Presentazione

novembre 17, 2017 by

di Giuseppe Gioachino Belli

di Sandro Onofri

 

Per il ridotto di anni in cui è nata e si è consumata, la vicenda letteraria del Belli romanesco risulta senza dubbio straordinaria. Come un’impetuosa e improvvisa deflagrazione nel mare cheto di una biografia quanto mai grigia. E’ sorprendente infatti come il poeta romano, che per quarant’anni aveva stiracchiato una vita monotona, a stento tirata avanti decorosamente grazie a un matrimonio che certo non fu per amore, sbadigliando negli ambienti della cultura papalina e nelle serate dell’Accademia Tiberina, prima di consumarsi nella febbre reazionaria e feroce degli ultimi anni abbia conosciuto una parentesi di esaltazione poetica così intensa, tutta vissuta in privato e coltivando teorie e sogni liberali se non, a tratti, addirittura giacobini. […]

 

E.B.

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Un pensiero al giorno

novembre 17, 2017 by

 

” Eravamo pronti

   per qualsiasi cosa

   una qualsiasi cosa. “

 

Andrea Di Consoli

Oggi accadeva

novembre 17, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

1944          17          novembre            E.Romagna

Cippo commemorativo dell’eccidio di Ferrara.

Ferrara – Un evidente segno delle difficoltà incontrate dalla lotta è l’arresto, avvenuto nella prima metà di ottobre,  dell’intero Cln provinciale: vengono subito fucilati Mario Agni, Mario Arnoldo Azzi, Giuseppe Franceschini, Gino Medini, Michele Pistani, Albero Savonuzzi e Antenore Soffritti.

 

Diario della Resistenza pag. 49

 

La storia

 

L’Eccidio di Caffè del Doro fu una strage nazi-fascista, avvenuta il 17 novembre 1944, nella quale sette antifascisti vennero uccisi dalle SS nei pressi del Caffè del Doro, alla periferia della città di Ferrara.

Si verificò ad un anno di distanza da un’altra strage nazi-fascista, ovvero l’Eccidio del Castello Estense (avvenuto il 15 novembre 1943) in cui undici cittadini erano stati uccisi dai fascisti nei pressi del fossato del Castello di Ferrara.

Questo l’elenco delle sette vittime.

Mario Agni, nato il 30 marzo 1919 a Bondeno, milite in servizio presso la Guardia Nazionale Repubblicana ferroviaria.

Mario Arnoldo Azzi, nato il 4 settembre 1919, medico, commissario politico dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) ferraresi, membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Ferrara. Azzi era riuscito a far fuggire un altro partigiano, Giuseppe D’Alema che si trovava a Ferrara per riorganizzare le fila dei partigiani. Il D’Alema era ormai braccato dai fascisti quando Azzi, dandogli la propria bicicletta, gli consentì di sfuggire alla cattura. Azzi per questo venne arrestato.

Giuseppe Franceschini, nato il 23 gennaio 1910 a Ostellato, commerciante.

Gigi Medini, nato il 30 giugno 1915, medico chirurgo presso l’ospedale Sant’Anna (viene ricordato con una lapide all’interno della vecchia struttura dell’ospedale stesso).

Michele Pistani, nato il 29 novembre 1896 a Ferrara, ragioniere presso il Comune di Ferrara.

Alberto Savonuzzi, nato il 25 maggio 1914 a Ferrara, avvocato.

Antenore Soffritti, nato il 19 dicembre 1912 in servizio presso la Guardia Nazionale Repubblicana ferroviaria

I sette antifascisti vennero arrestati tra il 7 e il 26 ottobre del ‘44 su ordine del capo dell’Ufficio politico della Questura di Ferrara, Carlo De Sanctis, noto per la ferocia e cinismo con cui conduceva gli interrogatori. Tutti subirono sevizie e torture. La mattina del 17 novembre alle 5 e 30 vennero prelevati dal carcere da sottufficiali delle SS, fatti salire su un camion messo a disposizione della Questura e guidato da un autista delle SS, D’Agostino. Portati appena fuori dalla città in direzione Pontelagoscuro vennero fatti scendere nei pressi del Caffè del Doro dove una bomba aveva fatto un cratere e vennero tutti uccisi con un colpo di rivoltella alla nuca. Esecutore materiale fu il maresciallo Gustav Pustowka delle SS. Il giorno del massacro sui registri del carcere accanto ai nomi dei sette antifascisti fu apposta la scritta “Deportati in Germania”.

