bobbio con Viale a Torino.

Dopo tre giorni 30.000 studenti sfilavano per Milano fino all’arcivescovado e la rivolta si allargò a macchia d’olio. L’atteggiamento repressivo della polizia, sempre presente il “famoso” battaglione Padova della Celere, che intervenne sugli studenti come se fossero dei ragazzini viziati,[senza fonte] finì con il costituire il propellente per la diffusione della protesta.

Nel maggio del ’68 tutte le università, esclusa la Bocconi, erano occupate; nello stesso mese la contestazione si estese, uscendo dall’ambito universitario, un centinaio di artisti, fra cui Giò Pomodoro, Arnaldo Pomodoro, Ernesto Treccani e Gianni Dova occupano per 15 giorni il Palazzo della Triennale, ove era stata appena inaugurata l’esposizione triennale, chiedendo “la gestione democratica diretta delle istituzioni culturali e dei pubblici luoghi di cultura”.

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Oggi accadeva

novembre 17, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1944          17          novembre            E.Romagna

Cippo commemorativo dell’eccidio di Ferrara.

Ferrara – Un evidente segno delle difficoltà incontrate dalla lotta è l’arresto, avvenuto nella prima metà di ottobre,  dell’intero Cln provinciale: vengono subito fucilati Mario Agni, Mario Arnoldo Azzi, Giuseppe Franceschini, Gino Medini, Michele Pistani, Albero Savonuzzi e Antenore Soffritti.

 

Diario della Resistenza pag. 49

 

La storia

 

L’Eccidio di Caffè del Doro fu una strage nazi-fascista, avvenuta il 17 novembre 1944, nella quale sette antifascisti vennero uccisi dalle SS nei pressi del Caffè del Doro, alla periferia della città di Ferrara.

Si verificò ad un anno di distanza da un’altra strage nazi-fascista, ovvero l’Eccidio del Castello Estense (avvenuto il 15 novembre 1943) in cui undici cittadini erano stati uccisi dai fascisti nei pressi del fossato del Castello di Ferrara.

Questo l’elenco delle sette vittime.

Mario Agni, nato il 30 marzo 1919 a Bondeno, milite in servizio presso la Guardia Nazionale Repubblicana ferroviaria.

Mario Arnoldo Azzi, nato il 4 settembre 1919, medico, commissario politico dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) ferraresi, membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Ferrara. Azzi era riuscito a far fuggire un altro partigiano, Giuseppe D’Alema che si trovava a Ferrara per riorganizzare le fila dei partigiani. Il D’Alema era ormai braccato dai fascisti quando Azzi, dandogli la propria bicicletta, gli consentì di sfuggire alla cattura. Azzi per questo venne arrestato.

Giuseppe Franceschini, nato il 23 gennaio 1910 a Ostellato, commerciante.

Gigi Medini, nato il 30 giugno 1915, medico chirurgo presso l’ospedale Sant’Anna (viene ricordato con una lapide all’interno della vecchia struttura dell’ospedale stesso).

Michele Pistani, nato il 29 novembre 1896 a Ferrara, ragioniere presso il Comune di Ferrara.

Alberto Savonuzzi, nato il 25 maggio 1914 a Ferrara, avvocato.

Antenore Soffritti, nato il 19 dicembre 1912 in servizio presso la Guardia Nazionale Repubblicana ferroviaria

I sette antifascisti vennero arrestati tra il 7 e il 26 ottobre del ‘44 su ordine del capo dell’Ufficio politico della Questura di Ferrara, Carlo De Sanctis, noto per la ferocia e cinismo con cui conduceva gli interrogatori. Tutti subirono sevizie e torture. La mattina del 17 novembre alle 5 e 30 vennero prelevati dal carcere da sottufficiali delle SS, fatti salire su un camion messo a disposizione della Questura e guidato da un autista delle SS, D’Agostino. Portati appena fuori dalla città in direzione Pontelagoscuro vennero fatti scendere nei pressi del Caffè del Doro dove una bomba aveva fatto un cratere e vennero tutti uccisi con un colpo di rivoltella alla nuca. Esecutore materiale fu il maresciallo Gustav Pustowka delle SS. Il giorno del massacro sui registri del carcere accanto ai nomi dei sette antifascisti fu apposta la scritta “Deportati in Germania”.

Del gruppo avrebbe dovuto far parte anche Carlo Zaghi, giornalista e storico antifascista, ma il suo nome venne tolto all’ultimo momento dall’elenco per intervento del Prefetto di Ferrara, Altini.

Zaghi venne trasferito alle carceri di Padova e più tardi scriverà sugli eventi di quella giornata nel libro “Terrore a Ferrara durante i 18 mesi della Repubblica di Salò” sottolineando come

« fino allora le esecuzioni di detenuti politici arrestati in Ferrara e provincia dagli organi della polizia repubblichina erano prerogativa esclusiva di dette autorità, che prelevavano, arrestavano, fucilavano in piena autonomia, senza chiedere il permesso a nessuno. (…) Con l’eccidio di Caffè del Doro si cambia tattica. I detenuti vengono affidati dalla Questura al braccio secolare della Germania nazista: cioè le SS, abituate da sempre ad andare per le spicce e a considerare eccessivi gli scrupoli giuridici formali e burocratici delle pubbliche autorità fasciste. »
(Carlo Zaghi, 1992)

Fu solamente nell’agosto del 1945 che venne rintracciato l’autista D’Agostino il quale indicò il luogo dove erano stati sepolti.

Il 29 agosto 1945 si celebrarono i funerali.

