Oggi accadeva

luglio 15, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

1917         15           luglio         Veneto

Fanteria - 141° e 142° reggimento, brigata Catanzaro

Fanteria – 141° e 142° reggimento, brigata Catanzaro

1 marzo 1915

 

Sul fronte italiano la brigata < Catanzaro > si ribella ai metodi repressivi usati dagli alti comandi per il mantenimento della disciplina. Nel mese di marzo era stato tenuto nascosto l’ammutinamento della brigata < Ravenna >. Fino a settembre  si verificano oltre cento episodi di < disfattismo >, diserzione, ammutinamento.

Giorni di Storia n° 14

La storia

La rivolta della brigata Catanzaro, avvenuta il 15 luglio 1917 a Santa Maria La Longa, fu il più grave episodio di ammutinamento all’interno del Regio Esercito durante la prima guerra mondiale e l’unico in cui sia avvenuta una vera e propria rivolta organizzata.

Antefatti

La brigata ”Catanzaro”, composta da due reggimenti, il 141° ed il 142°, era un’unità che si era distinta nei combattimenti dal suo dispiegamento nel luglio del 1915. Durante la terza battaglia dell’Isonzo, sul monte San Michele, tra il 17 ed il 26 ottobre 1915 perse quasi la metà degli effettivi.[2] impiegata duramente sul Carso, durante la Strafexpedition il 141º Reggimento, subì gravi perdite, ad esempio il 3 giugno 1916, perse, in un solo giorno, il 38% degli effettivi, con 333 morti.

La decimazione della Catanzaro

Il 26 maggio 1916 mentre due battaglioni del 141º reggimento tenevano la prima linea sul Monte Mosciagh sull’altopiano d’Asiago, gli altri due stavano nelle immediate retrovie, ai piedi del monte, pronte al rinforzo della linea, in caso di attacco.[4] Verso le sette di sera, in concomitanza con una forte grandinata, gli austriaci attaccarono la linea italiana, presi di sorpresa, i soldati si ritirarono verso le seconde linee, alcuni sbandarono nei boschi circostanti. La maggior parte fu radunata subito e spedita al contrattacco, ma alcuni tornarono al reggimento solo la mattina seguente. Tra gli 86 rientrati in ritardo furono fucilati, due giorni dopo, il 28 maggio, i quattro più alti in grado (un sottotenente e tre sergenti) e otto soldati estratti a sorte, su ordine del comandante del reggimento, il colonnello Attilio Thermes, gli altri furono sottoposti a corte marziale. I fucilati furono gettati in una foiba sulle pendici del monte Sprunk, dove il reggimento si era ritirato sotto la pressione dell’offensiva austriaca La corte ne assolse 7 poiché appurò che non avevano partecipato allo sbandamento, questi soldati erano tra quelli scampati al sorteggio.[4] Gli altri vennero condannati a due soli anni di reclusione, in quanto la corte marziale giudicò che avessero agito sotto momentanea infermità mentale.[6] Thermes fu il primo ufficiale a ricevere un encomio da parte di Cadorna, dall’inizio delle ostilità, pubblicato nell’Ordine del giorno del 22 giugno 1916.[7]

Le fucilazioni sommarie senza processo, frequenti durante la prima guerra mondiale all’interno del Regio esercito, furono scarsissime negli altri eserciti belligeranti (a parte gli imperi orientali, ottomano e russo, dove i dati relativi alle esecuzioni non sono disponibili), mentre le decimazioni furono una prerogativa solo italiana.[8] Dopo l’episodio della 141ª, Cadorna istituzionalizzò le decimazioni con una circolare del primo novembre 1916, prescrivendola per i reati più gravi, qualora non fosse stato possibile identificare i responsabili.[8] Almeno altri sette casi di decimazioni sono state accertate durante gli anni di guerra.[8]

Nell’inverno ’16-’17 la brigata assistette alla fucilazione sommaria di un soldato accusato di diserzione.[5] I primi di giugno, mentre il 142º reggimento della Catanzaro si accingeva a ripartire per la prima linea i soldati si ribellarono urlando e sparando in aria, l’immediato intervento degli ufficiali riportò immediatamente la calma.[9]Per questa breve rivolta, un soldato venne processato dalla corte marziale e condannato a morte, ma, in cambio dei nomi di presunti sobillatori, ottenne il rinvio della pena.[9] L’autorità militare, per individuare certamente i soldati che incitavano i compagni alla rivolta, inserì nella brigata carabinieri travestiti da soldati.[9]Il 14 luglio 1917, il giorno precedente alla rivolta, i carabinieri infiltrati nelle compagnie furono ritirati poiché era stata scoperta la loro vera identità, il comando di brigata affidò ai carabinieri con rinforzi di cavalleggeri il compito di effettuare nove arresti fra i soldati l’indomani mattina.[9]