Del gruppo avrebbe dovuto far parte anche Carlo Zaghi, giornalista e storico antifascista, ma il suo nome venne tolto all’ultimo momento dall’elenco per intervento del Prefetto di Ferrara, Altini.

Zaghi venne trasferito alle carceri di Padova e più tardi scriverà sugli eventi di quella giornata nel libro “Terrore a Ferrara durante i 18 mesi della Repubblica di Salò” sottolineando come

« fino allora le esecuzioni di detenuti politici arrestati in Ferrara e provincia dagli organi della polizia repubblichina erano prerogativa esclusiva di dette autorità, che prelevavano, arrestavano, fucilavano in piena autonomia, senza chiedere il permesso a nessuno. (…) Con l’eccidio di Caffè del Doro si cambia tattica. I detenuti vengono affidati dalla Questura al braccio secolare della Germania nazista: cioè le SS, abituate da sempre ad andare per le spicce e a considerare eccessivi gli scrupoli giuridici formali e burocratici delle pubbliche autorità fasciste. »
(Carlo Zaghi, 1992)

Fu solamente nell’agosto del 1945 che venne rintracciato l’autista D’Agostino il quale indicò il luogo dove erano stati sepolti.

Il 29 agosto 1945 si celebrarono i funerali.

Il processo contro i responsabili dell’eccidio iniziò il 2 ottobre dello stesso anno presso la Corte d’Assise Straordinaria di Ferrara. Per il De Sanctis fu gravissimo “l’elenco dei capi di accusa: 23 omicidi, 300 casi di torture, 500 cittadini costretti in schiavitù nei campi di concentramento tedeschi. E cioè: di avere cagionato la morte di Azzi e compagni compilando a tale scopo denuncia alle SS germaniche esageratamente grave nei confronti di tali persone, mettendo a disposizione di dette SS il torpedone della Questura di Ferrara”. “L’istruttoria fu condotta con la più scrupolosa obiettività e la maggior diligenza” dal Pubblico Ministero Antonio Buono che nella sua requisitoria sottolineò che “in tutti gli imputati vi è una uniforme costante complicità ed una smania di superarsi alla presenza delle vittime mano a mano che le torture si aggiungevano alle torture”. Il P.M. rifiutò la perizia psichiatrica al de Sanctis perché “Voi non siete un malato di mente – ma possedete un’astuzia raffinata ed agite coscientemente. Un delitto è sempre un sovvertimento psicologico ma egli (il De Sanctis n.d.r) è l’uomo dall’ira pallida”. Il Pubblico Ministero chiese e ottenne per il De Sanctis e altri quattro, Domenico Apollonio, Luigi D’Ercole, Giulio Valli, e Mario Balugani la condanna a morte il 4 ottobre 1945. Presidente della Corte era il dottor Giovanni Vicchi. La Cassazione il 12 febbraio 1946 annullò la sentenza e la pena fu ridotta in seguito all’amnistia. Il cippo marmoreo che ricorda il massacro è posto nei pressi del Caffè del Doro. Ma il luogo esatto dove avvenne la strage è nel campo adiacente dove adesso c’è una casa colonica.

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Un pensiero al giorno

novembre 16, 2017 by

 

” Quello che sei

   parla tanto forte

   che non riesco

   a sentire cosa dici.”