Il processo contro i responsabili dell’eccidio iniziò il 2 ottobre dello stesso anno presso la Corte d’Assise Straordinaria di Ferrara. Per il De Sanctis fu gravissimo “l’elenco dei capi di accusa: 23 omicidi, 300 casi di torture, 500 cittadini costretti in schiavitù nei campi di concentramento tedeschi. E cioè: di avere cagionato la morte di Azzi e compagni compilando a tale scopo denuncia alle SS germaniche esageratamente grave nei confronti di tali persone, mettendo a disposizione di dette SS il torpedone della Questura di Ferrara”. “L’istruttoria fu condotta con la più scrupolosa obiettività e la maggior diligenza” dal Pubblico Ministero Antonio Buono che nella sua requisitoria sottolineò che “in tutti gli imputati vi è una uniforme costante complicità ed una smania di superarsi alla presenza delle vittime mano a mano che le torture si aggiungevano alle torture”. Il P.M. rifiutò la perizia psichiatrica al de Sanctis perché “Voi non siete un malato di mente – ma possedete un’astuzia raffinata ed agite coscientemente. Un delitto è sempre un sovvertimento psicologico ma egli (il De Sanctis n.d.r) è l’uomo dall’ira pallida”. Il Pubblico Ministero chiese e ottenne per il De Sanctis e altri quattro, Domenico Apollonio, Luigi D’Ercole, Giulio Valli, e Mario Balugani la condanna a morte il 4 ottobre 1945. Presidente della Corte era il dottor Giovanni Vicchi. La Cassazione il 12 febbraio 1946 annullò la sentenza e la pena fu ridotta in seguito all’amnistia. Il cippo marmoreo che ricorda il massacro è posto nei pressi del Caffè del Doro. Ma il luogo esatto dove avvenne la strage è nel campo adiacente dove adesso c’è una casa colonica.

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novembre 16, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1961        16         novembre      Congo

C-119 della 46° Brigata

 

Si rende noto che tredici aviatori italiani catturati da un gruppo di soldati congolesi ammutinatisi sono stati trucidati a Kindu, nel Congo, dove svolgevano una missione per conto dell’Onu.

 

Giorni di storia

La storia

 

L’eccidio di Kindu (o massacro di Kindu) avvenne l’11 o il 12 novembre 1961 a Kindu, nell’ex Congo belga, dove furono trucidati tredici aviatori italiani, facenti parte del contingente dell’Operazione delle Nazioni Unite in Congo inviato a ristabilire l’ordine nel paese sconvolto dalla guerra civile.I tredici militari italiani formavano gli equipaggi dei due C-119 Lyra 5 e Lyra 33, bimotori da trasporto della 46ª Aerobrigata di stanza a Pisa.

Il Belgio, al momento dell’indipendenza, lasciò il Congo in un completo caos politico e amministrativo. Duraturi odi tribali venivano fomentati da vari attori internazionali, che miravano a controllare le vaste risorse agrarie e minerarie del paese, favorendo la secessione del Katanga, la più ricca provincia del paese, centro d’importanti attività minerarie. Le fazioni in lotta erano tre: quella del presidente Joseph Kasa-Vubu, con le truppe comandate dal generale Mobutu che controllavano le regioni occidentali; quella lumumbista di Antoine Gizenga, con le truppe del generale Lundula che controllavano le province orientali, e quella katanghese di Moise Ciombe, con i gendarmi guidati da mercenari bianchi, soprattutto belgi.

La guerra era improvvisamente scoppiata il mese precedente a seguito dell’uccisione di Patrice Lumumba, l’ex Primo Ministro nazionalista che aveva tentato di liberare il paese dalle ingerenze esterne. Mandante dell’omicidio era Moise Ciombe, leader della provincia secessionista del Katanga, appoggiato dal presidente della repubblica Joseph Kasavubu e dal capo delle forze armate Mobutu Sese Seko, il quale avrebbe in seguito retto le sorti del paese per circa quarant’anni.

L’eccidio

Un Fairchild C-119 della 46ª Aerobrigata

I due equipaggi italiani operavano da un anno e mezzo nel Congo, e il 23 novembre 1961 sarebbero dovuti rientrare in Italia. La mattina di sabato 11 novembre 1961 i due aerei decollarono dalla capitale Leopoldville per portare rifornimento alla piccola guarnigione malese dell’ONU, che controllava l’aeroporto poco lontano da Kindu, ai margini della foresta equatoriale. La zona era sconvolta da mesi dal passaggio delle truppe di Gizenga provenienti da Stanleyville e dirette nel Katanga, reparti improvvisati i cui componenti erano spesso ubriachi, indisciplinati e dediti alle ruberie ai danni della popolazione locale; il 25 settembre precedente era morto Raffaele Soru, un volontario della Corpo militare della Croce Rossa Italiana, rimasto ferito a morte proprio a Kindu nel corso di scontri tra ribelli e soldati.

Gli aerei italiani si dovevano fermare a Kindu solo per il tempo di scaricare e, per gli equipaggi, di mangiare qualcosa. I due C-119 comparirono nel cielo della cittadina poco dopo le 14:00, e dopo aver fatto alcuni giri sopra l’abitato atterrarono all’aeroporto controllato dai malesi. Da vari giorni in città vi era un’agitazione maggiore del solito: fra i duemila soldati congolesi di Kindu si era sparsa la voce che fosse imminente un lancio di paracadutisti mercenari al soldo del regime di Ciombe, e da tempo le truppe di Gizenga che operavano nel nord del Katanga, 500 chilometri più a sud di Kindu, erano sottoposte a bombardamenti dagli aerei katanghesi.

La vista dei due aerei italiani, scambiati per velivoli katanghesi carichi di paracadutisti, scatenò la reazione incontrollata dei soldati di stanza a Kindu: diverse centinaia di congolesi si recarono in camion all’aeroporto dove in quel momento i tredici uomini degli equipaggi italiani, comandati dal maggiore Parmeggiani, si trovavano alla mensa dell’ONU, una villetta distante un chilometro dalla pista, insieme a una decina di ufficiali del presidio malese. Intorno alle 16:15 i congolesi fecero irruzione nell’edificio, dove italiani e malesi, quasi tutti disarmati, si erano barricati: circa 80 soldati congolesi sopraffecero rapidamente gli occupanti della palazzina e li malmenarono duramente, accanendosi in particolare contro gli italiani scambiati per mercenari belgi al soldo dei katanghesi; il tenente medico Francesco Paolo Remotti tentò di fuggire lanciandosi da una finestra aperta, ma fu rapidamente raggiunto dai congolesi e subito ucciso.