La rivolta della Catanzaro

La sera del 15 luglio 1917, la brigata Catanzaro era di stanza a Santa Maria La Longa per un periodo di riposo dopo 40 giorni in prima linea sul fronte del Carso, contro le fortificazioni dell’Ermada.[2] Il 141º reggimento ed il 142° ricevettero, a sera, l’ordine che gli annunciava l’immediato ritorno in linea, i soldati, provati dalla durezza degli scontri, si ribellarono armati, sparando contro gli alloggiamenti degli ufficiali, uccidendone alcuni.[5]

I soldati ribelli si impossessarono di tre mitragliatrici, e solo l’intervento di ingenti forze, carabinieri, cavalleggeri e una sezione d’artiglieria mobile, riportarono l’ordine al mattino, arrestando i soldati ribelli.[5] Il bilancio della notte di rivolta ammonta 3 ufficiali e 4 carabinieri uccisi.[5][10] Durante la rivolta, alcuni soldati spararono contro la villa della famiglia Colloredo, che abitualmente ospitava Gabriele D’Annunzio, in quel momento assente, poiché presso un campo d’aviazione per preparare una nuova missione.[5]

La mattina dopo, 28 soldati, di cui 12 sorteggiati all’interno della 6ª compagnia del 142°, furono fucilati contro il muro del cimitero. La responsabilità per la decimazione della 6ª compagnia fu assunta direttamente dal comandante del VII corpo d’armata, il generale Adolfo Tettoni, mentre per quei soldati ribelli colti in flagrante, appartenenti ad entrambi reggimenti, 141° e 142°, l’ordine fu dato dal comandante della 45ª divisione, generale Galgani.[11] I superstiti furono tradotti in prima linea, sotto scorta armata ma, durante il tragitto, alcuni gettarono le munizioni, venendo puniti con altre 10 fucilazioni sommarie.

Dei superstiti, 132 soldati, vennero inviati successivamente a corte marziale, che comminò 4 condanne a morte, eseguite nel settembre dello stesso anno.

Le cause della rivolta, per il comandante della III° armata, il Duca D’Aosta, erano da ricercare nello scontento dei soldati della brigata Catanzaro per il prolungato impiego sul fronte del Carso e per la disparità di trattamento rispetto ad altre brigate che usufruivano di turni al fronte più agevoli, invece, il rapporto sugli stessi eventi del comandante del VII° corpo, generale Tettoni, imputava alla propaganda socialista ed ai giornali che riportavano le notizie dalla Russia le principali cause della rivolta.Entrambi consideravano una delle cause minori la soppressione delle licenze per i soldati siciliani, numerosi nella brigata, dovuta all’alto numero di disertori nell’isola.

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Un pensiero al giorno

luglio 14, 2017 by

 

” Tutti siamo costretti,

   per rendere sopportabile

               la realtà,

   a tenere viva in noi

   qualche piccola follia. “

 

( Marcel Proust )

Oggi accadeva

luglio 14, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

1789          14          luglio         Francia

La presa della Bastiglia

 

La popolazione di Parigi insorta da 2 giorni, sequestra migliaia di fucili all’Hotel des Invalides e assalta la prigione della Bastiglia, simbolo del potere del re.

 

Da Tele-sette n° 28 del 14/07/15

 

La storia

La presa della Bastiglia, avvenuta martedì 14 luglio 1789 a Parigi, fu un evento storico della Rivoluzione francese che culminò con la cattura della Bastiglia (simbolo dell’Ancien Régime) da parte dei cittadini francesi. L’avvenimento, sebbene di per sé poco importante sul piano pratico, assunse un enorme significato simbolico a tal punto da essere considerato l’inizio della Rivoluzione.

La convocazione degli Stati Generali a Versailles il martedì 5 maggio 1789 per cercare di sanare la difficile crisi politica, sociale ed economica in cui versava la Francia, animò nei mesi seguenti il dibattito politico che si estese fino ai salotti e alle piazze della capitale, a tal punto da indurre il re Luigi XVI a schierare i suoi soldati attorno a Versailles, Parigi, Sèvres e Saint-Denis. Sabato 11 luglio il Ministro delle Finanze Jacques Necker venne destituito dal re, essendosi guadagnato l’inimicizia di parte della corte per aver manifestato in parecchie occasioni delle idee filo-popolari.