 

(R. W. Emerson)

Oggi accedeva

novembre 16, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

1961        16         novembre      Congo

C-119 della 46° Brigata

 

Si rende noto che tredici aviatori italiani catturati da un gruppo di soldati congolesi ammutinatisi sono stati trucidati a Kindu, nel Congo, dove svolgevano una missione per conto dell’Onu.

 

Giorni di storia

La storia

 

L’eccidio di Kindu (o massacro di Kindu) avvenne l’11 o il 12 novembre 1961 a Kindu, nell’ex Congo belga, dove furono trucidati tredici aviatori italiani, facenti parte del contingente dell’Operazione delle Nazioni Unite in Congo inviato a ristabilire l’ordine nel paese sconvolto dalla guerra civile.I tredici militari italiani formavano gli equipaggi dei due C-119 Lyra 5 e Lyra 33, bimotori da trasporto della 46ª Aerobrigata di stanza a Pisa.

Il Belgio, al momento dell’indipendenza, lasciò il Congo in un completo caos politico e amministrativo. Duraturi odi tribali venivano fomentati da vari attori internazionali, che miravano a controllare le vaste risorse agrarie e minerarie del paese, favorendo la secessione del Katanga, la più ricca provincia del paese, centro d’importanti attività minerarie. Le fazioni in lotta erano tre: quella del presidente Joseph Kasa-Vubu, con le truppe comandate dal generale Mobutu che controllavano le regioni occidentali; quella lumumbista di Antoine Gizenga, con le truppe del generale Lundula che controllavano le province orientali, e quella katanghese di Moise Ciombe, con i gendarmi guidati da mercenari bianchi, soprattutto belgi.

La guerra era improvvisamente scoppiata il mese precedente a seguito dell’uccisione di Patrice Lumumba, l’ex Primo Ministro nazionalista che aveva tentato di liberare il paese dalle ingerenze esterne. Mandante dell’omicidio era Moise Ciombe, leader della provincia secessionista del Katanga, appoggiato dal presidente della repubblica Joseph Kasavubu e dal capo delle forze armate Mobutu Sese Seko, il quale avrebbe in seguito retto le sorti del paese per circa quarant’anni.

L’eccidio

Un Fairchild C-119 della 46ª Aerobrigata

I due equipaggi italiani operavano da un anno e mezzo nel Congo, e il 23 novembre 1961 sarebbero dovuti rientrare in Italia. La mattina di sabato 11 novembre 1961 i due aerei decollarono dalla capitale Leopoldville per portare rifornimento alla piccola guarnigione malese dell’ONU, che controllava l’aeroporto poco lontano da Kindu, ai margini della foresta equatoriale. La zona era sconvolta da mesi dal passaggio delle truppe di Gizenga provenienti da Stanleyville e dirette nel Katanga, reparti improvvisati i cui componenti erano spesso ubriachi, indisciplinati e dediti alle ruberie ai danni della popolazione locale; il 25 settembre precedente era morto Raffaele Soru, un volontario della Corpo militare della Croce Rossa Italiana, rimasto ferito a morte proprio a Kindu nel corso di scontri tra ribelli e soldati.

Gli aerei italiani si dovevano fermare a Kindu solo per il tempo di scaricare e, per gli equipaggi, di mangiare qualcosa. I due C-119 comparirono nel cielo della cittadina poco dopo le 14:00, e dopo aver fatto alcuni giri sopra l’abitato atterrarono all’aeroporto controllato dai malesi. Da vari giorni in città vi era un’agitazione maggiore del solito: fra i duemila soldati congolesi di Kindu si era sparsa la voce che fosse imminente un lancio di paracadutisti mercenari al soldo del regime di Ciombe, e da tempo le truppe di Gizenga che operavano nel nord del Katanga, 500 chilometri più a sud di Kindu, erano sottoposte a bombardamenti dagli aerei katanghesi.