Intorno alle 16:30 arrivarono altri 300 miliziani congolesi guidati dal comandante del presidio di Kindu, un certo colonnello Pakassa: il comandante malese, maggiore Maud, tentò inutilmente di convincerlo che gli aviatori erano italiani dell’ONU e alle 16:50 i dodici italiani, costretti a trasportare con loro il corpo di Remotti, furono caricati a forza sui camion e portati in città, per poi essere rinchiusi nella piccola prigione locale. Mentre il maggiore Maud e il suo vice discutevano se fosse meglio trattare il rilascio pacifico degli italiani o tentare un’azione di forza per liberarli, quella notte giunsero all’aeroporto di Kindu da Leopoldville il generale Lundula e alcuni funzionari dell’ONUC: il gruppo cercò di contattare il comando del presidio per avviare un canale di trattative, ma il tentativo fallì e il generale ebbe l’impressione che gli ufficiali congolesi avessero ormai perso del tutto il controllo sui loro uomini.

Quella notte, soldati congolesi fecero irruzione nella cella dove erano detenuti i dodici aviatori italiani e li uccisero tutti a colpi di mitra; abbandonati i corpi sul posto, questi furono spostati poche ore dopo dal custode del carcere che, temendone lo scempio, li trasportò con un camion nella foresta fuori città e li seppellì in una fossa comune. I miliziani congolesi accusarono gli italiani di fornire le armi ai secessionisti, e diffusero la notizia secondo la quale questi fossero in volo verso il Katanga e fossero stati ingannati e convinti ad atterrare a Kindu dai responsabili della torre di controllo; l’inviato speciale Alberto Ronchey per La Stampa pochi giorni dopo constatò lo stato di non funzionamento della torre di controllo a partire da vari mesi precedenti l’uccisione.

Per giorni non si seppe nulla della sorte degli aviatori, e lo stesso comando delle truppe ONU temporeggiò per evitare di scatenare una rappresaglia contro gli italiani, senza sapere che questi erano già stati uccisi. Solo alcune settimane dopo l’eccidio il custode del carcere si mise in contatto con i fratelli Arcidiacono, due italiani residenti da tempo a Kindu: questi riuscirono a ricostruire le circostanze dell’eccidio e a contattare le autorità ONU per predisporre il recupero delle salme. Nel febbraio del 1962 quindi un convoglio della Croce Rossa austriaca, scortato da un contingente di caschi blu etiopi e accompagnato da due ufficiali della 46ª Aerobrigata (il tenente colonnello Picone e il maggiore Poggi), rinvenne la fossa comune dove erano stati seppelliti gli italiani nel cimitero di Tokolote, un piccolo villaggio sulle rive del Lualaba ai margini della foresta: i corpi, protetti da una grossa crosta di argilla, erano ancora in buono stato di conservazione e furono facilmente identificati. Trasportati all’aeroporto di Kindu, furono imbarcati su un C-119 italiano e inviati a Leopoldville, da dove rientrarono in Italia a bordo di un C-130 statunitense.

Le circostanze esatte dell’uccisione rimasero a lungo confuse, con varie voci che sostennero che l’eccidio fosse avvenuto con la partecipazione o comunque davanti alla popolazione civile locale, o che i corpi degli italiani fossero stati mutilati in vario modo; la ricostruzione dei fatti in seguito al ritrovamento delle salme smentì gran parte di questi dettagli.

Le vittime

Lapide in memoria dei Caduti di Kindu a Sant’Agnello (NA).

I tredici aviatori trucidati a Kindu furono:

Equipaggio del C-119 India 6002 (nominativo radio Lyra 5)

  • Maggiore pilota Amedeo Parmeggiani, 43 anni, di Bologna, comandante della missione
  • Sottotenente pilota Onorio De Luca, 25 anni, di Treppo Grande (UD)
  • Tenente medico Francesco Paolo Remotti, 29 anni, di Roma
  • Maresciallo motorista Nazzareno Quadrumani, 42 anni, di Montefalco (PG)
  • Sergente maggiore montatore Silvestro Possenti, 40 anni, di Fabriano (AN)
  • Sergente elettromeccanico di bordo Martano Marcacci, 27 anni, di Collesalvetti (LI)
  • Sergente marconista Francesco Paga, 31 anni, di Pietrelcina (BN)

Equipaggio del C-119 India 6049 (nominativo radio Lyra 33)

Nel 1994 fu riconosciuta alla loro memoria la medaglia d’oro al valore militare; solo nel 2007 i parenti delle vittime ottennero una legge sul risarcimento. Un monumento ai caduti di Kindu si trova all’ingresso dell’aeroporto internazionale Leonardo da Vinci, a Fiumicino; un altro è stato eretto a Pisa e uno a Lido di Camaiore. A Milano, alla memoria delle vittime di Kindu è dedicato il giardino di piazza Francesco Guardi, in zona Città Studi. Strade sono state intitolate alla memoria dei caduti in numerose città italiane, tra cui Casale di Scodosia, Potenza, Benevento, Cerignola, Fabriano, Ostuni, Campobello di Licata, Calvizzano, Ferrandina, San Giuliano Terme, Pisa , Treppo Grande e Fiumicino.

Sulle porte del sacrario di Pisa è riportata la seguente epigrafe:

“Fraternità ha nome questo Tempio che gli italiani hanno edificato alla memoria dei tredici aviatori caduti in una missione di pace, nell’eccidio di Kindu, Congo 1961. Qui per sempre tornati dinnanzi al chiaro cielo d’Italia, con eterna voce, al mondo intero ammoniscono. Fraternità.”