Venne inoltre eseguita una riorganizzazione a livello generale mediante diverse sostituzioni: Victor-François de Broglie, Roland-Michel Barrin de La Galissonière, Paul François de Quelen de la Vauguyon, Louis Auguste Le Tonnelier de Breteuil e Joseph Foullon de Doué furono nominati per sostituire Louis Pierre de Chastenet de Puysegur, Armand Marc de Montmorin-Saint-Hérem, César-Guillaume de La Luzerne, François-Emmanuel Guignard de Saint-Priest e Necker.

Prise de la Bastille.jpg

12 luglio

Domenica 12 luglio, la popolazione di Parigi, che da mesi viveva in uno stato di miseria e con la paura che una grave carestia colpisse da un momento all’altro il Paese, venne a conoscenza della destituzione di Necker e organizzò una grande manifestazione di protesta, durante la quale furono portate delle statue raffiguranti i busti di Necker e del Duca d’Orléans. Camille Desmoulins, secondo François-Auguste Mignet, aizzò la folla salendo su un tavolo con la pistola in mano ed esclamando: «Cittadini, non c’è tempo da perdere; la dimissione di Necker è l’avvisaglia di un San Bartolomeo (massacro in cui Carlo IX aveva ordinato di sterminare gli Ugonotti) per i patrioti!

Proprio questa notte i battaglioni svizzeri e tedeschi lasceranno il Campo di Marte per massacrarci tutti; una sola cosa ci rimane, prendere le armi!». Alcuni soldati tedeschi (l’esercito di Luigi XVI comprendeva anche reggimenti stranieri, più obbedienti al re rispetto alle truppe francesi), ricevettero l’ordine di caricare la folla, provocando diversi feriti e distruggendo le statue. Il dissenso dei cittadini aumentò a dismisura e l’Assemblea Nazionale avvertì il re del pericolo che avrebbe corso la Francia se le truppe non fossero state allontanate, ma Luigi XVI rispose che non avrebbe cambiato le sue disposizioni.

13 luglio

La mattina di lunedì 13 luglio, quaranta dei cinquanta ingressi che permettevano di entrare a Parigi vennero dati alle fiamme dalla popolazione in rivolta. I reggimenti della Guardia francese formarono un presidio permanente attorno alla capitale, sebbene molti di questi soldati fossero vicini alla causa popolare. I cittadini cominciarono a protestare violentemente contro il governo affinché riducesse il prezzo del pane e dei cereali e saccheggiarono molti luoghi sospettati di essere magazzini per provviste di cibo; uno di questi fu il convento di Saint-Lazare (che fungeva da ospedale, scuola, magazzino e prigione), dal quale vennero prelevati 52 carri di grano.

In seguito a questi disordini e saccheggi, che continuavano ad aumentare, gli elettori della capitale (gli stessi che votarono durante le elezioni degli Stati Generali) si riunirono in Assemblea elettorale al Municipio di Parigi e decisero di organizzare una milizia cittadina composta da borghesi, che garantisse il mantenimento dell’ordine e la difesa dei diritti costituzionali (due giorni dopo, con Gilbert du Motier de La Fayette, venne denominata Guardia Nazionale). Ogni uomo inquadrato in questo gruppo avrebbe portato, come segno distintivo, una coccarda con i colori della città di Parigi (blu e rosso). Per armare la milizia, si cominciò a saccheggiare i luoghi dove si riteneva fossero custodite le armi.

14 luglio

La Bastiglia
(stampa di inizio Ottocento)

La mattina di martedì 14 luglio, gli insorti attaccarono l’Hôtel des Invalides con l’obiettivo di procurarsi delle armi; si impossessarono di circa ventottomila fucili[1] e qualche cannone, ma non trovarono la polvere da sparo. Per impadronirsi della polvere decisero di assalire la prigione-fortezza della Bastiglia (vista dal popolo come un simbolo del potere monarchico), nella quale erano tenuti in custodia solamente sette detenuti. Gli elevati costi di mantenimento di una fortezza medievale così imponente, adibita all’epoca a una funzione limitata come quella di carcere, portò alla decisione di chiudere i battenti e probabilmente fu per questo motivo che il 14 luglio gli alloggi della prigione erano praticamente vuoti. La guarnigione della fortezza era composta da 82 invalidi (soldati veterani non più idonei a servire in combattimento), ai quali il 7 luglio si aggiunsero 32 Guardie svizzere; il governatore della prigione (figlio del precedente governatore) era Bernard-René Jourdan de Launay.