La vista dei due aerei italiani, scambiati per velivoli katanghesi carichi di paracadutisti, scatenò la reazione incontrollata dei soldati di stanza a Kindu: diverse centinaia di congolesi si recarono in camion all’aeroporto dove in quel momento i tredici uomini degli equipaggi italiani, comandati dal maggiore Parmeggiani, si trovavano alla mensa dell’ONU, una villetta distante un chilometro dalla pista, insieme a una decina di ufficiali del presidio malese. Intorno alle 16:15 i congolesi fecero irruzione nell’edificio, dove italiani e malesi, quasi tutti disarmati, si erano barricati: circa 80 soldati congolesi sopraffecero rapidamente gli occupanti della palazzina e li malmenarono duramente, accanendosi in particolare contro gli italiani scambiati per mercenari belgi al soldo dei katanghesi; il tenente medico Francesco Paolo Remotti tentò di fuggire lanciandosi da una finestra aperta, ma fu rapidamente raggiunto dai congolesi e subito ucciso.

Intorno alle 16:30 arrivarono altri 300 miliziani congolesi guidati dal comandante del presidio di Kindu, un certo colonnello Pakassa: il comandante malese, maggiore Maud, tentò inutilmente di convincerlo che gli aviatori erano italiani dell’ONU e alle 16:50 i dodici italiani, costretti a trasportare con loro il corpo di Remotti, furono caricati a forza sui camion e portati in città, per poi essere rinchiusi nella piccola prigione locale. Mentre il maggiore Maud e il suo vice discutevano se fosse meglio trattare il rilascio pacifico degli italiani o tentare un’azione di forza per liberarli, quella notte giunsero all’aeroporto di Kindu da Leopoldville il generale Lundula e alcuni funzionari dell’ONUC: il gruppo cercò di contattare il comando del presidio per avviare un canale di trattative, ma il tentativo fallì e il generale ebbe l’impressione che gli ufficiali congolesi avessero ormai perso del tutto il controllo sui loro uomini.

Quella notte, soldati congolesi fecero irruzione nella cella dove erano detenuti i dodici aviatori italiani e li uccisero tutti a colpi di mitra; abbandonati i corpi sul posto, questi furono spostati poche ore dopo dal custode del carcere che, temendone lo scempio, li trasportò con un camion nella foresta fuori città e li seppellì in una fossa comune. I miliziani congolesi accusarono gli italiani di fornire le armi ai secessionisti, e diffusero la notizia secondo la quale questi fossero in volo verso il Katanga e fossero stati ingannati e convinti ad atterrare a Kindu dai responsabili della torre di controllo; l’inviato speciale Alberto Ronchey per La Stampa pochi giorni dopo constatò lo stato di non funzionamento della torre di controllo a partire da vari mesi precedenti l’uccisione.

Per giorni non si seppe nulla della sorte degli aviatori, e lo stesso comando delle truppe ONU temporeggiò per evitare di scatenare una rappresaglia contro gli italiani, senza sapere che questi erano già stati uccisi. Solo alcune settimane dopo l’eccidio il custode del carcere si mise in contatto con i fratelli Arcidiacono, due italiani residenti da tempo a Kindu: questi riuscirono a ricostruire le circostanze dell’eccidio e a contattare le autorità ONU per predisporre il recupero delle salme. Nel febbraio del 1962 quindi un convoglio della Croce Rossa austriaca, scortato da un contingente di caschi blu etiopi e accompagnato da due ufficiali della 46ª Aerobrigata (il tenente colonnello Picone e il maggiore Poggi), rinvenne la fossa comune dove erano stati seppelliti gli italiani nel cimitero di Tokolote, un piccolo villaggio sulle rive del Lualaba ai margini della foresta: i corpi, protetti da una grossa crosta di argilla, erano ancora in buono stato di conservazione e furono facilmente identificati. Trasportati all’aeroporto di Kindu, furono imbarcati su un C-119 italiano e inviati a Leopoldville, da dove rientrarono in Italia a bordo di un C-130 statunitense.