Dopo l’eccidio i piloti e gli assistenti di volo uomini dell’Alitalia richiesero che la loro divisa fosse dotata della cravatta nera in luogo della precedente blu, in segno di lutto per i 13 aviatori uccisi. Tuttavia nel giugno del 2015 la dirigenza Alitalia, in un quadro di rinnovamento d’immagine dell’azienda, ha deciso di sostituire la cravatta degli assistenti di volo con una più vivace fantasia regimental, mentre i piloti continuano a indossare la classica cravatta nera d’ordinanza.

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Oggi accadeva

novembre 15, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1936         15         novembre          Lazio

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Giuseppe Bottai

 

La legge 1º luglio 1940, n. 899 – nota come riforma Bottai – era una legge del Regno d’Italia (1861-1946) promulgata durante il ventennio fascista dal ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai e approvata dal Gran Consiglio del Fascismo.

In questi anni il ministro Giuseppe Bottai ( fu ministro fino al 6 febbraio del 1943 ) fece leva sulla politica scolastica per attuare il disegno totalitario di < creare l’uomo fascista al mille per mille > e per dar corso al nuovo umanesimo fascista. La Carta della scuola, varata il 15 gennaio 1939, introdusse la scuola media unica come risultato della fusione dei corsi ginnasiale, magistrale e tecnico; si tentò inoltre di conferire un carattere marcatamente specialistico e professionale agli studi.

 

Giorni di Storia n° 36

La storia

Sintesi

La riforma coinvolgeva l’intero sistema scolastico del Regno d’Italia e aveva come obiettivo quello di facilitare l’accesso alle scuole superiori anche da parte dei ceti meno abbienti, nel contesto di quello che venne definito “umanesimo fascista”.

In particolare, la riforma dava maggiore importanza alla scienza e alle attività manuali, ponendole sullo stesso piano delle discipline umanistiche, preponderanti nell’istruzione superiore dell’epoca; in realtà, la riforma mirava anche a ridurre la mobilità sociale verticale, ma al contempo riduceva il rischio di fenomeni come l’inflazione dei titoli di studio e l’ipercredenzialismo.

Contenuti

La scuola materna ed elementare

La riforma stabiliva l’obbligo di frequentare la scuola materna e suddivideva la scuola elementare (detta “del primo ordine”) in due cicli: la scuola elementare triennale, a sua volta divisa in urbana e rurale, con diversi orari e programmi didattici, e la scuola del lavoro biennale.

La scuola media e superiore

La scuola media (detta “del secondo ordine”) veniva divisa in tre corsi: la scuola artigianale era concepita per il ceto rurale e per i piccoli insediamenti e si divideva in vari indirizzi (commerciale, industriale, nautica, agricola, artistica), la scuola professionale, di maggiore rilievo rispetto alla prima, era rivolta a chi volesse proseguire gli studi in una scuola tecnica, mentre la scuola media unica preparava gli alunni al liceo e all’università.

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Oggi accadeva

novembre 14, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1934          14           novembre           Inghilterra

 

Nello stadio londinese di Highbury si tiene una memoriale partita tra l’Italia neocampione del mondo e i maestri inglesi che li sfidano. Finisce 3 a 2 per i britannici.

 

Da Tele-sette n° 45 del 11/11/14

 

La storia

Battaglia di Highbury è l’appellativo con cui è passato alla storia l’incontro amichevole di calcio disputatosi il 14 novembre 1934 tra Inghilterra e Italia.

A quel tempo Inghilterra-Italia rappresentava il confronto tra le due scuole calcistiche migliori del mondo: i maestri inglesi contro i freschi campioni del mondo azzurri. La Nazionale italiana aveva appena vinto il campionato del mondo 1934, disputatosi in Italia, che proprio gli inglesi avevano disertato.

Gli Azzurri erano alla loro prima uscita dopo il Mondiale e schieravano in campo nove undicesimi degli uomini che erano scesi in campo sei mesi prima nell’ultimo atto del torneo casalingo, a Roma contro la Cecoslovacchia. Il portiere Ceresoli (che saltò il mondiale per un infortunio subito alla vigilia della manifestazione) e Serantoni sostituirono rispettivamente Combi e Schiavio, che nel frattempo avevano abbandonato il calcio giocato.

La sfida ebbe luogo allo stadio Highbury di Londra. Gli inglesi scelsero astutamente di organizzare la partita a novembre, in un freddo clima e con una fitta bruma che ricopriva un campo reso viscido dall’umidità a cui loro erano abituati.[senza fonte] L’inizio dell’incontro fu difficile per gli Azzurri: dopo un minuto venne concesso un rigore agli inglesi, sventato dall’intervento del portiere Carlo Ceresoli.

Due minuti dopo l’Italia rimase virtualmente in dieci per l’infortunio di Luis Monti (all’epoca non erano ancora previste sostituzioni) in un duro scontro con Ted Drake, che gli provocò la frattura del piede sinistro. Nonostante ciò l’italo-argentino rimase in campo, anche se praticamente immobile. All’8′ Brook portò in vantaggio gli inglesi con un colpo di testa, e due minuti dopo firmò la sua doppietta segnando direttamente su calcio di punizione dai venti metri. Al 12′ minuto di gioco ci fu gloria anche per l’attaccante dell’Arsenal, Drake, che portò il punteggio sul 3-0 per gli inglesi. L’allenatore italiano Vittorio Pozzo spostò Monti: prima lo sistemò mediano destro, poi sull’ala e alla fine lo mandò negli spogliatoi. Durante l’intervallo, Ferraris spronò i compagni a tirare fuori l’orgoglio e, come era solito fare già nel suo club, anche in nazionale recitò il suo grido di battaglia: «Dalla lotta chi desiste fa una fine molto triste, chi desiste dalla lotta e ‘n gran fijo de ‘na mignotta!!».