Pierre-Augustin Hulin prese la guida degli insorti gridando: «Amici, siete buoni cittadini? Sì lo siete! Allora marciamo verso la Bastiglia».[2] Una folla sempre più numerosa raggiunse la fortezza chiedendo la consegna della prigione. Launay trovandosi circondato, pur avendo la forza per respingere l’attacco,[3] cercò di trovare una soluzione pacifica ricevendo alcuni rappresentati degli insorti, invitandoli a pranzo e negoziando con loro.[4] La trattativa si protrasse per lungo tempo mentre all’esterno la folla continuava ad aumentare fino a quando, verso le 13:30, le catene del ponte levatoio vennero tagliate ed il ponte sbatté violentemente sull’altro lato del fossato, coinvolgendo un insorto che ne uscì con entrambe le gambe fratturate; avendo così via libera, gli insorti riuscirono a penetrare nel cortile interno, scontrandosi con la Guardia svizzera. Ci fu un violento combattimento che causò diversi morti (gli uomini del regio esercito, accampati nel vicino Campo di Marte, non intervennero).

Launay preso prigioniero dagli insorti
(stampa di inizio Ottocento)

Cercando di evitare un massacro reciproco, Launay ordinò ai suoi uomini di cessare il fuoco. Tra le testimonianze dell’accaduto c’è quella del capitano della Guardia svizzera, Luigi De Flue, che raccontò: «Appena Launay vide la situazione dall’alto delle torri sembrò perdere completamente la testa; senza consultare nessuno del suo stato maggiore o della guarnigione, fece dare da un tamburo il segnale di resa».[5] Launay inviò una lettera agli assedianti dove riportava le condizioni di resa, ma queste vennero rifiutate. Il governatore, capendo che i propri uomini non avrebbero potuto resistere ancora a lungo,[6][7] decise di capitolare, permettendo agli insorti di penetrare nella Bastiglia. Alcuni resoconti riportano che la Guardia svizzera, priva di ordini, continuò a fare fuoco sugli assalitori finché il capitano Luigi De Flue non trattò direttamente la resa per i propri uomini, salvandoli dal popolo inferocito.[8]

Gli insorti riuscirono così a occupare la prigione-fortezza; le guardie trovate morte vennero decapitate e le loro teste furono infilzate su pali appuntiti e portate attraverso tutta la città. Il resto della guarnigione fu fatta prigioniera e condotta al Municipio ma lungo la strada, in piazza de Grève, Launay fu preso dalla folla e linciato. Uno degli insorti lo decapitò e infilzò la testa su una picca.[9]

Incisione delle teste decapitate di Flesselles e de Launay.

I prigionieri trovati all’interno della fortezza e rilasciati furono sette: quattro falsari, due malati mentali e un libertino.[10] Dopo la liberazione i quattro falsari fecero perdere le proprie tracce mentre gli altri prigionieri liberati furono portati in trionfo per la città,[11] ma i due malati mentali, il giorno dopo, furono rinchiusi nell’ospizio di Charenton.[12] Fino a pochi giorni prima nella Bastiglia vi era stato rinchiuso anche il marchese Donatien Alphonse François de Sade, che infiammò gli animi dei suoi concittadini descrivendo, con particolari raccapriccianti e fantasiosi, le torture che lì si eseguivano; venne trasferito al manicomio di Saint-Maurice il 4 luglio.

I prigionieri della Bastiglia al 14 luglio 1789
  1. Jean Bechade, nato nel 1758
  2. Jean de La Correge, nato a Martaillac nel 1746
  3. Bernard Laroche de Beausablon, nato a Terraube en Guienne nel 1769
  4. Jean-Antoine Pujade, nato a Meilhan nel 1761
  5. Jacques-François-Xavier de Whyte, Conte de Malleville, nato a Dublino nel 1730
  6. Claude-Auguste Tavernier, nato a Parigi il 29 dicembre 1725
  7. Charles-Joseph-Paulin-Hubert de Carmaux, Conte de Solages, nato a Tolosa il 18 dicembre 1746, morto ad Albi il 9 ottobre 1824

Ritornando al Municipio la folla accusò il prévôt des marchands (carica corrispondente a quella di un sindaco) Jacques de Flesselles di tradimento; durante il viaggio, che lo avrebbe portato a Palais-Royal per essere processato, fu assassinato e poi decapitato.

Il caso del Conte di Lorges

In quanto nessun prigioniero liberato alla Bastiglia risultava essere stato precedentemente imprigionato per motivi politici, si sentì il bisogno di inventare un prigioniero più rappresentativo al fine di rendere l’avvenuta liberazione più mirabile agli occhi dell’opinione pubblica. Sfruttando l’imponente barba bianca di uno dei prigionieri (Jacques-François-Xavier de Whyte, Conte de Malleville) ci si inventò la figura fittizia del Conte di Lorges (realmente esistito circa un secolo prima e incarcerato nella Bastiglia per aver assassinato un prete)[

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Un pensiero al giorno

luglio 13, 2017 by

 

” Ci sono sempre due scelte

   nella vita: accettare le

   condizioni in cui viviamo o

   assumersi la responsabilità

   di cambiare. “

 

( Denis Waitley)

Oggi accadeva

luglio 13, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

1709          13          luglio           Germania

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Colonia un profumiere italiano Gianbattista Farina fonda la Casa di Profumi più antica del mondo, che produrrà la famosa Eau de Cologne, invenzione del fratello Giovanni Maria.