Le circostanze esatte dell’uccisione rimasero a lungo confuse, con varie voci che sostennero che l’eccidio fosse avvenuto con la partecipazione o comunque davanti alla popolazione civile locale, o che i corpi degli italiani fossero stati mutilati in vario modo; la ricostruzione dei fatti in seguito al ritrovamento delle salme smentì gran parte di questi dettagli.

Le vittime

Lapide in memoria dei Caduti di Kindu a Sant’Agnello (NA).

I tredici aviatori trucidati a Kindu furono:

Equipaggio del C-119 India 6002 (nominativo radio Lyra 5)

  • Maggiore pilota Amedeo Parmeggiani, 43 anni, di Bologna, comandante della missione
  • Sottotenente pilota Onorio De Luca, 25 anni, di Treppo Grande (UD)
  • Tenente medico Francesco Paolo Remotti, 29 anni, di Roma
  • Maresciallo motorista Nazzareno Quadrumani, 42 anni, di Montefalco (PG)
  • Sergente maggiore montatore Silvestro Possenti, 40 anni, di Fabriano (AN)
  • Sergente elettromeccanico di bordo Martano Marcacci, 27 anni, di Collesalvetti (LI)
  • Sergente marconista Francesco Paga, 31 anni, di Pietrelcina (BN)

Equipaggio del C-119 India 6049 (nominativo radio Lyra 33)

Nel 1994 fu riconosciuta alla loro memoria la medaglia d’oro al valore militare; solo nel 2007 i parenti delle vittime ottennero una legge sul risarcimento. Un monumento ai caduti di Kindu si trova all’ingresso dell’aeroporto internazionale Leonardo da Vinci, a Fiumicino; un altro è stato eretto a Pisa e uno a Lido di Camaiore. A Milano, alla memoria delle vittime di Kindu è dedicato il giardino di piazza Francesco Guardi, in zona Città Studi. Strade sono state intitolate alla memoria dei caduti in numerose città italiane, tra cui Casale di Scodosia, Potenza, Benevento, Cerignola, Fabriano, Ostuni, Campobello di Licata, Calvizzano, Ferrandina, San Giuliano Terme, Pisa , Treppo Grande e Fiumicino.

Sulle porte del sacrario di Pisa è riportata la seguente epigrafe:

“Fraternità ha nome questo Tempio che gli italiani hanno edificato alla memoria dei tredici aviatori caduti in una missione di pace, nell’eccidio di Kindu, Congo 1961. Qui per sempre tornati dinnanzi al chiaro cielo d’Italia, con eterna voce, al mondo intero ammoniscono. Fraternità.”

Dopo l’eccidio i piloti e gli assistenti di volo uomini dell’Alitalia richiesero che la loro divisa fosse dotata della cravatta nera in luogo della precedente blu, in segno di lutto per i 13 aviatori uccisi. Tuttavia nel giugno del 2015 la dirigenza Alitalia, in un quadro di rinnovamento d’immagine dell’azienda, ha deciso di sostituire la cravatta degli assistenti di volo con una più vivace fantasia regimental, mentre i piloti continuano a indossare la classica cravatta nera d’ordinanza.

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Il Punto

novembre 15, 2017 by

Risultati immagini per teatro brancaccio roma

 