Giuseppe Meazza siglò i due gol degli azzurri

Nella ripresa i 10 azzurri non demordettero, sostenuti da Ferraris, spostato al centro, che svolse il compito suo e quello di Monti; da Serantoni, che indietreggiò sull’esterno per marcare l’ala avversaria e trascinati dalla classe cristallina di Meazza, che nel giro di quattro minuti prima segnò su passaggio di Orsi e poi deviò di testa in rete una punizione di Ferraris. I campioni del mondo si batterono per il resto della partita, riuscendo così a contenere il passivo. All’ultimo minuto Meazza colpì una traversa a portiere battuto, sfiorando il pareggio. Fu una grande prestazione di orgoglio e agonismo che permise alla squadra italiana di uscire da Highbury tra gli applausi del pubblico, sia italiano che inglese.

Gli azzurri che parteciparono a quella sfida vennero ricordati il 14 novembre 1973, quando l’Italia sconfisse per la prima volta gli inglesi a Wembley grazie a un gol di Fabio Capello; quella vittoria fu dedicata proprio ai Leoni di Highbury.

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Oggi accadeva

novembre 13, 2017

 

 

A cura di Ennio Boccanera

2015          13         novembre           Francia

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Parigi

 

Parigi è oggetto di una serie di attacchi terroristici poi rivendicati dall’Isis. Avvengono esplosioni e sparatorie per strada, in locali e discoteche. I morti saranno 137.

 

Da Tele-sette n° 46 del 15/11/16

 

La storia

Gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 sono stati una serie di attacchi terroristici di matrice islamica sferrati da un commando armato collegato all’autoproclamato Stato Islamico, comunemente noto come ISIS, che li ha successivamente rivendicati; gli attacchi armati si sono concentrati nel I, X e XI arrondissement di Parigi e allo Stade de France, a Saint-Denis, nella regione dell’Île-de-France.

Gli attentati, avvenuti il giorno dopo la presunta morte del boia Jihadi John ad opera di un drone americano (notizia poi confermata dallo stesso Stato Islamico il 19 gennaio 2016), sono stati compiuti da almeno dieci persone fra uomini e donne, responsabili di tre esplosioni nei pressi dello stadio e di sei sparatorie in diversi luoghi pubblici della capitale francese, fra le quali la più sanguinosa è avvenuta presso il teatro Bataclan, dove sono rimaste uccise 90 persone. Si è trattato della più cruenta aggressione in territorio francese dalla seconda guerra mondiale e del secondo più grave atto terroristico nei confini dell’Unione europea dopo gli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid.

Mentre gli attacchi erano ancora in corso, in un discorso televisivo il presidente francese François Hollande ha dichiarato lo stato di emergenza in tutta la Francia e annunciato la chiusura temporanea delle frontiere.

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Oggi accadeva

novembre 12, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

2014        12        novembre            Europa

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La sonda spaziale Rosetta

 

Il lander Philae della sonda Rosetta, inviata dall’Agenzia Spaziale Europea il 02/03/2005, atterra con successo sul nucleo della cometa 67P/Churymov-Gerasimenko.

 

Da Tele-sette n° 45 del 10/11/2015

La storia

Rosetta è stata una missione spaziale sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea e lanciata nel 2004 e finita nel 2016. L’obiettivo della missione fu, dopo un cambio dovuto alla posticipazione del lancio, lo studio della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. La missione era formata da due elementi: la sonda vera e propria Rosetta e il lander Philae, atterrato il 12 novembre 2014 sulla superficie della cometa 67P/Churyumov Gerasimenko. La missione si è conclusa il 30 settembre 2016, con lo schianto programmato dell’orbiter sulla cometa e disattivazione del segnale.

Genesi e storia della missione

Nel maggio 1985 il Solar System Working Group dell’ESA propose che una delle missioni più importanti per il programma Horizon 2000 dovesse essere una missione di prelievo di campioni cometari[1] con ritorno sulla Terra. A fine 1985 fu costituito un gruppo di lavoro misto ESA/NASA per definirne gli obiettivi scientifici.

Nel 1986 l’arrivo della cometa di Halley fu seguito da diverse sonde provenienti da più nazioni, fornendo dati preziosi per la preparazione della nuova missione.

La NASA si concentrò sullo sviluppo del Comet Rendezvous Asteroid Flyby detta anche missione CRAF, mentre l’ESA studiò una missione che prevedesse l’inseguimento del nucleo di una cometa e il trasporto di alcuni frammenti a terra. Entrambe le missioni erano basate sulla precedente missione Mariner Mark II in modo da ridurre i costi di sviluppo. Nel 1992 la NASA decise di eliminare il progetto CRAF per via di limitazioni impostale dal congresso degli Stati Uniti d’America. Nel 1993 si rese palese che una missione con il trasporto di campioni sulla terra sarebbe stata troppo costosa per il bilancio ESA e quindi si decise di riprogettare la missione rendendola simile alla defunta missione CRAF statunitense. La missione fu riprogettata prevedendo un’analisi in loco con l’utilizzo di un lander.

La missione sarebbe dovuta partire il 12 gennaio 2003 per raggiungere la cometa 46P/Wirtanen nel 2011. Tuttavia i progetti furono modificati quando l’Ariane 5, il vettore scelto per lanciare Rosetta, fallì un lancio l’11 dicembre 2002. I nuovi progetti previdero il lancio il 26 febbraio 2004 e il raggiungimento nel 2014 della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. Dopo due lanci cancellati la missione Rosetta finalmente partì il 2 marzo 2004 alle 7:17 UTC. Sebbene fosse cambiata la data del lancio lo scopo della missione restò il medesimo. La sonda Rosetta doveva entrare in un’orbita molto lenta intorno alla cometa e progressivamente rallentare la sua orbita fino ad arrestarla in modo da prepararsi alla discesa del lander. Durante questa fase, la superficie della cometa è stata mappata da VIRTIS, l’occhio principale della sonda, per individuare il luogo migliore per l’atterraggio del lander. Il lander (inizialmente chiamato temporaneamente RoLand (Rosetta Lander), mentre un altro concept era chiamato Champollion, in seguito è stato definitivamente battezzato Philae) è atterrato sulla cometa con una velocità di 1 m/s (3,6 km/h). Appena raggiunta la superficie, un sistema di arpioni avrebbe dovuto ancorarlo alla superficie in modo da impedirgli di rimbalzare nello spazio. A causa di un problema tecnico, per assicurare il lander alla cometa, sono state utilizzate invece alcune trivelle.