 

Da Tele-sette n° 28 del 13/07/2010

La storia

13 Luglio 1709: la più antica fabbrica (tuttora esistente) di profumo

Da 300 anni produce la fragranza per antonomasia: l’Eau de Cologne. Tutto comincia il 13 Luglio 1709, proprio a Colonia, quando un immigrato italiano, Giovanni Battista Farina, fratello del profumiere italiano Giovanni Maria Farina, fonda quella che è tuttora la più antica fabbrica di profumo del mondo: ufficialmente (dai registri dell’epoca) la “Johann Maria Farina gegenüber dem Jülichs-Platz GmbH” (letteralmente Giovanni Maria Farina di fronte allo Jülichs-Platz), più comunemente conosciuta nella forma abbreviata “Farina gegenüber”. Ma ancor più conosciuta per il suo inconfondibile marchio – il tulipano rosso – che contraddistingue ancora oggi la “vera” Eau de Cologne da tutte le imitazioni.
Attualmente l’azienda è diretta dal quinto pronipote del fondatore, che rappresenta l’ottava generazione della famiglia Farina. Un’altra inconfondibile caratteristica dell’Eau de Cologne originale è la classica forma dei flaconi in cui è stata venduta per secoli: una bottiglia verde e stretta, denominata “rosolio”, con tappo in sughero. Questi flaconi sono stati usati in esclusiva fino a tutto il 1832. Poi qualche accomodamento con il moderno “packaging” si è reso necessario.
La formula originale della storica fragranza pare sia stata inventata dal fratello del fondatore, Giovanni Maria Farina, e da un suo socio, che inizialmente chiamò tale essenza “Eau Admirable”. Alla base vi era un innovativo processo di distillazione che prevedeva una miscela di oli eterici uniti ad un’alta percentuale di alcool etilico, e naturalmente materie prime pregiate, per lo più provenienti dall’Italia, come il Bergamotto, che davano al profumo dei fratelli Farina un bouquet inconfondibile ed apprezzato sia dalle donne che dagli uomini. Perfino i militari, infatti, ed in particolare gli ufficiali francesi impegnati nella Guerra dei Sette Anni, sul fronte del Reno, ritenevano l’Eau de Cologne un bene indispensabile del proprio equipaggiamento (come le parrucche, la cipria ed altri beni di lusso), ed inoltre ne facevano dono alle mogli ed alle amanti. Già nel 1747, in una lettera datata 9 Aprile, lo stesso Farina poteva giustamente affermare che la sua “Acqua” era ormai conosciuta in tutta Europa.
Il segreto di tale successo era indubbiamente la freschezza e la vellutatezza della fragranza prodotta a Cologna, una “leggerezza” che la distingueva nettamente dai profumi ben più “pesanti” diffusi in quell’epoca (per lo più a base di cannella, legno di sandalo o muschio). Lo stesso Giovanni Maria descrisse così la sua “ creazione” al fratello Giovanni Battista: “Il mio profumo è come un mattino italiano di primavera dopo la pioggia: ricorda le arance, i limoni, i pompelmi, i bergamotti, i cedri, i fiori e le erbe aromatiche della mia terra. Mi rinfresca e stimola sensi e fantasia”.
Ogni confezione di prodotto era accompagnata da un foglietto, autografato dal produttore, con istruzioni per l’uso dell’Acqua di Colonia, nel quale si affermava che il liquido poteva essere utilizzato non solo per la profumazione esterna del corpo, ma se ne poteva fare anche un uso orale, interno, per l’igiene dei denti, per curare l’alitosi e molte altre malattie contagiose.
In breve tempo la fama del prodotto, ed i suoi attestati di qualità, si diffusero in tutta Europa, anche fra le principali corti regnanti. La fabbrica di Cologna divenne quindi fornitrice ufficiale di quasi tutte le Case Reali del continente. Fra i suoi clienti italiani più famosi del tempo figurano il conte di Cavour, Vittorio Emanuele II, il principe Amedeo di Savoia, e Umberto I. Anche Goethe fu un assiduo cliente dell’Eau de Cologne.

Telesanterno

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Oggi accadeva

luglio 12, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

2010          12          luglio         Veneto

La centrale a idrogeno di Fusina (Imagoeconomica)

 

 

 

 

Fusina centrale a idrogeno

 

 

Entra in funzione a Fusina (Ve) la prima centrale elettrica al mondo alimentata a “idrogeno”. Ha una potenza di 16 magawatt e può dare energia a 20mila famiglie.