Ai più forse  è sfuggita una notizia che ha un peso irrilevante nella bolgia della precampagna elettorale italiana dove si stanno decidendo le pole,ma è assai esemplificativa del carattere della sinistra -sinistra e spiega bene la teoria della scissione dell’atomo.
Il movimento del Brancaccio,detto così perchè si era formato in quel teatro di Roma,si è sciolto;il movimento ideato da Anna Falcone e Tomaso Montanari non c’è più.
E perchè si è sciolto?perchè ha litigato con Rifondazione,che,contrapponendosi ad Mdp,aveva scatenato una guerra impossibile da sopportare per senso di responsabilità e coerenza(così afferma la Falcone)per il movimento del Brancaccio.
A sinistra,lo sappiamo bene,manca il mastice del potere che invece funziona alla grande a destra,e questo è un aspetto, possiamo definirlo, positivo,ma poi l’abitudine a guardare il proprio ombellico,a considerarsi i portatori dell’unica verita’,il posizionare le proprie idee al centro dell’universo,ci consegna sempre al populismo di destra.
La cecità,l’incapacità a vivere la politica del governare,la testarda bramosia della tesimonianza senza prevedere l’avanzata dei fascisti così detti del terzo millennio,l’apertura del sepolcro da cui l’ex Cavaliere rispunta a miracol mostrare,le scemenze xenofobe della Lega,il nulla programmato dai 5Stelle,tutto questo pesa come una maledizione sull’unità della sinistra.
Il direttivo del Pd che si è svolto lunedì passato ha segnato una apertura totale ad una trattativa a tutto campo con il movimento di Bersani e con gli altri fuoriusciti dal Pd;il passo indietro di Renzi(purchè vinca il Pd sono disposto a rinunciare a candidarmi come capo del governo)sembra chiaro,chi sta vicino al segretario sostiene che la sua aspirazione all’unità è sincera,la stessa investitura di Fassino come tessitore dell’accordo sembra garantirne la serietà,a patto che non si chieda al segretario,eletto alle primarie con due milioni di voti,di abbandonare anche quella carica;ciò non solo è impossibile,ma suonerebbe come uno sgarbo a quei militanti che lo hanno votato,uno schiaffo a qualsiasi regola democratica interna;dopo questo tutto diventerebbe possibile,l’anarchia sostituirebbe la democrazia.
Dopo di che tutto si può mettere indiscussione:il job-act,il reiserimento della tassa sulla prima casa,i flussi e l’accoglienza dei migranti,almeno per arrivare alla desistenza di bertinottiana memoria (nei collegi non ci si presenta con due candidati,ma se ti presenti tu non mi presento io).
E’l’ultima campana,dopo di che il  peggio per il paese è servito.
Umberto C

Un pensiero al giorno

novembre 15, 2017 by

 

Anche noi eravamo pronti

Eppure non abbiamo mai stampato un volantino

Contro il capitalismo.

 

Andrea Di Consoli

Oggi accadeva

novembre 15, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

1936         15         novembre          Lazio

Risultati immagini

Giuseppe Bottai

 

La legge 1º luglio 1940, n. 899 – nota come riforma Bottai – era una legge del Regno d’Italia (1861-1946) promulgata durante il ventennio fascista dal ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai e approvata dal Gran Consiglio del Fascismo.

In questi anni il ministro Giuseppe Bottai ( fu ministro fino al 6 febbraio del 1943 ) fece leva sulla politica scolastica per attuare il disegno totalitario di < creare l’uomo fascista al mille per mille > e per dar corso al nuovo umanesimo fascista. La Carta della scuola, varata il 15 gennaio 1939, introdusse la scuola media unica come risultato della fusione dei corsi ginnasiale, magistrale e tecnico; si tentò inoltre di conferire un carattere marcatamente specialistico e professionale agli studi.

 

Giorni di Storia n° 36

La storia

Sintesi

La riforma coinvolgeva l’intero sistema scolastico del Regno d’Italia e aveva come obiettivo quello di facilitare l’accesso alle scuole superiori anche da parte dei ceti meno abbienti, nel contesto di quello che venne definito “umanesimo fascista”.

In particolare, la riforma dava maggiore importanza alla scienza e alle attività manuali, ponendole sullo stesso piano delle discipline umanistiche, preponderanti nell’istruzione superiore dell’epoca; in realtà, la riforma mirava anche a ridurre la mobilità sociale verticale, ma al contempo riduceva il rischio di fenomeni come l’inflazione dei titoli di studio e l’ipercredenzialismo.

Contenuti

La scuola materna ed elementare

La riforma stabiliva l’obbligo di frequentare la scuola materna e suddivideva la scuola elementare (detta “del primo ordine”) in due cicli: la scuola elementare triennale, a sua volta divisa in urbana e rurale, con diversi orari e programmi didattici, e la scuola del lavoro biennale.