Dopo essersi attaccato alla cometa il lander avviò alcune analisi scientifiche:

  • caratterizzazione del nucleo;
  • determinazione delle componenti chimiche presenti;
  • studio delle attività della cometa e dei suoi tempi di sviluppo.

Tabella di marcia della missione

Modello al computer della sonda Rosetta (NASA)

Questa è la tabella di marcia della missione, come pianificata prima del lancio:

  • Primo sorvolo della Terra (marzo 2005)
  • Sorvolo di Marte (febbraio 2007)
  • Secondo sorvolo della Terra (novembre 2007)
  • Sorvolo dell’asteroide 2867 Šteins (5 settembre 2008)
  • Terzo sorvolo della Terra (novembre 2009)
  • Sorvolo dell’asteroide 21 Lutetia (10 luglio 2010)
  • Ibernazione nello spazio profondo (luglio 2011 – gennaio 2014)
  • Avvicinamento alla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko (gennaio-maggio 2014)
  • Mappatura della cometa / caratterizzazione (agosto 2014)
  • Atterraggio sulla cometa (12 novembre 2014)
  • Inseguimento della cometa intorno al Sole (novembre 2014 – dicembre 2015)
  • schianto sulla cometa (30 settembre 2016)

Obiettivo principale della missione

L’obiettivo principale della missione è la cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko; inizialmente avrebbe dovuto prelevare dei campioni e riportarli a terra (il nome iniziale della missione era Comet Nucleus Sample Return), ma in seguito, come spesso accade nelle missioni spaziali per problemi di costi, tempi e tecnologia, lo scopo finale della missione è stato modificato: orbitare intorno alla cometa da agosto 2014 a dicembre 2015, rilasciando a novembre 2014 una sonda secondaria destinata ad atterrare sulla cometa per analizzarne la composizione.

Il perché dei nomi

La sonda fu battezzata con il nome latino di Rosetta, per ricordare la stele di Rosetta, manufatto dell’antichità che riportava uno stesso testo in tre lingue diverse, tra cui il geroglifico, che permise a Champollion di tradurre l’antica lingua egizia, fino ad allora rimasta incomprensibile. Analogamente, la sonda Rosetta fa da anello di congiunzione tra i meteoriti, che gli scienziati possono studiare sulla Terra, e il sistema solare, che gli scienziati non possono visitare personalmente, ma che le comete attraversano continuamente.

Il lander è stato battezzato Philae, dal nome latino di un’isoletta sul Nilo, File, dove Giovanni Battista Belzoni ritrovò, nel 1817, un obelisco con iscrizioni in greco e geroglifico. L’obelisco fu utile, con la stele di Rosetta, per la decifrazione dei geroglifici.

Il luogo di atterraggio è stato battezzato Agilkia[4], altra isola del Nilo dove venne spostato il tempio di Iside, perennemente sommerso nell’isola di Philae (o File), a seguito della costruzione della diga di Assuan.

Le immagini

La sonda Rosetta ha inviato centinaia di immagini della cometa. Il 4 novembre 2014 l’ESA ha annunciato che tutte le immagini sono disponibili al pubblico con licenza Creative Commons, permettendone così l’utilizzo libero e senza pagamento di royalties e diritti su siti e blog. Si tratta di un cambiamento notevole rispetto alle missioni precedenti, quando ESA rilasciava le immagini delle proprie missioni al pubblico in minima quantità e in genere dopo molti mesi dal completamento delle missioni stesse.

Il modello 3d della cometa

Il 2014 è stato “l’anno della stampa 3D“, ossia l’anno in cui la stampa 3d è diventata alla portata di tutti, grazie allo scadere di vari brevetto che fino ad allora avevano reso costosissime le stampanti 3d.

Il 3 ottobre 2014 l’ESA ha rilasciato pubblicamente il modello 3d della cometaricostruito da Rosetta tramite le varie immagini scattate a distanza ravvicinata dalle telecamere OSIRIS e NVCAM..

La concomitanza dei due eventi ha reso possibile a chiunque nel mondo di stamparsi in proprio, o stampare tramite appositi servizi online, modelli in scala della cometa.

L’atterraggio

 

Il lander Philae è stato sganciato dalla sonda Rosetta a una velocità ben precisa grazie a un particolare meccanismo di sgancio. Ha raggiunto la cometa in circa 7 ore percorrendo una traiettoria in caduta libera, guidato dalla flebile e irregolare gravità della cometa, che ruota su se stessa con un periodo di 12,7 ore. Una volta sganciato dalla sonda madre, Philae si è immesso su di un’orbita tale da impattare la cometa a una velocità compresa tra 1,1 e 1,5 m/s (4–5 km/h). Il lander è atterrato sulla cometa senza l’uso di retrorazzi: un carrello di atterraggio ammortizzato ed equipaggiato con arpioni meccanismi di ancoraggio a vite ha garantito l’adesione alla superficie nonostante la bassissima gravità della cometa (10−3 m/s², un decimillesimo dell’accelerazione di gravità sulla Terra).

Durante l’operazione di aggancio, un piccolo motore a gas compresso posizionato sulla testa della sonda, dotato di capacità di spinta di 1 m/s DeltaV, avrebbe dovuto spingere la sonda verso il corpo celeste, mantenendola in posizione e impedendo eventuali rimbalzi, ma un malfunzionamento del motore ne ha reso impossibile l’utilizzo; l’attracco alla cometa doveva essere garantito da due arpioni che, purtroppo, non sono stati scagliati. Infatti, progettati per essere scagliati a velocità prossime a 400 km/h, devono essere azionati in contemporanea al motore ad idrazina per compensare il rinculo. Al momento, quindi, è precariamente agganciato grazie alle tre “trivelle da ghiaccio” posizionate sui piedini. Philae al momento si trova in una posizione dalla quale è impossibile prelevare dati dalla cometa, trovandosi in posizione orizzontale e avendo un trapano di soli 12 cm che non raggiunge la parete che è posizionata frontalmente alla sonda. A causa di ciò si dovrà attendere fino ad agosto 2016, data in cui i raggi solari raggiungeranno i pannelli solari della sonda che si riattiverà e ruotando su se stessa andrà a contatto con una parete del crepaccio della cometa 67P/Churymov-Gerasimenko, riuscendo così a prelevare dei nuovi dati sulla cometa.