 

Da Tele-sette n° 28 del 07/07/2012

 

La storia

La centrale ad idrogeno di Fusina è entrata in servizio il 12 luglio 2010, nell’omonima località veneziana.[1] Con un investimento di circa 50 milioni di euro, è stata resa attiva la prima centrale ad idrogeno al mondo di livello industriale, con una potenza installata di 15MW.[2]

Caratteristiche

Tra le sue caratteristiche peculiari vi è il fatto di essere la prima alimentata totalmente con l’idrogeno per un consumo previsto è di 59 milioni di tonnellate all’anno e sufficiente per generare 60 GWh di elettricità, idonei a soddisfare il bisogno di 20000 famiglie. Questa scelta consentirebbe, secondo le stime più accreditate, un risparmio di anidride carbonica, pari a 17000 tonnellate all’anno.[3] Il progetto prevede anche la produzione di idrogeno dalla gassificazione del carbone con stoccaggio geologico dell’anidride carbonica. La centrale è integrata nel polo petrolchimico di Porto Marghera, dal quale preleva l’idrogeno, prodotto di scarto del cracking dell’etilene. Una tubatura di 4km provvede a convogliare l’idrogeno dagli impianti in cui viene prodotto, alla centrale. Lo sfruttamento dell’idrogeno avviene per combustione diretta in un impianto a ciclo combinato. La combustione avviene in una turbina a gas da 12MW e i fumi di scarico ad alta temperatura vengono invece utilizzati per produrre vapore da inviare ad uno degli scambiatori rigenerativi della vicina centrale Palladio (centrale a carbone composta da varie unità: 2 da 350 MW, 2 da 170 MW e 1 da 190 per una potenza installata complessiva di 1200MW). Questa configurazione permette di poter disporre di ulteriori 3MW senza gli oneri della costruzione di una nuova turbina a vapore.[4]

Il progetto Hydrogen Park

La centrale fa parte di un progetto più ampio che si propone di convertire l’area di Porto Marghera in un polo tecnologico per le energie rinnovabili, per conseguire questo obiettivo l’Unione Industriali di Venezia ha costituito nel 2003 il consorzio “Hydrogen Park”.[5]

Promotori

La centrale è sorta per una iniziativa mista che vede ENEL e unione degli industriali di Venezia tra i promotori, sostenuti dalla Regione Veneto e dal Ministero dell’Ambiente.

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Un pensiero al giorno

luglio 11, 2017 by

 

” I due giorni

  più importanti  nella

  tua vita sono

  il giorno in cui sei nato

  e il giorno in cui

  scopri il perché. “

 

( Mark Twain)

Oggi accadeva

luglio 11, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

1979         11          luglio         Lombardia

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Giorgio Ambrosoli

 

Giorgio Ambrosoli, incaricato di liquidare il Banco Ambrosiano, è ucciso a Milano dopo essere stato interrogato dai giudici di New York che indagano sul fallimento della Franklin National Bank di Sindona. Ad ucciderlo William Arico, un killer che affermerà in sede di processo di essere stato assoldato da Sindona.

Giorni di storia

 

La storia

Giorgio Ambrosoli (Milano, 17 ottobre 1933Milano, 11 luglio 1979) è stato un avvocato italiano.

Fu assassinato l’11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività Ambrosoli stava indagando, nell’ambito dell’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana dello stesso Sindona.

Nato da una famiglia borghese di forte impronta cattolica e conservatrice, figlio dell’avvocato Riccardo Ambrosoli (impiegato all’ufficio legale della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde) e Piera Agostoni, dopo aver ricevuto “un’educazione fondata su una robusta fede cattolica”[1], frequentando il Liceo classico “Manzoni” di Milano, Ambrosoli si lega a un gruppo di studenti monarchici e finisce per militare nell’Unione monarchica italiana[2]. Seguendo le orme del padre, nel 1952, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano e, dopo il conseguimento della laurea nel 1958, con una tesi in diritto costituzionale sul Consiglio Superiore della Magistratura e l’esame da procuratore, inizia l’attività professionale nello studio dell’avvocato Cetti Serbelloni.[3]

Nel 1962 sposa, nella chiesa di San Babila a Milano, Anna Lori. Dal matrimonio nasceranno tre figli: Francesca (nel 1968) Filippo (nel 1969) e Umberto (nel 1971). Dopo alcuni anni di attività, nel 1964, inizia a specializzarsi nel settore fallimentare delle liquidazioni coatte amministrative e viene chiamato a collaborare con i commissari liquidatori della Società Finanziaria Italiana.[4]