La scuola media e superiore

La scuola media (detta “del secondo ordine”) veniva divisa in tre corsi: la scuola artigianale era concepita per il ceto rurale e per i piccoli insediamenti e si divideva in vari indirizzi (commerciale, industriale, nautica, agricola, artistica), la scuola professionale, di maggiore rilievo rispetto alla prima, era rivolta a chi volesse proseguire gli studi in una scuola tecnica, mentre la scuola media unica preparava gli alunni al liceo e all’università.

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Il Punto

novembre 14, 2017 by

Giocatori africani in Italia

 

Non c’è niente da fare,in Italia o siamo scenziati,artisti o grandi uomini politici o siamo bischeri,e siccome le mamme dei bischeri sono sempre in cinta,i bischeri sono infinitamente di più.
La nostra nazionale di calcio è stata eliminata dalla Svezia e quindi,dopo 60 anni,non parteciperà ai mondiali di Russia;è una tagedia sportiva notevole,perchè coinvolge l’aspetto d’immagine ,è grave infatti  che una nazionale che ha vinto quattro titoli mondiali sia esclusa da una competizione come questa,ma anche quello economico,infatti è calcolato che tra minori incassi televisivi,le royalties mancate per la vendita di magliette,addirittura sbilanci di borsa,la Figc perderà più di 150 milioni.
Ma perchè è stata eliminata,l’Italia?e qui entrano in campo i bischeri di ogni latitudine italiota:non perchè il movimento è orchestrato dai presidenti delle squadre di calcio che tengono conto solo del loro interesse immediato,infatti si  eleggono un presidente di Federazione,come il Tavecchio,che ,sono sicuri,obbedirà ai loro voleri,non curano i vivai perchè comprare dei giocatori stranieri già fatti costa meno,salvo poi scoprire età false per la mancanza di documentazione da quei paesi africani da cui provengono;non perchè,a differenza della Germania,dove i presidenti versarono parte dei proventi delle televisioni per organizzare centri federali in cui far crescere giovani calciatori;non per l’arretratezza con la quale noi approcciamo l’integrazione razziale,impedendo a calciatori di altra etnia,ma divenuti cittadini italiani,di apportare linfa nuova,come ha fatto sempre la Germania con la Turchia,o la Francia con l’Africa subsahariana;non per aver scelto un direttore tecnico,Lippi,il quale dopo essersi scelto come allenatore Ventura,è stato allontanato perchè il figlio è procuratore di giocatori e dunque poteva esserci conflitto di interessi,unico caso italiano di risoluzione del conflitto.
Non per tutto questo e altro ancora,ma per i bischeri la colpa è del centrosinistra!
Poichè,sostengono costoro,il calcio è lo specchio del paese;e essendo il nostro paese grigio,senza fantasia,senza olgettine o decrescita felice ecco che il calcio sforna Candreva che si incupisce e non ne azzecca una,ecco che Ventura,oltre ai tre stopper centrali,con una squadra mediocre come la Svezia,decide di tenere De Rossi mediano basso a fare il quarto stopper,mentre a centro campo,due anime sperdute,come Verratti (ma perchè alcuni sostengono che vale 100 milioni)e Parolo restano in balia al meno di quattro avversari.
Oppure in una partita dove l’avversario farà un catenaccio spietato,il Nostro pseudo allenatore lascia a casa due ali veloci,scattanti come Verdi e Chiesa,che soli avrebbero saltato l’uomo e crossato dal fondo.
Il centro sinistra per costoro è il responsabile delle nostre  sciagure calcistiche,solo Renzi è il colpevole;ma non fu Prodi l’artefice del nostro ultimo campionato del Mondo vinto nel 2006.
Quella volta nessuno menzionò il centrosinistra,i bischeri festeggiarono e non furono costretti a scegliere un capro ispiatorio.
Umberto C

Oggi accadeva

novembre 14, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

1934          14           novembre           Inghilterra

 

Nello stadio londinese di Highbury si tiene una memoriale partita tra l’Italia neocampione del mondo e i maestri inglesi che li sfidano. Finisce 3 a 2 per i britannici.