Il particolare carrello di atterraggio e la bassa gravità fanno sì che il lander possa atterrare con un angolo di inclinazione fino a 30°. Un volano permette di mantenere l’assetto della sonda durante il percorso da Rosetta alla cometa.

Inizialmente la sonda era stata progettata per atterrare sulla cometa 46P/Wirtanen, che ha una gravità molto più bassa, per cui la velocità di atterraggio sarebbe stata quasi la metà, e l’energia cinetica della sonda sarebbe stata quasi 10 volte più bassa. Il fallimento di un razzo vettore Ariane nel 2002 causò ritardi nella missione e la perdita della finestra di lancio per 46P/Wirtanen, così fu cambiata la destinazione in 67P/Churyumov–Gerasimenko, e i progettisti dovettero adattare il carrello di atterraggio alla maggiore gravità della nuova cometa, ad esempio riducendo a +/-5° l’orientabilità della sonda una volta atterrata.

 

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Oggi accadeva

novembre 11, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

2010       11          novembre             Stati Uniti

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Dino De Laurentis

 

Los Angeles, muore a 91 anni Dino Laurentis, il grande produttore a cui dobbiamo titoli come < Riso amaro> e <La strada>, ma anche block buster americani come <Guerra e pace> e<King Kong>.

Da L’Unità del 11/2010

La storia

Dino De Laurentiis, all’anagrafe Agostino De Laurentiis (Torre Annunziata, 8 agosto 1919Beverly Hills, 10 novembre 2010), è stato un produttore cinematografico italiano, fratello di Luigi De Laurentiis e zio di Aurelio De Laurentiis.

Il giovane Dino, come era soprannominato sin da piccolo, crebbe per le strade di Torre Annunziata vendendo gli spaghetti prodotti dal piccolo pastificio del padre.

Il suo ingresso nel mondo del cinema avviene, insieme con la decisione di intraprendere la carriera di attore, quando si reca a Roma al Centro Sperimentale di Cinematografia, appena inaugurato, nel biennio 19371938. Fra i suoi esordi come attore vi è quello nel film Troppo tardi t’ho conosciuta del regista Emanuele Caracciolo. Basta poco però, al giovane Dino, per trovare la sua vera strada: “dopo essersi guardato allo specchio” – secondo le sue parole[senza fonte] – decide di spostarsi dietro la macchina da presa, intraprendendo la fortunata carriera di produttore.

Inizia subito, dunque, a produrre film. Il primo risale al 1940, L’ultimo combattimento di Piero Ballerini, al quale seguiranno circa 150 film durante tutto il corso della sua lunga e prestigiosa carriera.[senza fonte]

Il primo vero successo arriva con L’amore canta del 1941, una commedia degli equivoci, remake di un film svedese. Successivamente, nel 1942, è produttore esecutivo sul “set” di Malombra, dove supera i dubbi del produttore Gualino dovuti alla sua ancor giovane età e si impone quale efficace professionista

Dal 1946 (con il film Il bandito di Alberto Lattuada) Dino per quasi vent’anni, fino al proprio trasferimento negli Stati Uniti, è affiancato dal fratello maggiore Luigi De Laurentiis.

Dinocittà

Costruisce dei nuovi teatri di posa, sempre nei dintorni di Roma, sulla via Pontina al km 23,270, chiamati “Dinocittà”, dove sono stati anche girati numerosi film con star hollywoodiane, come Guerra e pace (1956) di King Vidor con Henry Fonda e Audrey Hepburn, Barabba (1961) di Richard Fleischer con Anthony Quinn, La Bibbia (1966) di John Huston con George C. Scott, Ava Gardner, John Huston stesso e Peter O’Toole, Lo sbarco di Anzio (1968) di Duilio Coletti con Robert Mitchum e Waterloo (1970) di Sergej Bondarcuk con Rod Steiger e Orson Welles.

1972: Legge Corona e trasferimento negli Stati Uniti

Nel 1972 la legge italiana sul cinema cambia: i sussidi vengono riservati solo ai film con il 100% di produzione italiana (fino ad allora bastava il 50%), e De Laurentiis decide di trasferirsi negli Stati Uniti, dove fonderà la De Laurentiis Entertainment Group.

In America continua a produrre grandi successi: Serpico (1973) di Sidney Lumet, I tre giorni del condor (Three Days of the Condor) (1975) di Sidney Pollack, Il giustiziere della notte (Death Wish) (1974) di Michael Winner, Conan il barbaro (Conan the Barbarian) (1982) di John Milius, L’anno del dragone (Year of the Dragon) (1985) di Michael Cimino, e anche alcuni remake come il King Kong (1976) di John Guillermin o Il Bounty (The Bounty) (1984) di Roger Donaldson con Mel Gibson, ma anche alcuni flop al botteghino, come Dune (1984) di David Lynch o Tai-Pan (1986) di Daryl Duke.

Ultimi anni

De Laurentiis con la figlia Raffaella

Nel 1990 realizza Ore disperate (Desperate Hours) (1992), ancora di Michael Cimino (un’operazione rischiosa, dato che il regista statunitense era considerato il responsabile del fallimento della United Artists, e conseguentemente bandito da Hollywood), e Body of Evidence – Il corpo del reato (1992) di Uli Edel, con Madonna, mentre, tra i titoli più recenti si ricordano il thriller Breakdown – La trappola (1997) e U-571 (2000) di Jonathan Mostow.