Il crack della Banca Privata

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Nel settembre 1974 fu nominato dall’allora governatore della Banca d’Italia Guido Carli commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, guidata sull’orlo del crack finanziario dal banchiere siciliano Michele Sindona, al fine di esaminarne la situazione economica prodotta dall’intricato intreccio tra la politica, alta finanza, massoneria e criminalità organizzata siciliana.[5]

I sospetti sulle attività del banchiere siciliano nascono già nel 1971, quando la Banca d’Italia, attraverso il Banco di Roma, inizia a investigare sulle attività di Sindona nel tentativo di evitare il fallimento degli istituti di credito da lui gestiti: la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria. L’allora governatore Guido Carli, chiaramente motivato dalla volontà di non provocare il panico nei correntisti, decide quindi di accordare un prestito a Sindona, anche in virtù della benevolenza dell’amministratore delegato dell’istituto romano Mario Barone. Quest’ultimo fu cooptato come terzo amministratore, modificando appositamente lo statuto della banca stessa, che ne prevedeva solo due: nel caso specifico, Ventriglia e Guidi.

Giorgio Ambrosoli

Tale prestito fu accordato con tutte le modalità e transazioni necessarie e fu incaricato il direttore centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, di occuparsi della vicenda. Le banche di Sindona vennero fuse e prese vita la Banca Privata Italiana di cui Fignon divenne vicepresidente ed amministratore delegato. Contro tutte le aspettative, Fignon andò a Milano a rivestire la carica e comprese immediatamente la gravità della situazione. Stese numerose relazioni, ricostruì le operazioni gravose e il sistema societario messi in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori e ne ordinò l’immediata sospensione. In effetti Sindona, falsificando le scritture contabili e usando la Fasco AG come uno schermo per le sue avventure finanziarie, aveva usato indebitamente la liquidità depositata presso le due Banche milanesi (Banca unione e Banca privata finanziaria) che all’epoca in cui venne nominato Ambrosoli erano state da poco fuse – anche se solo sul piano formale – nella Banca privata italiana, come mostra la Prima relazione del commissario liquidatore redatta da Ambrosoli nel 1975.[6]

Nel settembre del 1974, Fignon consegnò a Giorgio Ambrosoli la relazione sullo stato della Banca. Fignon continuò nel suo operato, tanto da essere citato anche nelle agende dell’avvocato Ambrosoli, che nulla poteva immaginare di ciò che sarebbe seguito. Ciò che emerse dalle investigazioni indusse, nel 1974, a nominare un commissario liquidatore che venne individuato nella figura di Giorgio Ambrosoli.

Le minacce e le pressioni

In questo ruolo, Ambrosoli assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, principiando dalla controllante societàFasco“, l’interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Nel corso dell’analisi svolta dall’avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili, oltre alle rivelazioni dei tradimenti e delle connivenze di ufficiali pubblici con il mondo opaco della finanza di Sindona.

Contemporaneamente a questa opera di controllo Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d’Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell’istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile.

Ambrosoli non cedette, sapendo di correre notevoli rischi. Nel 1975 indirizzò una lettera alla moglie in cui scrisse:[7]

« Anna carissima,è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell’Umi, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [… ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi […] Giorgio »

Nel corso dell’indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti di un’altra banca, la statunitense Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie. L’indagine, dunque, vide coinvolta non solo la magistratura italiana, ma anche l’FBI. Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite. Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere. Nella sua indagine sulla banca di Sindona, Ambrosoli poté contare solo su Ugo La Malfa come referente politico, mentre il maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre gli fece da guardia del corpo.

Nonostante le minacce di morte, infatti, ad Ambrosoli non fu accordata alcuna protezione da parte dello Stato. In Bankitalia, poté contare sul sostegno di Paolo Baffi, il governatore, e di Mario Sarcinelli, capo dell’Ufficio Vigilanza, ma solo fino al marzo del 1979, quando entrambi furono incriminati per favoreggiamento personale e interesse privato in atti d’ufficio nel corso di un’inchiesta sul mancato esercizio della vigilanza sugli istituti di credito legata al caso Roberto CalviBanco Ambrosiano. Entrambi furono però integralmente prosciolti in istruttoria nel 1981.[8] Baffi si dimise il 16 agosto 1979, lasciando l’incarico di Governatore a Carlo Azeglio Ciampi, mentre per Sarcinelli fu eseguito il mandato di arresto in carcere.[9]

In questo periodo Ambrosoli ricevette una serie di telefonate intimidatorie anonime nelle quali il suo interlocutore, indicato da Ambrosoli con il termine convenzionale di “picciotto“, per via del suo accento siciliano, gli intima, via via sempre più in maniera esplicita, di ritrattare la sua testimonianza resa ai giudici statunitensi che indagavano sul crack del Banco Ambrosiano, fino a minacciarlo di morte.[10] Solo nel 1997, nell’ambito del processo al senatore Giulio Andreotti, a Palermo, grazie alle rivelazioni del pentito Giacomo Sino, l’autore delle telefonate anonime fu identificato in Giacomo Vitale, massone e uomo d’onore, nonché cognato del boss mafioso Stefano Bontate[11]. In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979.