 

Da Tele-sette n° 45 del 11/11/14

 

La storia

Battaglia di Highbury è l’appellativo con cui è passato alla storia l’incontro amichevole di calcio disputatosi il 14 novembre 1934 tra Inghilterra e Italia.

A quel tempo Inghilterra-Italia rappresentava il confronto tra le due scuole calcistiche migliori del mondo: i maestri inglesi contro i freschi campioni del mondo azzurri. La Nazionale italiana aveva appena vinto il campionato del mondo 1934, disputatosi in Italia, che proprio gli inglesi avevano disertato.

Gli Azzurri erano alla loro prima uscita dopo il Mondiale e schieravano in campo nove undicesimi degli uomini che erano scesi in campo sei mesi prima nell’ultimo atto del torneo casalingo, a Roma contro la Cecoslovacchia. Il portiere Ceresoli (che saltò il mondiale per un infortunio subito alla vigilia della manifestazione) e Serantoni sostituirono rispettivamente Combi e Schiavio, che nel frattempo avevano abbandonato il calcio giocato.

La sfida ebbe luogo allo stadio Highbury di Londra. Gli inglesi scelsero astutamente di organizzare la partita a novembre, in un freddo clima e con una fitta bruma che ricopriva un campo reso viscido dall’umidità a cui loro erano abituati.[senza fonte] L’inizio dell’incontro fu difficile per gli Azzurri: dopo un minuto venne concesso un rigore agli inglesi, sventato dall’intervento del portiere Carlo Ceresoli.

Due minuti dopo l’Italia rimase virtualmente in dieci per l’infortunio di Luis Monti (all’epoca non erano ancora previste sostituzioni) in un duro scontro con Ted Drake, che gli provocò la frattura del piede sinistro. Nonostante ciò l’italo-argentino rimase in campo, anche se praticamente immobile. All’8′ Brook portò in vantaggio gli inglesi con un colpo di testa, e due minuti dopo firmò la sua doppietta segnando direttamente su calcio di punizione dai venti metri. Al 12′ minuto di gioco ci fu gloria anche per l’attaccante dell’Arsenal, Drake, che portò il punteggio sul 3-0 per gli inglesi. L’allenatore italiano Vittorio Pozzo spostò Monti: prima lo sistemò mediano destro, poi sull’ala e alla fine lo mandò negli spogliatoi. Durante l’intervallo, Ferraris spronò i compagni a tirare fuori l’orgoglio e, come era solito fare già nel suo club, anche in nazionale recitò il suo grido di battaglia: «Dalla lotta chi desiste fa una fine molto triste, chi desiste dalla lotta e ‘n gran fijo de ‘na mignotta!!».

Giuseppe Meazza siglò i due gol degli azzurri

Nella ripresa i 10 azzurri non demordettero, sostenuti da Ferraris, spostato al centro, che svolse il compito suo e quello di Monti; da Serantoni, che indietreggiò sull’esterno per marcare l’ala avversaria e trascinati dalla classe cristallina di Meazza, che nel giro di quattro minuti prima segnò su passaggio di Orsi e poi deviò di testa in rete una punizione di Ferraris. I campioni del mondo si batterono per il resto della partita, riuscendo così a contenere il passivo. All’ultimo minuto Meazza colpì una traversa a portiere battuto, sfiorando il pareggio. Fu una grande prestazione di orgoglio e agonismo che permise alla squadra italiana di uscire da Highbury tra gli applausi del pubblico, sia italiano che inglese.

Gli azzurri che parteciparono a quella sfida vennero ricordati il 14 novembre 1973, quando l’Italia sconfisse per la prima volta gli inglesi a Wembley grazie a un gol di Fabio Capello; quella vittoria fu dedicata proprio ai Leoni di Highbury.

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