La filosofia che ha portato al successo De Laurentiis può essere ben compresa grazie alla sua dichiarazione alla Mostra del Cinema di Venezia 2003, dove ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera: “Il problema dei registi italiani è che vogliono fare i film con un occhio alla critica. Noi però siamo show-man e dobbiamo fare film solo per il pubblico. Ora voglio dimostrare al cinema italiano che ci sono grandi storie da raccontare. Ho voglia di tornare in Italia a lavorare per fare dei film che riescano ad uscire dall’Italia”.

Nel corso della serata di premiazione degli Oscar del 2001 ha ricevuto l’Irving G. Thalberg Memorial Award. Infine è stato anche membro della giuria dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences per il Premio Oscar.

Nel 2008 partecipa al documentario Il falso bugiardo di Claudio Costa, dedicato allo sceneggiatore Luciano Vincenzoni, suo amico, che lavorò con lui, frequentandolo sia in Italia che a Hollywood per almeno 30 anni. Con Vincenzoni, anche se il rapporto ebbe momenti di stallo dovuti ad incomprensioni reciproche, De Laurentiis realizzò il capolavoro La grande guerra, e molti altri film tra cui I due nemici, Il gobbo, Roma bene, seguiti poi da L’orca assassina e Codice Magnum.

Lucio Trentini è stato il suo organizzatore per tutta la sua carriera professionale, con l’assistente Gianfranco De Rosa oggi Produttore Esecutivo.

Muore per cause naturali il 10 novembre 2010 a Los Angeles.

Successivamente al suo funerale tenutosi a Beverly Hills, al quale hanno preso parte nomi noti dello star system hollywoodiano, le spoglie sono state tumulate nella tomba di famiglia presso il cimitero di Torre Annunziata, accanto a quelle del fratello Luigi.

Ha avuto sei figli: Veronica, Raffaella, Federico e Francesca avuti da Silvana Mangano con la quale si era sposato nel 1949; Carolyna e Dina, avute dalla sua seconda moglie Martha Schumacher con la quale si era sposato nel 1990.

Anche suo fratello Luigi è stato un produttore e il nipote Aurelio è un produttore cinematografico.

Nel 2012 gli è stato attribuito il Premio America alla memoria della Fondazione Italia USA.

 

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Oggi accadeva

novembre 10, 2017

 

A cura di Ennio Boccanera

1975         10         novembre          Italia

Risultati immagini per confini italia-Jugoslavia

 

I governi di Italia e Jugoslavia firmano nelle Marche il trattato di Osimo che sancisce le frontiere tra i due Stati, chiudendo così un contenzioso cominciato nel 1947.

 

Da Tele-sette n° 45 del 08/11/2011

 

La storia

Il trattato di Osimo, firmato il 10 novembre 1975, sancì lo stato di fatto di separazione territoriale venutosi a creare nel Territorio Libero di Trieste a seguito del Memorandum di Londra (1954), rendendo definitive le frontiere fra l’Italia e l’allora Jugoslavia.

Esso concluse la fase storica iniziata nel 1947 con il trattato di pace, allorquando si decise la cessione alla Jugoslavia di gran parte della Venezia Giulia (Fiume e le isole del Quarnaro, la quasi totalità dell’Istria e gli altopiani carsici a est e nord-est di Gorizia) e la creazione del Territorio Libero di Trieste comprendente l’attuale provincia di Trieste e i territori costieri istriani da Ancarano a Cittanova (oggi rispettivamente in Slovenia e Croazia). La mancata attivazione delle procedure per la costituzione degli organi costituzionali del TLT impedì di fatto a quest’ultimo di nascere. La successiva cessione del potere di amministrazione civile del TLT rispettivamente all’Italia (zona A) e Jugoslavia (zona B) creò le condizioni per gli sviluppi successivi che portarono al trattato di Osimo.

Nel trattato le questioni riguardanti la salvaguardia dell’identità della popolazione di lingua italiana in territorio jugoslavo (in gran parte diminuita dopo l’esodo della maggioranza degli italiani) vennero demandate alla stesura di ulteriori protocolli d’intesa. Lo stesso vale anche per la popolazione di lingua e cultura slovena che vive in territorio italiano.

Per il suo contenuto questo trattato venne avversato da parte delle popolazioni coinvolte, soprattutto dagli esuli italiani che hanno sempre sostenuto di essere stati abbandonati dall’Italia.

Furono attuate alcune lievi rettifiche del confine. In particolare sul Monte Sabotino ritornò all’Italia la cresta di cima fra la vetta e i ruderi della chiesa di San Valentino: l’Italia in cambio costruì una strada internazionale per collegare il Collio sloveno a Nova Gorica sulle pendici di quel monte. Furono inoltre stabilite l’evacuazione di alcune sacche di occupazione jugoslave in territorio italiano nella zona del Monte Colovrat e la sistemazione dell’assurdo status del Cimitero di Merna, diviso dal confine dal 1947 e con il filo spinato ed una rete metallica che passava tra le tombe, passato interamente sotto sovranità jugoslava in cambio di un equivalente porzione di territorio ceduto all’Italia nelle sue immediate vicinanze.

Fu ratificato dall’Italia il 14 marzo 1977 (Legge n. 73/77) ed entrò in vigore l’11 ottobre 1977.

Dopo il distacco dalla federazione jugoslava di Slovenia e Croazia, nei cui confini sono compresi i territori inerenti al trattato di Osimo, alcuni esuli e qualche politico italiano misero in discussione la validità del trattato stesso, ma l’Italia rapidamente riconobbe Slovenia e Croazia come legittimi successori degli impegni internazionali della Jugoslavia, comprendendo pure il trattato di Osimo per le rispettive parti di competenza.

Fu il primo trattato internazionale i cui negoziati per l’Italia non vennero curati dal Ministero degli affari esteri. Le trattative furono condotte deliberatamente in maniera riservata. L’incarico venne infatti affidato dal governo ad un dirigente del Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato, Eugenio Carbone.

Firmatari

 

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