L’omicidio

La sera dell’11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, Ambrosoli fu avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto. Questi si scusò e gli esplose contro quattro colpi 357 Magnum. Ad ucciderlo fu il malavitoso statunitense William Joseph Aricò, la pistola l’aveva comprata da Henry Hill (Il pentito, sulla cui vita reale si basa il film di Martin Scorsese del 1990, Quei bravi ragazzi) che era stato dal 1974 al 1977 suo compagno di cella nel penitenziario di Lewisburg insieme a Robert Venetucci.[12] Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di Paolo Baffi (Banca d’Italia).

Un pensiero al giorno

luglio 10, 2017 by

 

” Sorpassa quelli

   che si fermano

   a causa della disperazione. “

 

( Muhammad Ali )

Oggi accadeva

luglio 10, 2017 by

 

A cura di Ennio Boccanera

1962          10          luglio         Stati Uniti

 

Viene  lanciato dalla stazione di Cape Canaveral (Usa) Telstar. Il primo satellite per le telecomunicazioni che verrà utilizzato per trasmettere le prime immagini in mondovisione.

Da Tele-sette n° 28 del 07/07/13

La storia

10 Luglio 1962: viene lanciato Telstar, il primo satellite per telecomunicazioni

Da Cape Canaveral inizia l’era delle telecomunicazioni via satellite. Il 10 Luglio 1962 viene infatti lanciato il satellite americano Telstar, prodotto dalla AT&T, e destinato a rendere possibili le prime trasmissioni radiofoniche e televisive tra Stati Uniti ed Europa.

Telstar pesa 77 kg, ha un diametro di 86 centimetri, presenta un superfice sferica sfaccettata, e contiene ben 1064 transistors.

Ha una capacità di 1200 canali telefonici, oppure in alternativa di un canale televisivo.
Già all’indomani del suo lancio, alle ore 0.48 (ora europea) dell’11 Luglio, mentre stava compiendo la sua sesta orbita terrestre, Telstar rilanciò breve un segnale fra le due sponde dell’Oceano Atlantico, e fu quello il primo scambio effettivo di segnali audio-video fra Usa e Europa della storia. Mentre la prima vera trasmissione ufficiale in “mondovisione” (definizione che nacque proprio allora) fu effettuata il 23 Luglio successivo. Ebbe una durata di poco meno di 8 minuti. Gli europei ricevettero dall’America un’immagine con la bandiera americana sullo sfondo, ed in audio le note dell’inno nazionale ed uno scambio di saluti fra il vicepresidente Lyndon B. Johnson e Frederick Kappel, presidente della società di telecomunicazioni AT&T che aveva realizzato Telstar.

A loro volta i telespettatori americani ricevettero dall’Europa, circa tre ore dopo (intorno alle 23.00), una serie di immagini che comprendevano anche servizi televisivi dall’Italia: brani di un concerto dalla Cappella Sistina, immagini del Colosseo, del Palazzo della Fao, delle Terme di Caracalla dove era in corso la rappresentazione della Tosca di Puccini (la romanza “E lucean le stelle” cantata dal tenore Ferruccio Tagliavini, fu il primo brano lirico trasmesso in mondovisione), ed infine un servizio sulla pesca in Sicilia (a Mazzarò di Taormina). In tutto 11 minuti.

La vita di Telstar fu relativamente breve. Cessò di funzionare appena quattro mesi dopo il suo lancio, il 6 Novembre dello stesso anno, probabilmente per un guasto dovuto alle radiazioni che lo avevano colpito durante l’attraversamento delle fasce di Van Allen.

La vita di Telstar fu relativamente breve. Cessò di funzionare appena quattro mesi dopo il suo lancio, il 6 Novembre dello stesso anno, probabilmente per un guasto dovuto alle radiazioni che lo avevano colpito durante l’attraversamento delle fasce di Van Allen.

A suo tempo l’impresa di Telstar sollevò notevole impressione nell’opinione pubblica. Il satellite divenne così popolare che nel 1970, in occasione dei Campionati Mondiali di calcio in Messico, quando venne introdotto il nuovo modello di pallone a scaglie bianche e nere (scaglie che richiamavano vagamente la sagoma del satellite), fu chiamato “Telstar”.
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Telesanterno